Nel panorama politico italiano, le proposte di riforma della legge sulla cittadinanza sono un genere letterario a parte: quelle avanzate e naufragate negli anni sono tali e tante da rendere difficile anche solo tenerne il conto. L’estate appena trascorsa ha dato il suo contributo: i successi conseguiti alle Olimpiadi da atlete e atleti con lo status di cittadine e cittadini ma con una pelle che si allontana dai canoni immaginati da chi ancora crede in una Italia “bianca” hanno riattivato il dibattito sul senso dell’appartenenza statale. Diversi quotidiani hanno pubblicato articoli in cui i criteri per il riconoscimento e la concessione della cittadinanza sono descritti e messi a confronto tra loro. La politica non si è fatta sfuggire l’occasione: alcuni esponenti del campo moderato hanno dichiarato il loro favore all’introduzione di uno ius scholae che conceda la piena appartenenza ai figli e alle figlie di immigrati che abbiano completato due cicli scolastici o, secondo altre proposte, la scuola dell’obbligo. Qualche giorno fa, in queste pagine, Gianluca Bascherini ha richiamato il dibattito agostano e ricostruito le proposte politiche che ne sono emerse, affrontando il tema, anche sul piano tecnico, con grande chiarezza e rigore. Sfrutto amichevolmente l’ottimo lavoro fatto da lui per entrare nel vivo della questione, dando per scontato lo scenario attuale.
La cittadinanza è un nodo centrale per ogni sistema democratico, soprattutto se si considera la parola “democrazia” in un’accezione non meramente formale. Stabilire chi e a quali condizioni “appartiene” equivale a disegnare con chiarezza i confini di una collettività, determinando in particolare l’estensione dell’insieme costituito da coloro che possono contribuire alle decisioni comuni. Eppure, la cittadinanza è uno dei temi più strumentalizzati del dibattito pubblico. Troppo spesso le proposte di riforma sono alimentate non dalla reale volontà di modificare le regole del gioco ma dalla ricerca del consenso o, ancora più prosaicamente, da beceri calcoli elettorali.
Una riflessione pubblica sulla cittadinanza, tuttavia, deve cercare di andare oltre i tatticismi politici e scavare più a fondo nelle logiche, non sempre esplicite, alla base dei criteri che regolano il riconoscimento e la concessione della piena appartenenza. Di solito, la discussione si ferma alla dicotomia tra ius sanguinis e ius soli, tendendo facilmente a polarizzarsi nello schema progressivo vs regressivo. I due criteri, in effetti, poggiano su principi molto diversi, diversamente accettabili sul piano etico e politico. Da una parte il nativismo, che si fonda su una visione organicistica della società: l’appartenenza funziona per trasmissione o contaminazione. Dall’altra il territorialismo, che, al contrario, valorizza la presenza materiale: l’essere in un luogo rende di per sé appartenenti. Come sottolineato da Bascherini qui e altrove, tuttavia, ius sanguinis e ius soli, pur nella loro diversità a prima vista irriducibile, condividono un’attitudine disciplinante. Inoltre, sono nei fatti nient’altro che strumenti, ossia tecnologie giuridiche impiegabili per raggiungere obiettivi variegati. A seconda del contesto in cui sono messi al lavoro e dal modo in cui sono dosati, consentono di dare alla collettività una forma desiderata, bilanciando in modo differente – grazie alla “collaborazione” con le norme in materia di ingresso e soggiorno – il rapporto tra il popolo e la popolazione: vale a dire, tra l’insieme di coloro che hanno la cittadinanza e l’insieme di coloro che, a prescindere dal fatto che siano o meno pienamente appartenenti, risiedono nel territorio statale.
