A Torino, nell’ultimo anno e mezzo, si è sviluppata una mobilitazione sul tema del diritto all’abitare, che si è articolata in una serie di campagne, collegate e convergenti, che per la prima volta dopo decine di anni ha visto decine e decine di associazioni, con pratiche e sensibilità differenti, coalizzarsi e collaborare attivamente per provare a modificare la situazione di una città in cui il “problema casa” ha assunto dimensioni drammatiche.
Qui un sommario, schematico e incompleto elenco di fattori che hanno spinto a un aumento dei costi di affitto e a una crescita della rendita: 50.000 alloggi sfitti, secondo stime variabili, di fronte a decine di migliaia di famiglie che non riescono a trovare una casa decente a prezzi sopportabili; blocco totale dell’edilizia pubblica, con migliaia di alloggi vuoti e degradati per cui non viene fatta alcuna manutenzione; svendita del patrimonio pubblico per fare cassa; diffusione del cosiddetto “caporalato abitativo” (soffitte, garage e alloggi fatiscenti affittati in nero a costi esorbitanti a persone che non possono neanche richiedere la residenza e sono quindi private di una serie di diritti); discriminazioni pesanti nei confronti degli stranieri, dei cittadini italiani di colore (“quanto è scura la tua pelle?”), di persone LGBT ecc.; proliferare di studentati speculativi, dove una camera può costare 800 euro al mese e anche più; proliferare incontrollato del fenomeno degli affitti brevi (airb&b ecc.).
La prima campagna, “Vuoti a Rendere” (VAR), si è basata su una raccolta di firme per chiedere una delibera di iniziativa comunale (depositata più di un anno fa) che impegnasse l’Amministrazione a: effettuare un censimento dello sfitto; bloccare la dismissione del patrimoni pubblico; rilanciare l’agenzia comunale Locare, che dovrebbe favorire l’incontro fra proprietari e affittuari, fornendo garanzie ai primi e aiuto ai secondi, che finora ha avuto un ruolo molto limitato per carenza di fondi e di iniziativa; per i proprietari di più di 5 alloggi sfitti da più di 2 anni (“proprietà assenteista”) prevedere forme di incentivi e di sanzioni per ottenere la messa sul mercato degli immobili (segnalando pratiche peraltro già applicate in vari paesi europei) e nel caso di inadempienza, prevedere la possibilità di requisizione temporanea. In parallelo, si è sviluppata la campagna della rete RAMA (Rete antirazzista militante per l’abitare) che ha chiesto un confronto con l’amministrazione sui temi della discriminazione razzista. Infine, l’Associazione Arteria ed altre hanno aperto la battaglia sul caporalato abitativo, anche in questo caso chiedendo di confrontarsi con l’Amministrazione.
Le tre campagne principali, che hanno saputo lavorare insieme, hanno tutte avuto l’obiettivo di incidere sulla politica istituzionale e di modificarne le pratiche liberistiche e/o assenteiste, e quindi hanno deciso di confrontarsi con istituzioni in cui non erano rappresentate: ci siamo seduti tenendo – e facendo – ben presente che noi eravamo da una parte del tavolo, loro dall’altra, e non per caso, ma per una nostra precisa scelta. Le campagne si sono fondate sull’impegno di centinaia di attivisti e hanno coinvolto la popolazione torinese con volantinaggi, presidi, iniziative varie, ma in assenza di un effettivo movimento di lotta che coinvolgesse i diretti interessati. Non sono nati, finora, comitati di sfrattati, di famiglie in attesa di assegnazione di case popolari, e così via (non si può dire che ci siano significative esperienze di lotta a Torino: le occupazioni organizzate, molto limitate, sono un fenomeno sociale più che politico; sono nicchie di autodifesa e di autoorganizzazione, che non pongono rivendicazioni alla città). È una situazione in parte nuova, rispetto ad esperienze storiche, e richiede qualche riflessione. Sostanzialmente credo fotografi la realtà attuale, in cui a un aumento del disagio sociale non corrisponde, anche per il vuoto lasciato per decenni dalle organizzazioni maggiori, una capacità di organizzazione/autoorganizzazione dei soggetti portatori di bisogni.
