Sicuramente questo luogo e questa data avranno perso, per quasi tutte/i, nei giorni che intercorrono tra la scrittura e la lettura di queste righe, ogni memoria significativa. In fondo è stato uno dei tanti massacri, per bombardamento questa volta, di uno di quei gruppi della popolazione palestinese inviato in un “luogo sicuro”, ma che l’intelligence israeliana aveva deciso fosse nascondiglio di un leader militare di Hamas. I morti sono stati più numerosi del solito (90), così come i feriti (“più di 200”), con la solita e iper attesa prevalenza di donne e bambini. Appena sufficienti per avere un titolo su “giornali di parte”, come il manifesto. Di fatto l’orrore per questa surreale ripetutissima “presa in giro” (non c’è – ahimè – altra qualificazione possibile…) dei luoghi sicuri e protetti ha confermato “normalità” non degna di nota, puramente descrittiva e dispiaciuta, di questo massacro, con la sua ripetizione (entro le 48 ore) per gli scolari di una scuola delle Nazioni Unite. Nulla di nuovo dunque. Si continua a fare il conto dei morti “attribuibili direttamente” a massacri mirati, e a denunciarne – con tutta la serietà neutrale di rapporti rigorosamente concordanti tra riviste scientifiche e documenti di agenzie internazionali – l’assoluta parzialità per difetto, con sottostime che possono moltiplicare fino a 3-4 volte la somma delle vittime indirette, e da “altre cause atroci” come la fame, la sete, le amputazioni non trattate.
Nulla di nuovo nemmeno per il fatto che il popolo palestinese è solo la punta di un iceberg che ha meno visibilità, e diritto di cronache quantitativamente e qualitativamente “arricchite”, ogni giorno o ogni settimana, con l’indicazione di autori e responsabili precisi, nominativamente ed istituzionalmente. Le due aree che ormai fanno parte da protagoniste di questo “spettacolo” offerto gratuitamente a tutta la comunità mondiale (le “comparse” sono numerose, ma disperderebbero l’attenzione…) sono il Sudan e Myanmar. I numeri sono meno aggiornati. Farebbero però passare in Sudan dalle decine alle centinaia per ogni “incidente-massacro” (la terminologia varia per non rendere troppo ripetitivo il racconto: ma i morti di questa area, di guerra, fame, sete… si sommano per centinaia di migliaia). Myanmar è più “articolato”: al genocidio documentato e qualificato per la prima volta dal Tribunale Permanente dei Popoli nel 2017 sul popolo dei Rohingyas è succeduto un tempo, mai concluso, di campi di concentramento, espulsioni, guerre interne, malattie, assassinii mirati o meno, negazione di diritti di asilo… In un confronto, macabro, le vittime sono quantitativamente più paragonabili a quelle di Gaza, anche se da rapportare a denominatori molto inferiori. L’originalità di quest’area è data dalla sua cronicità (sette anni dall’esplicitazione di un processo genocidario, dopo i già tantissimi anni di un apartheid interno) e dal suo essere da sempre perfettamente monitorata da tutta la comunità internazionale, senza che nessuna ipotesi sia oggetto di progetti che anche da lontano assomiglino ad una soluzione (per sottoporre il “caso” alla Corte penale internazionale si è dovuto ricorrere a uno Stato come il Gambia, cui si sono via via aggregati altri più “potenti”). Ma tutto è rigorosamente immobile: e, al di là dell’ormai classico e irrilevante esercizio di sanzioni economiche imposte a singoli, nessuno è convocabile a un tavolo in cui Cina, India, Bangladesh dovrebbero confrontare i propri interessi geopolitici in una scenario estremamente critico dell’area del Pacifico.
Ci sono, dunque, altri due popoli protagonisti tragici di una cronaca ancor più surreale per il fatto che non sono neppure riconosciuti come “umani”, e sono perciò affidati-condannati al loro destino di vittime. E non sono nuovi né soli, ma in compagnia dei migranti e dei “diseguali” economicamente (fino al lavoro schiavo). Anche per questi ultimi ci sono momenti di forte visibilità: per incidenti-massacri che fanno impennare occasionalmente le statistiche e l’attenzione. Ma poi non succede nulla. Sono le vittime designate (come una frazione dichiarata inevitabile di “eccessi di mortalità”) delle tante “filiere” della produzione e dei commerci globali. Anche per questi popoli tutto è assolutamente noto: dalle cause del loro destino, ai rimedi possibili-necessari. La letteratura che li riguarda è immensa, tecnicamente molto chiara: dovrebbero normalmente essere una risorsa, in quanto umani che cercano futuro, ma non rientrano in nessuna delle definizioni che la comunità degli Stati, nelle sue più diverse forme, riconosce come ponte-aggettivo obbligatorio per dare agli “umani” il diritto di vivere.
Il filo rosso che lega le tante e diverse realtà di cui si è fatta memoria a partire da un capitolo così riassuntivo dell’attuale nostra inciviltà, come è quello di Kahn Younis del 13 luglio, non poterebbe essere più chiaro. È in corso una grande prolungata incontrollata esercitazione di come il mondo che conosciamo e di cui siamo sempre più “spettatori” deve – e perciò può – essere trasformato in una società che abdica a definizioni dichiarate obsolete, o in ogni modo opzionali, in qualche modo dotate di un nucleo inviolabile concernente il diritto delle persone concrete, individui e società, ad avere una vita che appartiene alle loro scelte e non può essere proprietà di padroni di turno.
