Catania tra mancato sviluppo e disuguaglianze

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Catania viene narrata come una città, non solo piena di bellezze, ma che assicura benessere, attrae masse di turisti, sale nel ranking della qualità della vita. Questa narrazione ripropone il refrain della Milano del Sud, che ha attraversato periodicamente la storia della Catania del ‘900. Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento e poi negli anni Sessanta si verificano, infatti, situazioni di effervescenza economica e sociale in cui sembra crearsi la possibilità di sinergie positive tra politica ed economia, tra fattori endogeni ed esogeni, in grado di coniugare sviluppo urbano e industrializzazione. Nel secondo dopoguerra, intervento straordinario e intervento ordinario fanno crescere il reddito e migliorano le condizioni di vita. Catania ne esce, tuttavia, sfigurata dall’abusivismo e dalle speculazioni, con un apparato industriale fragile e disarticolato, che non riesce a resistere alla fine della stagione dell’urbanizzazione e alla concorrenza delle imprese esterne. Negli anni Novanta, con la sindacatura di Bianco e il passaggio ai finanziamenti europei per lo sviluppo locale, torna a spirare il vento della rinascita di Catania fondata sul doppio pilastro: da una parte la qualità urbana, dall’altra, il polo tecnologico della cosiddetta Etna Valley. I risultati sono stati modesti per ragioni complesse, che vanno da una progettualità di breve respiro orientata a una spendibilità immediata, all’incapacità di fare rete da parte delle istituzioni pubbliche e private, al riemergere costante di logiche particolaristiche e spartitorie.

Oggi Catania si conferma come città del loisir, polo di attrazione commerciale per la Sicilia orientale, ma la bellezza del barocco non basta a nascondere sporcizia e strade dissestate e degrado delle grandi periferie urbane o dei vecchi quartieri del centro storico. Il polo tecnologico resta una realtà importante, ma le prospettive sono incerte e l’impatto occupazionale inevitabilmente insufficiente. Le vivaci iniziative imprenditoriali, che pure sono notevoli, non sembrano travalicare l’ambito del commercio e dei servizi e sono soggette a elevata nati mortalità. Le risorse del Comune sono mal utilizzate e limitate in ragione del dissesto e dell’incapacità di riscossione dei tributi, sicché Catania resta una città divaricata con un’enorme sacca di marginalità sociale.

I dati che è possibile reperire nelle fonti istituzionali (Istat, Banca d’Italia, Camera di commercio) ci hanno restituito un quadro impietoso, sia per il Comune, sia per l’area metropolitana. Qualunque sia l’ambito di osservazione, i livelli di istruzione, il mercato del lavoro, i servizi, Catania occupa l’ultimo posto non solo rispetto alle medie nazionali, ma anche a quelle del Mezzogiorno e, spesso anche della regione. Invecchiamento della popolazione, calo della natalità e saldo migratorio negativo interessano sia il Comune capoluogo, sia l’area metropolitana. La speranza di vita alla nascita è di due anni più bassa della media italiana, la mortalità infantile del 4,7% rispetto al 2,6%. Meno del 5% dei bambini frequenta la scuola dell’infanzia, poco più di un quarto che nel complesso del Paese. Solo il 10% degli scolari frequenta una scuola a tempo pieno, il che non solo incide sulla disponibilità al lavoro delle donne, ma priva i bambini e i ragazzi della possibilità di trascorrere un tempo più lungo in un ambiente meno disagiato di quello in cui molti di essi vivono. Sono il 10% in meno le persone dai 25 ai 65 anni che hanno un diploma e solo il 20% i laureati tra i giovani dai 25 ai 39 anni, rispetto al 30% della media italiana. Ancora più preoccupante è che Catania registri i livelli più alti di studenti della terza media che hanno un’inadeguata conoscenza matematica e alfabetica. Non stupisce, dunque, che il 28% dei giovani dai 15 ai 29 anni rispetto a una media nazionale del 16%, non studi e non lavori, nonostante il ridimensionamento registrato negli anni recenti. La povertà educativa limita la formazione di capitale umano, alimenta la cultura della povertà e della devianza e incide sulla capacità di discernimento rispetto alle scelte possibili sul piano individuale e sociale.

Il mercato del lavoro offre un quadro ancora più problematico: nonostante la crescita dell’occupazione degli anni recenti, il divario con la media italiana resta enorme per uomini, giovani e, soprattutto, donne. Solo il 48,9% della popolazione dai 20 ai 64 anni rispetto al 66,3% della media italiana risulta occupato e la percentuale scende al 34,8 tra le donne e al 24,6 tra i giovani. Il livello di istruzione è discriminante per la possibilità di accedere al lavoro, soprattutto per le donne e ha effetti anche sulla partecipazione. La percentuale di persone in età lavorativa che non sono né occupate né in cerca di lavoro è di circa un terzo a Catania (32,2), più del doppio della media italiana (14,8) e si concentra tra la popolazione a più bassa istruzione, su cui agisce un effetto di scoraggiamento sulla possibilità concreta di trovare un lavoro. Ciò non toglie che un quarto dei laureati dell’area metropolitana catanese si sposti in altre aree per continuare gi studi o per cercare lavoro. Solo per questo aspetto, tuttavia, Catania ha valori meno negativi del resto del Sud.

