“La vita accanto” di Marco Tullio Giordana

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La prima scena di La vita accanto ci dice che quella che stiamo per vedere sullo schermo è una tragedia greca. È notte e nei saloni di un palazzo antico si aggira una donna con una camicia da notte che sembra un peplo; il fatto che tenga in mano un punteruolo affilato la rende assai simile all’iconografia di Clitennestra e non ci resta che chiederci chi sarà la vittima di questa potenziale assassina. La stessa scena tornerà altre due volte nel corso del film, diventando di volta in volta sempre più comprensibile. Il potente incipit mette così già in chiaro che il film non tratterà di accettazione della diversità, di depressione post partum, di realizzazione personale e di tanti temi attualissimi e socialmente rilevanti, bensì degli astratti universali.

Per questo quasi tutto il film si svolge asfitticamente dentro questo palazzo maestoso, dove gli affreschi convivono con gli oggetti di design in un unico grande indifferenziato atemporale: si parla infatti dei fondamentali dell’umanità, uguali nei secoli, e di quel nucleo tribale che è la famiglia. Famiglia fondata su di un patto di sangue e di omertà, su amori (o voglie) inconfessabili vissuti all’interno del suo nucleo. Sul piacere del rispecchiarsi e vedere un altro sé stesso, piuttosto che uscire e confrontarsi con il mondo. La protagonista, Rebecca, è la rampolla di questa ricca famiglia, deturpata fin dalla nascita da una grande macchia in viso. Questa macchia, anche se ben visibile, è puramente simbolica: è quella che viene comunemente detta, appunto, “una voglia”; è di colore rosso vivo, come il sangue, e si estende solo su metà del volto, come oscura e contaminata è metà della sua origine, quella paterna. Non solo: il cognome del padre, che la bambina come tradizione vuole eredita e che la condanna, è proprio Macola (come macula, la parola latina per “macchia”).

La madre che la rifiuta, che non sopporta di vedere quella macchia sul viso della sua bambina, non è che l’anello debole della catena familiare, che non può accettare ciò che vede all’interno della famiglia apparentemente perfetta nella quale è entrata per matrimonio. Non sopportando la vista di questa mostruosità (nel suo diario chiama “mostra” la bellissima cognata), non reggendo più la sua infelicità, si uccide, gettandosi dal balcone. Una morte che è duplicata da quella del padre “brutto porco” (così è definito dalla figlia!) della migliore amica di Rebecca; lui però non si suicida, ma viene gettato nel vuoto da sua figlia, per difendere la madre. La stessa morte è addirittura triplicata da una leggenda che la bella zia racconta alla bambina durante una passeggiata, davanti al muro di cinta della famosa Villa Valmarana ai Nani, sormontato appunto da statue settecentesche di nani (il film è ambientato a Vicenza, così come il romanzo omonimo di Mariapia Veladiano al quale è liberamente ispirato). La leggenda vuole infatti che un nobile avesse costruito la villa con l’alto muro per proteggere dagli sguardi curiosi la figlia nana e che la facesse vivere lì con una corte di soli nani, perché lei non fosse mai consapevole della sua diversità. Ma, affacciatasi alla finestra, aveva visto passare un bel principe del quale si era innamorata. Il principe, attirato dal suo bel viso, era poi fuggito inorridito scoprendo che la ragazza era una nana. Per questo lei si era gettata nel vuoto e la sua corte di nani, impietrita dal dolore, era rimasta per sempre sul muro di cinta della villa. A questo racconto, la bambina vede le statue muoversi, riconoscendosi in quella umanità pietrificata e sentendo che la leggenda parla anche di lei o, meglio, della sua famiglia come luogo di reclusione e mistificazione, nel quale la scoperta della verità comporta la morte: morire è chiudere per sempre gli occhi per non vedere più, esattamente come Edipo si acceca (sempre al mito si ritorna, per l’appunto).

Sembra quindi che le due possibili alternative siano entrambe estremamente radicali: cancellarsi o cancellare, uccidersi o essere uccisi. Ma Giordana ce ne propone una terza, salvifica: leggere nel profondo degli altri e di sé stessi, come fa la protagonista attraverso il diario della madre e i propri sogni nei quali dialoga con lei (si noti che nel romanzo non compaiono né l’uno, né gli altri). Portare alla luce la verità, in un ultimo sogno, fa miracolosamente sparire la macchia dal viso di Rebecca, a ulteriore dimostrazione del suo valore puramente simbolico: dalle mostruosità familiari si esce solo guardandole in faccia (esattamente ciò che non riusciva a fare la madre, non volendo vedere il viso deturpato della bambina, che pure amava tanto).

Il passo successivo è tagliare i nodi, andarsene. Quando Rebecca è finalmente fuori da quella casa, la vediamo all’aeroporto, in viaggio per raggiungere la sua amica. A controllare il suo passaporto per lasciarla partire è una donna gentile e sorridente, interpretata dalla stessa attrice (l’ottima Valentina Bellè) che ha il ruolo della madre. È il compimento di un rovesciamento di prospettiva: colei che nella prima parte del film pareva una figura negativa, quella che voleva nascondere al mondo la bambina percepita come denuncia manifesta della mostruosità familiare, è proprio quella che l’ha poi condotta felicemente fuori dalla casa, attraverso un percorso di svelamento e di presa di coscienza della verità. È quindi giusto che lì, all’aeroporto, sia letteralmente quella che le permette di uscire dal mondo malato nel quale è nata e di volare altrove, finalmente libera.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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