Nonostante questi limiti, e grazie al fatto che su questi temi le associazioni di base hanno saputo costruire un’ampia mobilitazione e sensibilizzare l’opinione pubblica, queste campagne in poco più di un anno hanno cambiato il quadro della discussione sul tema casa a Torino, hanno travato ampio spazio sulla stampa locale (a volte con attacchi isterici, ma anche con momenti di informazione corretta), hanno incontrato il sostegno dei due principali centri di ricerca del Politecnico e dell’Università di Torino, che si sono dichiarati disponibili a mettere le loro competenze a disposizione per l’effettuazione del censimento, e stanno sollecitando iniziative simili in altre città italiane. Ma soprattutto, stanno incidendo sulle politiche istituzionali, con una prima serie di risultati molto importanti. Eccoli: a) dopo un animato confronto con le commissioni consiliari competenti, è apparso chiaro che la proposta di delibera VAR verrà bocciata (sulla richiesta di requisizione c’è stato muro, ma ce lo aspettavamo, nonostante si tratti di procedure possibili e per niente rivoluzionarie), ma la maggioranza ha presentato in questi giorni una sua bozza di delibera, che con molti limiti (pretende di essere una delibera quadro sul tema casa ma lascia fuori molti aspetti cruciali e su altri è vaga), in sostanza accoglie parte delle nostre proposte: censimento, moratoria (parziale) sulla vendita del patrimonio comunale, rilancio e potenziamento dell’agenzia Locare, ma soprattutto per la prima volta affermazione esplicita che, nel caso della grande proprietà, verranno presi in considerazione provvedimenti sia di incentivazione sia sanzionatori; b) sul tema della discriminazione e su quello del caporalato e del diritto alla residenza si sono aperti tavoli istituzionali per discute dei possibili interventi. È interessante come dopo queste aperture, altre realtà di peso (Alleanza per la casa, che raccoglie i sindacati, ambienti della curia ecc. E Caritas) che si muovono attorno al problema casa, in precedenza piuttosto moderate, si siano aperte alle nostre proposte. È anche questo un segno che le campagne stanno portando a qualcosa di concreto.
Ma si tratta di risultati parziali che resteranno tali senza un allargamento della mobilitazione, un tallonamento continuo e attento delle azioni che la Giunta intraprenderà (perché non restino dichiarazioni di intenti), l’estensione a temi finora rimasti ai margini (i senzatetto, in aumento, gli studentati, airb&B) per costruire aggregazioni delle persone coinvolte e l’assunzione del problema dell’edilizia pubblica, in mano alla regione, dove il centrosinistra è all’opposizione e si può tentare di spingere per qualche iniziativa di contrasto. I segnali positivi non ci devono far dimenticare che ci troviamo di fronte a decenni in cui le amministrazioni comunali, in totale e imbarazzante continuità al cambiare delle maggioranze, non hanno avuto la volontà e l’intelligenza per pensare un progetto complessivo di governo del territorio. Abbiamo fiducia, ma la battaglia è appena iniziata.
Ed ora qualche ragionamento di portata più generale. Un’analogia che a me viene in mente è fra l’esperienza torinese e la vicenda della ex-GKN di campi Bisenzio (con la differenza, non da poco, che là si tratta di una vera lotta, partita dagli operai coinvolti in un licenziamento arrogante, che ha saputo creare un amplissimo coinvolgimento politico e sociale). In entrambi i casi si è trattato di lotte e di rivendicazioni radicali, che toccano il nocciolo del sistema ultraliberista (finanzcapitalista, avrebbe detto Gallino) di governo del lavoro e della vita degli esseri umani, e che possono creare piccoli ma significativi scardinamenti di questo ordine. In entrambi i casi la lotta e la mobilitazione hanno avanzato non solo rivendicazioni, ma anche proposte concrete e su queste hanno sfidato le istituzioni («la distanza fra protesta e proposta si è accorciata, non c’è tempo», come ha detto qualche giorno fa a Torino Diego Salvetti, del Collettivo di fabbrica ex-GKN). E le istituzioni hanno dovuto, bene o male, battere un colpo. Come mai? La situazione era troppo esplosiva? Mah, altri casi sono esplosi senza che ci fosse una risposta. Sono diventati buoni? Altro mah. Forse la risposta è in un mix di condizioni createsi a livello locale, in cui il movimento e le mobilitazioni, ragionando in maniera generale («ragionare e comportarsi da maggioranza sociale», per citare ancora Dario), hanno saputo aprire delle contraddizioni in un tessuto politico molto deteriorato ma in cui alcuni settori provano a porsi qualche domanda e qualche obiettivo, al di là della miseria della politica istituzionale. La discriminante non è quindi fra chi lotta e chi dialoga (ancora abbastanza in voga in certi settori iper-residuali), ma fra chi pensa che le istituzioni non sono un posto dove andarsi a sedere ma uno strumento da cambiare per farne a sua volta fattore di cambiamento.