Disuguaglianza e spreco enorme di capitale umano rendono asfittico lo sviluppo dell’economia, fragile e soggetta alle variazioni congiunturali l’iniziativa imprenditoriale. Il polo tecnologico appare come una monade e, in realtà, sia il turismo che l’edilizia producono un modesto quantitativo sia di addetti che di valore aggiunto. Catania ha sì un’imprenditoria vivace, con un numero di imprese in crescita decisamente più alto della media regionale, ma attraversata da una diffusione probabilmente troppo marcata di orientamenti speculativi, che comprendono frequenti collusioni con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Peraltro, la propensione alla brevettazione presenta un indice lontano dalla media italiana (rispettivamente 28 e 103) e un andamento decrescente nel tempo. Il valore aggiunto per abitante è circa un terzo di quello medio italiano, ma la distanza in termini di valore aggiunto per occupato è la metà. Ciò significa che le differenze di produttività del lavoro ci sono, ma è soprattutto la limitatezza della base occupazionale a fare la differenza.

L’apparato amministrativo è insufficiente e poco competente, incapace o indisponibile a fornire servizi ed economie esterne che valorizzino le risorse economiche e umane disponibili. Verde pubblico, raccolta differenziata, dispersione della rete idrica, numero di biblioteche pubbliche presentano valori uniformemente negativi. Il surdimensionamento dell’economia sommersa o illegale permette la sopravvivenza di vasti strati di popolazione marginale e super profitti a professionisti e lavoratori autonomi, ma implica non solo la sottrazione di risorse allo Stato, ma anche una concorrenza sleale agli imprenditori che rispettano le regole e pagano tasse e contributi. Nel complesso, prevale quello che è stato definito lo sviluppo dal basso che non crea risorse adeguate per la popolazione, ma riproduce disuguaglianze e priva l’economia stessa e la società nel suo complesso di risorse umane capaci, competenti, leali e dotate di etica del lavoro. Un contesto siffatto non solo richiede che l’amministrazione assicuri un adeguato livello di servizi (dalla pulizia, ai trasporti, alla manutenzione delle strade e degli edifici di sua competenza), invece di oscillare dal lassismo, per non perdere consensi, al sicuritarismo, nell’illusione di combattere con la repressione una devianza che trova il terreno di coltura nella enorme marginalità sociale.

Sembra dalle fonti rese disponibili dal Comune che solo il 27% dei fondi del PNNR (che peraltro sono stati spesi al momento in misura minima) è destinato alla costruzione di 6 asili nido e a interventi di manutenzione ed edilizia sociale nei quartieri ad elevato disagio. La maggior parte dei fondi è destinata al parco bus e all’abbellimento del centro. Il che implica di fatto un impiego prioritario di tipo edilizio, che rischia peraltro di creare strutture soggette al degrado dei tanti interventi simili fatti in passato. Per affrontare le dimensioni dello svantaggio sociale ed economico che si sono descritte prima occorrerebbe in realtà un intervento integrato che metta in rete le scuole, i centri sociali territoriali (che sciaguratamente sono stati ridotti e trasferiti nel centro città), i servizi per l’impiego, il non profit per una mobilitazione che coinvolga le famiglie e i giovani per il superamento della povertà educativa e della cultura della marginalità, attraverso la cura e la ricucitura dell’ambiente in cui vivono (scuole, case, strade, centri di aggregazione), l’accesso a un lavoro dignitoso e non solo a sussidi inadeguati e continuamente ridefiniti. In particolare, la manutenzione e l’ampliamento dei presidi scolastici, la loro apertura per un tempo lungo nella giornata che associ attività curricolari e non, coinvolgendo non solo gli insegnanti, ma giovani laureati, artigiani, artisti, genitori dovrebbero costituire il fulcro di un lavoro coordinato e proiettato sul lungo periodo. Tutti dovrebbero essere in grado di cogliere le buone occasioni e fronteggiare i rischi che una società sempre più complessa ci pone davanti. E la responsabilità maggiore è di chi governa e di chi gode di maggiori privilegi, non certo solo per proprio merito.

È una sintesi della relazione svolta nel convegno Potere, società e consenso a Catania
organizzato a Catania il 29 maggio da Volere la Luna

Gli autori

Rita Palidda

Rita Palidda, già ordinaria di Sociologia economica all'Università di Catania, fa parte di Volere la Luna - Catania

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