Torino. Un nuovo ospedale, ma perché in un parco e non nell’area Thyssen?

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Una delle promesse del programma del nuovo sindaco di Torino era la cura del verde cittadino. Ovviamente non eravamo così tonti da crederci. E infatti… l’Esselunga nel Giardino Artiglieri di Montagna; l’alberata di Corso Belgio, dove gli alberi verrebbero tolti di mezzo per sostituirli con alberelli; la cittadella dello sport nel parco del Meisino sono lì a dimostrare le promesse di marinaio della nuova giunta (https://vll.staging.19.coop/territori/2023/08/25/torino-quando-la-tutela-del-verde-e-in-mano-ai-cittadini/).

Ma c’è di più e di peggio, e cioè il far atterrare il nuovo Ospedale Maria Vittoria nel Parco della Pellerina (https://vll.staging.19.coop/territori/2023/06/07/torino-il-parco-della-pellerina-e-a-rischio/). Dove adesso vi è lo spazio destinato ai giostrai e ai circhi, e la vista spazia sul verde del parco, verrebbe realizzato un mastodonte di 20.000 mq, in un primo momento di sette piani, e nel progetto attuale spalmato sul territorio e quindi con largo consumo di suolo e conseguente necessità di tagliare anche un tot di alberi di alto fusto e di intervenire nella fascia fluviale della Dora Riparia. Decisione questa presa in accordo anche con Regione Piemonte e ASL.

Ora, chi conosce Torino (e per chi non la conosce glielo dico), a fianco del Parco della Pellerina, lato nord, al di là di corso Regina Margherita, sorge l’enorme stabilimento della Thyssen, tragicamente nota per il terribile rogo del dicembre 2007. Da allora lo stabilimento è abbandonato e, come quasi sempre accade con gli stabilimenti industriali, l’area è fortemente inquinata, in particolare il sottosuolo. L’area Thyssen si suddivide in due porzioni ben distinte dal punto di vista della proprietà: l’area di Fintecna, oggi Cassa Depositi e Prestiti, con 154.000 metri quadrati di superficie fondiaria e 90.000 metri quadrati di superficie coperta, e l’area Thyssen Krupp (oggi Arvedi – Acciai Speciali Terni), quella in cui insiste lo stabilimento, pari a 117.000 metri quadrati. Cassa Depositi e Prestiti (società pubblica che fa capo al Ministero dello Sviluppo Economico) ha già tentato più volte, l’ultima nel 2020, senza riuscirci di vendere la propria porzione, che quindi è ancora nella sua disponibilità. L’area di Arvedi invece non è stata fatta oggetto di alcuna attenzione da parte della mano pubblica fino al 2013, epoca in cui la proprietà presenta al Comune di Torino una Piano della caratterizzazione (ricostruzione dei fenomeni di inquinamento) che il Comune approva. Dopodiché, anziché far seguire la bonifica dell’area, Arvedi presenta un progetto di messa in sicurezza, che il Comune di nuovo approva.

Quindi, ricapitolando: l’amministrazione comunale di Torino non ha mai voluto far applicare il principio del “chi inquina paga” e dal 2007 fino al 2013 è rimasta inerte. Dopodiché, anziché fare la voce grossa, ecco che si piega alle istanze di Arvedi che porterebbero a una semplice tombatura del sottosuolo dello stabilimento, per il quale si potrebbe pensare a niente più che a del verde su soletta. Nel frattempo, la mano pubblica ha già speso dei soldi perché il MISE è dovuto intervenire per il contenimento della contaminazione da cromo esavalente. Una classica vicenda che potremmo definire di mano pubblica forte con i deboli e debole con i forti, con la cittadinanza che rischia di ritrovarsi una vasta area inquinata per i secoli a venire ed altresì inutilizzabile, mentre invece – se il Comune avesse preteso ciò che era suo diritto – oggi quell’area sarebbe utile per trasferire l’ospedale. A margine ricordiamo che quando l’attuale sindaco Lo Russo era assessore all’urbanistica nella giunta Fassino fece approvare due varianti al PRGC con le quali l’area Thyssen passava da industriale a terziario e residenziale.

Sul tema è intervenuto anche il giurista Ugo Mattei in un recente dibattito pubblico evidenziando che il Comune, in alternativa, potrebbe espropriare l’area Thyssen pagando un valore simbolico di un euro, ai sensi dell’art. 838 del codice civile e del regolamento dei Beni Comuni della Città. In tal modo tutta intera l’area passerebbe in mano pubblica, che poi potrebbe essa stessa procedere alla bonifica, magari accedendo a fondi comunitari.

Nella brutta vicenda si inserisce anche la richiesta di un referendum consultivo rivolta dal “Comitato Referendario Salviamo la Pellerina” al Comune. Richiesta che il Comune, nel dicembre 2023, ha respinto trattandosi di materia non di competenza esclusiva del Comune ma anche di Regione e ASL. Argomento specioso contro il quale il Comitato si è rivolto al Difensore Civico regionale. Mamma mia, che brutta vicenda!

Nella foto della homepage, di Fabio Balocco, la facciata dello stabilimento ex Thyssen

 

Gli autori

Fabio Balocco

Fabio Balocco, nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (in quiescenza), ma la sua passione è, da sempre, la difesa dell’ambiente, in particolare montano. Ha collaborato, tra l’altro, con “La Rivista della Montagna”, “Alp”, “Meridiani Montagne”, “Montagnard”. Ha scritto, tra l'altro, “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Neos Edizioni, 2017); "Lontano da Farinetti. Storie di Langhe e dintorni" (Il Babi editore, 2019); "Per gioco. Voci e numeri del gioco d'azzardo" (Neos Editore, 2019); "Un'Italia che scompare (Il Babi editore, 2022); "Sotto l'acqua. Storie di invasi e di borghi sommersi" (LAReditore, 2024); "Bianco benestante ambientalista" (LAReditore, 2025).. Collabora dal 2011, in qualità di blogger in campo ambientale e sociale, con "Il Fatto Quotidiano".

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