Il blitz di Palermo contro Cosa Nostra. Considerazioni controcorrente

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Il blitz dello scorso 11 febbraio, condotto dalle forze dell’ordine in seguito a un’inchiesta della Procura palermitana, ha innescato una nuova attenzione mediatica e politica su Cosa Nostra siciliana, della quale l’inchiesta svelerebbe la pericolosità. Mentre il procuratore antimafia parla della necessità di estendere ulteriormente il 41 bis, il procuratore Ardita si scaglia contro la presunta promiscuità che la sorveglianza didattica causerebbe. Ne conseguirebbe che la mafia non soltanto controllerebbe le carceri, ma, addirittura, sarebbe dietro ai suicidi che ormai rappresentano la triste quotidianità della carceri italiane! Il magistrato però, non fornisce alcuna spiegazione sul modo in cui, una rinnovata Cosa Nostra, manovrerebbe i suicidi. Ci troviamo di fronte a proclami securitari, alla compagine governativa che va immediatamente a riscuotere il credito presso l’opinione pubblica, senza tentare un’analisi degli arresti e degli arrestati.

In primo luogo, si ostenta il numero di persone fermate, che ammonta a 180 unità. Si tratta di una cifra gonfiata per eccesso, in quanto molti degli imputati hanno avuto notificato il mandato di cattura in carcere. È però una cifra da ostentare, col duplice scopo sia di mostrare l’efficacia dell’operato della magistratura, sia di sventolare lo spauracchio di Cosa Nostra davanti al pubblico, e giustificare conseguentemente l’inasprimento delle misure di contenimento penitenziario. Inoltre, come mostrano le vicende delle recenti maxi retate antimafia, in particolare quelle condotte in Calabria, molte delle accuse tendono a sgonfiarsi in istruttoria, portando al ridimensionamento del blitz. Infine, non si può non notare come da anni, le cronache locali, mettano in prima pagina operazioni di smantellamento dei mandamenti che si ripetono con cadenza annuale regolare.

Questo porta alla seconda riflessione che vorremmo proporre. Non si tratta di dubitare della buona fede e della fondatezza dell’operato della Procura palermitana, ma di porsi alcune, semplici domande: chi sono gli arrestati? Di cosa, nello specifico sono accusati? Un’analisi che può essere corroborata anche dall’esame dei brani delle intercettazioni fornite dagli inquirenti. Molti degli arrestati, per i mafiologi, sono senza dubbio nomi di rilievo, in quanto i nomi e i cognomi, in molti casi ridondanti, riconducono alle storiche “dinastie” mafiose palermitane, attive da anni nel territorio. Si potrebbe pensare, a una lettura superficiale, che il radicamento territoriale della mafia persiste. Ipotesi non del tutto infondata, ma, a uno sguardo più accurato, si nota che si tratta, nella stragrande maggioranza, di persone con un’età superiore ai 60 anni, cresciuti sicuramente nel milieu mafioso in cui dominavano i corleonesi, ma che sono del tutto prive del vecchio humus che consentiva loro di prosperare.

Soprattutto, in terzo luogo, il loro modus operandi e il loro raggio d’affari, dimostrano che non ci troviamo di fronte alla Cosa Nostra che controllava gli appalti e la politica e che metteva le bombe. Le intercettazioni rivelano un tentativo di ricostruire la Commissione provinciale, come ai tempi di Riina e Liggio, secondo la correlazione fin troppo lineare che la riproduzione pedissequa dei modelli organizzativi del passato consenta di riprendere peso all’interno delle economie sporche. I boss, evidentemente, trascurano il fatto che Cosa Nostra siciliana, nata come struttura informale di governo del latifondo per conto della nobiltà siciliana, prosperò proprio grazie al suo intreccio coi poteri economici e politici. Un intreccio che raggiunse il suo culmine durante la Guerra Fredda, quando Cosa Nostra coniugò il suo controllo del territorio con la sua naturale vocazione anticomunista, che la vide in prima fila nella repressione delle lotte contadine e le assicurò quella connivenza che fece sì che, fino al 1992, per lo Stato la mafia non esistesse. L’ascesa dei corleonesi, la guerra di mafia, i pentiti, i cosiddetti “delitti eccellenti”, la mobilitazione della società civile, innescarono una reazione, talvolta riluttante, da parte dello Stato. Soprattutto, la caduta del muro di Berlino, oltre a ridurre l’importanza strategica di Cosa Nostra, la cui credibilità tra le organizzazioni criminali era stata minata dai pentiti, aprì nuove rotte ai traffici di stupefacenti e nuove opportunità di guadagno alle economie sporche. Il traffico di organi, di esseri umani, di armi dall’ex blocco sovietico, hanno comportato una modifica sostanziale nella geografia del crimine organizzato. Soprattutto, sono cambiati i modelli organizzativi, che – come mostrato da Vincenzo Ruggiero – di solito si strutturano simmetricamente ai flussi economici leciti, allineandosi quindi alla struttura reticolare, snella, di stampo post-fordista, che rende il modello centralizzato di Cosa Nostra obsoleto.