Sangue e suolo, inoltre, condividono un altro elemento comune: almeno nella loro forma pura, sono insensibili al tempo. Lo ius sanguinis evoca un legame di tipo biologico che si mantiene al di là della dimensione temporale, mentre lo ius soli ha a che fare con la nascita in un territorio, e prescinde quindi da una presenza stabile. Se il tempo non conta, lo spazio è invece piuttosto importante, quantomeno in uno dei due casi. Messo da parte nel criterio del sangue – ovunque si nasca o si viva si diventa o si rimane cittadine/i – ha un ruolo chiave in quello del suolo – il contatto stesso con il territorio, se avviene alla nascita, garantisce la cittadinanza. Il tempo, soprattutto se considerato in relazione allo spazio, è strategico invece per gli altri criteri che portano alla cittadinanza, meno discussi e dibattuti ma rilevanti in una fase storica in cui, in Italia e non solo, l’idea che la piena appartenenza debba essere “guadagnata” sta acquisendo una centralità crescente. Lo ius domicilii, ad esempio, si basa direttamente sul tempo considerato nello spazio: la residenza continuativa e perdurante porta al riconoscimento dell’appartenenza. Lo ius connubii prevede invece che sia il matrimonio, non la filiazione, a determinare la cittadinanza, a patto che la relazione coniugale si protragga per un certo periodo, e considera rilevante il fatto che la relazione abbia luogo nel territorio statale. Lo ius scholae compie un’operazione simile focalizzandosi però sulla formazione: l’esposizione sufficientemente prolungata a un sistema educativo e ai valori da questo trasmessi rende un individuo ancora giovane abbastanza simile al resto della società, tanto da esserne considerato parte integrante e da meritare lo status di cittadino.
Nell’ultimo dei casi considerati, tempo e spazio sono dimensioni centrali ma, da sole, non dirimenti. La logica alla base dello ius scholae, in sintesi, è la seguente. Un certo numero di anni di residenza è una condizione necessaria per concedere la cittadinanza a chi arriva nei primi anni di vita o nasce da persone immigrate, ma non è sufficiente. Perché la macchina del riconoscimento formale compia il suo lavoro fino in fondo serve un altro elemento: il merito. La presenza duratura nel territorio dello stato “ospitante”, in altre parole, non è determinante di per sé. Lo diventa in quanto fa da contenitore alla partecipazione scolastica: è l’acculturazione favorita dalla scuola a rendere una persona meritevole di essere considerata cittadina. In sostanza, siamo dentro l’orizzonte della civic integration, una visione, affermatasi in molti stati europei sul finire degli anni Novanta, che si basa sull’idea secondo cui l’ingresso e/o il soggiorno in uno stato debbano essere subordinati alla dimostrazione di un certo livello di conoscenza dei valori civici, della cultura e della lingua del paese di arrivo. Applicandosi a migranti adulti, l’integrazione civica si traduce nell’imposizione obbligatoria di corsi e test. Nel caso di minori, si declina attribuendo al percorso scolastico la capacità di provare l’avvenuto inserimento nella società. La logica è la stessa delle politiche di attivazione, sperimentate a partire dagli anni Novanta del Novecento nel campo del lavoro: la condizionalità. Chi vuole risalire la piramide della stratificazione civica, ottenendo uno status superiore – il rinnovo del permesso di soggiorno, nel caso dei migranti adulti, e la cittadinanza, nel caso di persone più giovani –, deve accettare di essere “in prova”: deve dimostrare cioè la volontà di attivarsi, assumendo un atteggiamento positivo e collaborativo e riuscendo a raggiungere determinati obiettivi.
Al di là della logica meritocratica, il tempo, se messo al centro del percorso di attribuzione della piena appartenenza, è un elemento problematico. Non a caso, parte delle polemiche estive si è giocata sugli anni di frequenza scolastica necessari a ottenere la cittadinanza. Ogni volta che la dimensione temporale entra in gioco, il principio territoriale si indebolisce. Misurando la durata di una qualsiasi attività relazionale – nel nostro caso, la scuola – a essere scalfita è l’idea che la presenza, di per sé, basti a diventare parte di una collettività.
