Alla base delle serie Portobello c’è il caso Tortora, ma Bellocchio non ha mai girato film di impegno civile del genere di Francesco Rosi; semmai, quando ha frequentato la cronaca e la storia, l’ha fatto come Elio Petri, con una lente deformante che paradossalmente – proprio in quanto tale – gli permette di vedere meglio. Così la genialità di Bellocchio è quella di raccontare il caso Tortora come un’enorme puntata di Portobello, dove i suoi accusatori sono raccontati alla stregua dei mitomani che infarcivano il suo programma. Si trattava in effetti, in gran parte, di una vera e propria corte dei miracoli. In questo senso i due campioni sono senz’altro lo schizofrenico Giovanni Pandico detto “o’ pazzo” (Lino Musella) e il pittore megalomane e mentitore seriale Giuseppe Margutti, mentre Gianni “il bello” Melluso e Pasquale Barra “o’ animale”, con la cifra record di 67 omicidi compiuti, rientrano più nella categoria bestie rare.
Come nel caso più famoso presentato in trasmissione e che Bellocchio non manca di citare, nel corso dell’indagine, Tortora (Fabrizio Gifuni) si trova nella stessa scomodissima posizione del monte Turchino da spianare per liberare dalla nebbia la Val Padana, ossia liberare la Campania dalla nuova camorra organizzata: è il volto simbolo e l’involontario testimonial di una megaoperazione di polizia da più di ottocento arresti. A questo punto il conduttore non conduce più niente e diventa invece un soggetto passivo; ora a governare il gioco ci sono gli inquirenti, che costruiscono il loro castello di carte (un’immagine che torna più volte nella serie). E se Tortora prendeva le sparate dei personaggi del suo show con humour british, apparentemente gentile ma in realtà ironico, i magistrati purtroppo prendono sul serio i pentiti e sembrano cascare con tutte le scarpe nelle fandonie che vengono propinate loro.
È il racconto che vince sulla realtà, la maschera (altra immagine ricorrente) scambiata per il volto. Di fronte all’immaginifica “arte della commedia” dei pentiti (così definisce Pandico la deposizione di un suo sodale), cosa può il giudice istruttore Giorgio Fontana (Alessandro Preziosi), rigido, coscienzioso e conscio anche della ristrettezza dei mezzi della giustizia, per la quale mancano persino le macchine da scrivere? Così indagini e processo sembrano la realizzazione dello slogan del maggio francese “la fantasia al potere”.
Che sia tutto un fatto di narrazione, ce lo conferma anche la conclusione del quinto episodio, con la sentenza di condanna in primo grado. Vediamo infatti l’allegra tavolata dei cronisti che hanno seguito il processo e che brindano alla condanna, rivendicando il fatto che “è anche una nostra vittoria”. Può trattarsi di una trasmissione televisiva o di giustizia, ma il fine ultimo è sempre lo stesso: l’audience e il sentimento popolare. Bellocchio lo sottolinea da una parte, nel primo episodio, dandoci di continuo i dati di ascolto sempre crescenti di Portobello, dall’altra mostrandoci poi la risposta a dir poco entusiasta dei media di fronte alla cause célèbre, che riempe le prime pagine dei giornali e i telegiornali.
Il bersaglio del regista, dunque, non è tanto quello più ovvio della malagiustizia, quanto quello più ampio e profondo dell’inautenticità del mondo in cui siamo immersi, nel quale ormai tutto è una realtà di secondo grado, vista attraverso uno schermo e filtrata da un racconto, sempre più raramente conosciuta direttamente. Un’idea che emerge con chiarezza dal dialogo che Tortora ha in carcere con l’ex-brigatista Ugo (Piergiorgio Bellocchio), che gli rinfaccia come la sua vera colpa sia il fare parte di questo sistema. Il conduttore si difende dicendo che il suo era solo intrattenimento e che non pretendeva certo di cambiare il mondo, come invece credeva di fare Ugo. Il punto, purtroppo, è proprio questo: che invece il mondo è stato cambiato proprio dalla tv (e da tutto quello che le è venuto dietro), non certo dalla rivoluzione.