Non a caso, la mafia che emerge dall’inchiesta, è dedita ad attività se vogliamo tradizionali, come il traffico di droga (come subagente della ‘ndrangheta calabrese) e le estorsioni. Viceversa, è lontana anni luce da quella mafia che arrivava fin dentro alle centrali del potere economico e finanziario, che controllava agli appalti, che faceva dire a Giovanni Falcone che bisognava seguire la via del denaro. Non a caso, due boss intercettati, si lamentano del fatto che oggi ci si debba contentare dei panetti di fumo, mentre una volta si aspettavano le navi cariche di erba. Una consapevolezza della decadenza, che è direttamente proporzionale alla mancanza di compattezza interna, tanto che – si lamenta un altro boss – oggi ci si pente con facilità. Vero è che i mafiosi usano il deep web e investono in bitcoins, ma non sembrano fatti eclatanti. Nella società della comunicazione odierna, chiunque abbia una sufficiente conoscenza informatica di base, è in grado di svolgere queste operazioni. Sarebbe strano che i mafiosi non ne fossero in grado. Al di là dei numeri, siamo di fronte a una mafia nostalgica, male in arnese, che accetta la subalternità ad altre organizzazioni e coltiva ambizioni di restaurazione anacronistiche.

Se le cose stanno così, bisogna allora spostarsi su un altro versante, e sviluppare altre riflessioni, relativamente alle ragioni per cui questo blitz ha acquisito rilevanza nazionale. La prima ragione va riscontrata nell’esistenza diffusa, nella società italiana, di attori, agenzie, apparati, che si sono formati e sono cresciuti attorno all’emergenza mafiosa, e che oggi si trovano sguarniti di fronte a un mutamento così repentino e drastico degli scenari criminali tanto da dovere evocare a tutti i costi l’esistenza di un nuovo pericolo mafioso per tenersi in vita. La loro spinta verso l’autoconservazione si intreccia con le esigenze dell’industria mediatica, la quale è consapevole che, nella società italiana, evocare e diffondere lo spettro di Cosa Nostra, al di là del pericolo reale che rappresenta, costituisce una garanzia di sicuro richiamo di pubblico. Le mafie sono diventate un prodotto pop, tanto che la loro rappresentazione ormai eccede la consapevolezza sulla reale portata del fenomeno. Si tratta di una tendenza da tenere monitorata, in quanto la sua riproduzione, fornendo una rappresentazione distorta del fenomeno, sortisce l’effetto di non cogliere i reali intrecci di potere economico e politico tra le cui pieghe le organizzazioni criminali, storicamente prosperano.

Viceversa, insistere sugli aspetti gangsteristici e folcloristici delle organizzazioni criminali, alimenta – e questa è la seconda riflessione che vorremmo sviluppare – quella spirale di panico morale che innesca la domanda securitaria che sfocia nella produzione di politiche legge e ordine. Anche questo aspetto va monitorato con molta attenzione, perché, relativamente alle politiche penali, ostacola la possibilità, da parte dell’opinione pubblica, di prendere coscienza dei problemi. L’applicazione del 41 bis, l’irrogazione dell’ergastolo ostativo, sono considerati dei veri e propri dogmi, e chi li mette in discussione viene accusato di essere lassista, filo-mafioso ed esposto al pubblico ludibrio. Eppure basterebbe spiegare al pubblico che l’utilizzo di queste due misure non ha affatto comportato la fine delle mafie, per il semplice fatto che non è una questione di individui singoli, ma di rapporti economici e politici più complessi. Inoltre, queste misure non vengono applicati soltanto ai mafiosi, come dimostra il caso Cospito, e, soprattutto, vanno in direzione contraria a quanto afferma l’articolo 27 della Costituzione repubblicana.

La terza riflessione, concerne il cui prodest del blitz dell’11 febbraio. Il Governo ha messo subito il suggello sull’operazione, sia per ragioni di consenso, sia per la necessità di distogliere l’opinione pubblica dalla vicenda Elmasri e da questioni più stringenti come la guerra e la crisi economica. Il Governo, in particolare questo in carica, fa il suo mestiere, dal momento che ha fatto di legge e ordine la sua cifra. Quello che ci chiediamo, è se il dato sottolineato dal procuratore antimafia, ovvero che la Procura palermitana manchi di un procuratore e di 13 sostituti, abbia a che fare con le dimensioni dell’inchiesta. In un’epoca in cui le retate della polizia nelle periferie della città vengono immortalate dalla stampa locale e corredate da conferenze stampa per mostrare la produttività delle forze dell’ordine e magari servire a battere cassa a Roma, potrebbe anche starci che la procura palermitana abbia voluto attuare una strategia simile.

Come abbiamo provato a mostrare, ci troviamo di fronte a uno scenario molto più complesso e controverso di quello che i numeri e i titoli roboanti vorrebbero fare credere. Le mafie oggi seguono direzioni diverse rispetto a quelle di trent’anni fa. Ma, soprattutto, gli apparati repressivi, le legislazioni d’emergenza, non le contengono affatto. Rassicurano, ma non troppo. Forse sarebbe meglio tornare a rischiare.

Gli autori

Vincenzo Scalia

Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa prevalentemente di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina ed Inghilterra. I suoi lavori sono pubblicati in italiano, inglese, spagnolo e turco.

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