“Il sol dell’avvenire” è dietro le spalle

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Run for cover!” suggeriva Hitchcock. Quando il tuo ultimo film è stato un insuccesso, fai come quando ci si perde nei boschi: torna sui tuoi passi, a quello che è già noto, sperimentato e sicuro. Nanni Moretti ha accettato il consiglio; dopo Tre piani, l’unico dei suoi film tratto da un romanzo e non da un soggetto originale, il regista rassicura i suoi fedeli spettatori, non solo dando loro di nuovo ciò che si aspettano da lui, ma anzi esagerandolo, in una ridda di citazioni esoteriche per la setta dei morettiani. Quasi un fan-film, in cui c’è un po’ tutto: i dolci, la coperta patchwork, le scarpe, i palleggi, le canzoni cantate in macchina, la vespa (qui monopattino) ecc. Ma è solo apparenza. Il Moretti attore protagonista, nei panni di sé stesso (il personaggio si chiama proprio Giovanni), tradisce il suo disagio nel rifare le stesse cose che ormai non gli si addicono più, e lo stesso disagio si comunica allo spettatore. Del fatto che tutto sia ormai una recita stanca si rende conto anche sua moglie, la produttrice Paola (Margherita Buy), che dopo una lunga esitazione riesce finalmente a lasciarlo.

La corazza che aveva sostenuto per tutta la vita Giovanni sembra non reggere più e le cose sfuggono ormai al suo controllo. La figlia si sottrae ai riti familiari imposti da lui per rassicurarsi, la moglie produce per la prima volta il film di un altro, e per di più giovane regista “tarantiniano” (orrore!), la prima attrice (Barbora Bobulova) del film che sta girando gli disubbidisce non rispettando il copione. Contemporaneamente, intravvediamo il prezzo pagato da Giovanni nell’impresa vana di dirigere inflessibilmente la sua vita e quella delle persone che ama, quando come per caso, da un dialogo con la figlia, veniamo a scoprire insieme a lei che Giovanni prende da anni antidepressivi e sonniferi, “altrimenti non dormo”. Consapevole del suo smarrimento, cosa gli resta da fare? Gli sfugge di bocca un’invocazione d’aiuto alla madre, per poi confessare subito dopo alla sua interlocutrice che è morta da dodici anni: non c’è più nessuno che possa aiutarlo. Resta allora la fuga nel sogno. Ed è proprio durante un sogno di Giovanni che vediamo una scena del film che avrebbe sempre desiderato girare, la storia d’amore di una coppia attraverso gli anni, raccontata con le canzoni. È la scena del primo bacio, al cinema, alla fine della proiezione de La dolce vita, sulle note di Lontano lontano di Luigi Tenco. Il ragazzo si lancerebbe in un’analisi del film, ma Giovanni, invece, gli ordina: “Baciala!”. E la moglie, con un “Ti ricordi?”, svela che quella era proprio la loro canzone. Il riproporsi degli inserti di questo film solo sognato costruisce quindi un passato alternativo di Giovanni, una famiglia felice con due bambini, un picnic in campagna, baci e canzoni. Ma anche questo passato è pur sempre diretto da lui, che oggi crede di sapere cosa avrebbe dovuto dire o fare per essere felice e continua quindi a mettere le battute in bocca ai suoi personaggi, non solo al sé stesso giovane, ma anche alla sua ragazza, nella stessa illusione di controllo di sempre.

Giovanni continua quindi a voler dominare la vita come se stesse girando un film, l’unica differenza è che adesso ha il dubbio, o forse la certezza, di aver diretto il film sbagliato. Impossibile però tornare indietro, ciò che è scritto è scritto, come suggerisce la prima scena, nella quale il titolo del film viene faticosamente pennellato a lettere cubitali su di un muraglione del Tevere e ci viene restituito prima per frammenti, nella fase di scrittura, per poi diventare leggibile solo alla fine. Così nel suo farsi la vita è indecifrabile, e la si capisce, in un lampo di consapevolezza, solo alla fine, quando è ormai troppo tardi. Ma chi l’ha detto che è troppo tardi, si chiede Moretti nel prefinale del film. E allora la fine sconfessa l’inizio, con una scena fiabesca suggellata dall’epigrafe “e vissero felici e contenti”, anche se solo in un passato reinventato.

Il sapore che resta in bocca, però, è amaro e il sol dell’avvenire sembra comunque sorgere ancora e sempre dietro le spalle, come già in Ecce Bombo (1978, secondo film di Moretti), dove i personaggi aspettavano l’alba sulla spiaggia di Ostia guardando dalla parte sbagliata. E come nell’icastico titolo delle memorie di Vittorio Gassman (Un grande avvenire dietro le spalle, 1981), altro egomane dolorosamente abbandonato in vecchiaia dalla sua corazza.

Nota:

Il consiglio di Alfred Hitchcock si trova in François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, Pratiche Editrice, 1985, p. 155.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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