“Portobello” di Marco Bellocchio

Nella sua serie in sei puntate sul caso Tortora, Marco Bellocchio ci racconta che la verità è un castello di carte e che la finzione, la maschera, il racconto ormai si sono mangiati la realtà. Il bersaglio del regista, dunque, non è tanto quello più ovvio della malagiustizia, quanto quello più ampio e profondo dell’inautenticità del mondo in cui siamo immersi.

“Rapito” di Marco Bellocchio

Nel 1852 Edgardo Mortara, figlio di una famiglia ebrea, viene battezzato da una domestica; per questo papa Pio IX lo fa togliere ai genitori per crescerlo nella religione cattolica. Da qui si dipana il film di Bellocchio, che via via si concentra su una sequenza di riti (religiosi e non), vissuti come rituali nevrotici per tenere a bada un’angoscia che attanaglia tutti i protagonisti.

“Esterno notte”: l’onorevole Moro e la memoria

La morte di Aldo Moro è, in Italia, “la storia” per eccellenza, che riassume in sé molteplici riferimenti e significati. Bellocchio li ripercorre in un film in cui spiccano i sentimenti, le angosce, il disagio delle persone che li hanno vissuti: non con una ricostruzione storica ma con i mezzi artistici di chi fa memoria, e dà spazio alle emozioni dei contemporanei, suggerendo tra gli altri i tratti della pietà.

Il traditore

“Il traditore”, di Marco Bellocchio, racconta la vicenda di Tommaso Buscetta, il “boss dei due mondi”, poi superpentito, che con le sue rivelazioni ha messo in ginocchio Cosa Nostra. Film biografico, dunque, ma problematico, al confine tra l’accettazione e il contrasto, il fascino e il ribrezzo, la distanza e la vicinanza.