Eppure, proposte teoriche come la territorialità etica di Linda Bosniak e la domicile citizenship di Harald Bauder portano avanti un principio molto semplice e, a mio avviso, ampiamente condivisibile: i diritti (soprattutto sociali) e il riconoscimento formale dovrebbero fondarsi sul semplice fatto di essere in un luogo, senza altre condizioni, ed essere estesi di conseguenza a tutte le persone che sono territorialmente presenti all’interno di uno stato a prescindere dalla durata del loro soggiorno. Attribuire rilevanza al tempo, invece, promuove un principio diverso, che finisce per riprodurre una logica organicistica: l’appartenenza presuppone un qualche tipo di legame che rende un soggetto esterno “organico”, appunto, al “corpo sociale”. La logica del radicamento, in altre parole, si sostituisce a quella della semplice localizzazione e, soprattutto, oscura un altro elemento: le necessità personali. Come rilevato più volte dalla Corte costituzionale – in particolare con la sentenza n. 44 del 2020, che dichiara illegittima una legge regionale sull’accesso all’edilizia residenziale pubblica – è incostituzionale introdurre requisiti limitativi del tutto estranei alla valutazione del bisogno, premiando al contempo la pregressa residenza, che nulla ha a che fare con le condizioni materiali di una persona. Insomma, considerare il tempo rivolgendosi al passato significa valorizzare presunti legami che, come tali, non sono per forza significativi. Forse, piuttosto, sarebbe opportuno rivolgersi al futuro, attribuendo importanza a relazioni e connessioni ancora da costruire, le quali, peraltro, sarebbero favorite dal poter contare su diritti concretamente esercitabili, ossia sulla soddisfazione dei bisogni.
Lo ius scholae, invece, guarda all’indietro non in avanti: promuove cioè l’idea secondo cui una frequenza scolastica prolungata è indice del fatto che le giovani persone migranti sono state “assorbite” nel tessuto sociale. Alle persone non italiane, in sostanza, è richiesto un radicamento che, oltre a valere di per sé, è una prova dello sviluppo di legami e connessioni. Sulla carta, può sembrare un principio di buon senso. Il punto però – ed è un punto che riguarda in generale anche le politiche di integrazione – è l’asimmetria tra chi la cittadinanza ce l’ha e chi invece no. Una persona italiana per nascita, infatti, non è obbligata a dimostrare di avere relazioni sociali per mantenere il suo status. Né rischia di essere espulsa dal territorio qualora non conosca bene l’italiano o sia scarsa in educazione civica. Al limite, se è in età scolastica, si becca una bocciatura.
Una discussione critica e accorta sulla cittadinanza, dunque, deve cercare di scavare al di sotto non soltanto dei dibattiti politici ma anche dei criteri giuridici, interrogando le regole del gioco per comprenderne la logica di fondo e, soprattutto, le implicazioni materiali. Inutile dirlo, si tratta di un campo minato, a livello scientifico e politico. La cittadinanza, storicamente, è uno status ambiguo e controverso. Lottare perché venga estesa non vuol dire amarla e apprezzarla. Anzi, si può e si deve cercare di superarla senza per questo rinunciare a migliorarla, finché esiste. In altre parole, è opportuno separare la strategia dalla tattica, evitando fughe in avanti che, in alcuni casi, rischiano di essere regressive. Come quella di Giorgio Agamben, il quale, nel 2017, ha deciso di non firmare l’appello per lo ius soli in nome del rifiuto, assoluto, di un istituto giuridico ritenuto inaccettabile, tanto da chiudere la sua uscita pubblica in questo modo: «Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza. Secondo le parole del poeta: “la patria sarà quando tutti saremo stranieri”». Una certa dose di realismo, insomma, è necessaria. Purtroppo, uno scenario senza confini interstatali e, quindi, senza appartenenze stato-nazionali è poco realistico, almeno nell’immediato. Nell’attesa – se possibile “attiva”, ossia fatta di impegno, civico e politico – che si realizzi, è bene non dimenticarsi di chi rimane fuori dal perimetro della cittadinanza. Ogni minimo spazio di apertura, di conseguenza, deve essere presidiato e sfruttato, fino in fondo.
In homepage foto di Vincenzo Cottinelli (Legnago, 2000)