Se c’era bisogno di una conferma, le elezioni europee – e ancor più i giochi di alleanze e nomine a Bruxelles e il compleanno (che per l’età doveva essere di pensionamento definitivo) della NATO – hanno dichiarato in modo inequivocabile che la vita delle persone e dei popoli non può entrare nelle agende di lavoro e di futuro degli Stati, in qualsiasi delle loro forme di aggregazione. L’esercitazione ad abdicare ai diritti fondamentali è molto seria, prende decisioni che non si discutono: anche quella di fare delle armi, e perciò della guerra, il nucleo obbligatorio delle alleanze “di difesa”. La stampa e la politica sono obbedienti. Non bisogna disturbare. Anzi è in qualche modo proibito parlarne.
In questo quadro i conflitti-discussioni-talkshow sulle definizioni e le funzioni che si ritenevano acquisite in una società “civile” – parlamento, democrazia, pace, genocidio… – appaiono semplici recite obbligate, di un teatro programmato non per rappresentare, ma per sostituire la recita alla realtà. Ancora una volta Khan Younis e gli altri casi menzionati sono un buon punto di partenza. Come lo si può definire? Crimine contro l’umanità? Parte di un processo genocidario in svolgimento nella perfetta impunità? E il lavoro schiavo? Materia penale: per e contro chi? E perché dibattiti infiniti che fanno del diritto, nella normalità del quotidiano, a livello nazionale e internazionale, un testimone impotente di crimini che restano, non solo impuniti, ma sostanzialmente legali e intoccabili.
Esempi tipici e particolarmente sensibili. Il dibattere/accusare/schierarsi sull’antisemitismo non ha senso, ed è fonte di confusione, se non si sottolinea il dovere di una opposizione “senza se e senza ma” nei confronti dell’Israele-Stato (il cui leader si presenta in questi giorni come interlocutore di un’altra “democrazia” certo non esemplare come quella degli USA): dovere tanto più importante da parte di coloro che hanno – in continuità con Hanna Arendt e Primo Levi fino a Liliana Segre – le loro radici profonde nella storia e nella cultura del popolo ebraico. Senza parlare dell’uso di un termine come antisemitismo da parte di una cultura di violenza-ignoranza ben programmata come quella delle varie destre, più o meno nostrane. L’impotenza-assenza-silenzio-ritardo – nonostante tutte le evidenze che si sono accumulate e le iniziative coraggiose e lucide “attivate” ma “in lista di attesa” – delle Corti Internazionali sulle evidenze di genocidi, o crimini contro l’umanità, o qualsiasi titolo si dia a quanto coincide con la cancellazione del futuro di un popolo, è strettamente e drammaticamente coerente e complementare alla cancellazione della migrazione dall’agenda di diritto della Unione Europea (o degli USA o dell’ASEAN…). E lo stesso vale per il lavoro schiavo in tutte le sue infinite forme, che rimane capitolo intoccabile di filiere di produzione neocoloniali, che vedono sempre più i popoli al servizio di un ordine mondiale rispondente al doppio-legatissimo potere (privato e pubblico) dell’economia-finanza.
Nel giorno di Khan Younis, un premio Nobel dell’economia, Michael Spence, sul Sole 24 ore iniziava così: «il più grande anno elettorale della storia si sta svolgendo in un momento in cui l’aumento della ricchezza e la diseguaglianza di reddito stanno alimentando la polarizzazione e minando la coesione sociale […] e il crescente divario tra ricchi e poveri sta diventando universale e si traduce in visioni che divergono drasticamente su cosa costituisca progresso economico e sociale». E Thomas Picketty, commentando la situazione post-elettorale francese e le “definizioni” a rischio di discordia sulle cause del passato, scriveva: «È tempo che la sinistra si prenda il coraggio di ridefinire-descrivere il sistema economico alternativo cui si deve tendere».
Il gioco del contrapporsi e del discutere di tante definizioni classiche, giuridiche ed economiche, sganciate dalla vita reale dei soggetti-popoli cui ci si riferisce, è la mina vagante più diffusa e suggestiva che minaccia tutte le democrazie. Nulla di nuovo: anche qui. Un pro-memoria non pretende di dire cose nuove: solo di indicare la strettissima connessione e connivenza che si è instaurata, nell’attacco alla credibilità stessa di una proposta di democrazia, tra un diritto e una economia diventati semplici “spettatori” della deriva di civiltà che tocca in modo negativamente coerente i diritti di vita delle persone e dei popoli. Sia, questa vita, quella che viene dichiarata irrilevante quando appartiene a chi, con una semplice definizione, si può trasformare in un nemico, oppure quella che si dichiara una variabile dipendente in algoritmi prodotti da intelligenze tutt’altro che artificiali. Il crimine più grande e decisivo che viola, allo stesso modo, l’esistenza del popolo palestinese (e dei suoi tanti “simili”, a iniziare dalle donne Kurde di Rojava, bombardate nel perfetto silenzio della comunità internazionale da un dittatore prezioso per l’UE come Erdogan), i migranti e il lavoro schiavo, è il silenzio e l’assenza di creatività giuridica, culturale, economica di fronte alle evidenze che ormai sono ben al di là di qualsiasi dubbio ragionevole.
Forse un libro che più di ogni altro parla, oggi, della drammaticità della “esercitazione” che si sta facendo per rendere il diritto, internazionale ma non solo, incredibile e perciò anche impraticabile, è quello che Grossman ha gridato, uscito dal suo essere “gettato fuori dal tempo” per la morte del figlio, in uno dei momenti di quella guerra senza senso che ha prodotto anche Khan Younis: per riprendere, in modo nuovo, a parlarsi e a immaginare futuro, bisogna sentirsi migranti obbligati dal tempo che uccide, per ridare diritti di memoria alla vita.
