Diritto non crimine. Attivismo ambientale e repressione

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L’aggravarsi dell’emergenza climatica sottende una più ampia crisi di sistema, nella quale l’avanzamento della frontiera estrattiva fossile, il degrado progressivo degli indicatori di salute del pianeta, l’aumento delle diseguaglianze sociali vanno di pari passo con la restrizione degli spazi di agibilità civica, di protesta e di mobilitazione. I dati parlano chiaro. Senza una netta e radicale inversione di tendenza il Pianeta e l’umanità tutta soffriranno sempre più le conseguenze della crescita delle temperature su scala globale. Nonostante l’evidenza scientifica, però, gli impegni presi dagli stati sono inefficaci, limitati se non contraddittori e dannosi. Secondo recenti stime, piuttosto che diminuire, l’estrazione di combustibili fossili aumenterà entro il 2030 rendendo così impossibile il perseguimento degli obiettivi di contenimento dell’aumento della temperatura globale sottoscritti nella conferenza delle Nazioni Unite ONU sul clima di Parigi nel 2015.

In questo contesto, l’operato di chi si impegna per mobilitare l’opinione pubblica, denunciare ritardi e incongruenze del paese nelle azioni di mitigazione, adattamento e compensazione degli effetti dei cambiamenti climatici è di importanza vitale. Non a caso la normativa internazionale riconosce e tutela i “difensori dell’ambiente”, cioè coloro che, a titolo individuale o collettivo, si impegnano per il rispetto dei diritti dell’ambiente attraverso pratiche nonviolente.

Eppure gli attivisti e le attiviste ambientali, spesso descritti dai media e dai decisori politici come eco-vandali o ecoterroristi, sono destinatari di una repressione crescente (addirittura è stata approvata, nel nostro Paese, una legge ad hoc che inasprisce le pene detentive e pecuniarie per gli autori di azioni dirette nonviolente in musei o monumenti). I procedimenti giudiziari intrapresi verso chi esercita il proprio diritto a manifestare trovano il loro input in segnalazioni degli organi di polizia e rispondono più a direttive di carattere politico che a necessità di tutela dell’ordine pubblico o di repressione dei reati. Prova ne è il fatto che, se in molti casi Procure e Tribunali hanno acriticamente fatto proprie le ricostruzioni degli organi di polizia, in molti altri, in specie a fronte di condotte non violente e/o di ipotesi di reato piuttosto “fantasiose”, le accuse sono cadute in dibattimento (se non già davanti al pubblico ministero con richiesta di archiviazione). La gran mole di procedimenti aperti e lo spropositato numero di persone sotto indagine (insieme all’introduzione di reati e di aggravanti specificamente modellati sulle proteste ambientaliste e ai reiterati aumenti delle pene previste per blocco stradale) stanno producendo, indipendentemente dall’esito dei procedimenti, quello che viene definito chilling effect ossia un disincentivo ad agire. Ciò è ulteriormente indotto da sanzioni pecuniarie rilevanti che di fatto, assieme alle alte spese legali, mirano ad azzoppare la capacità di iniziativa di associazioni e movimenti, così pregiudicando il diritto alla libertà associazione.

A questa situazione è dedicato l’ampio dossier qui pubblicato, coordinato da Rete In Difesa di e Osservatorio Repressione alla cui redazione hanno partecipato attivisti, legali, avvocati di movimenti quali No TAP e No TAV, rappresentanti di organizzazioni tra le quali Greenpeace Italia, Amnesty International Italia, Associazione Yaku, A Sud, Extinction Rebellion, Fridays for Future, Ultima Generazione, Osservatorio Repressione, Per il Clima fuori dal Fossile, Controsservatorio Valsusa, Legal Team Italia, CASE Italia Osservatorio dei Balcani Transeuropa.

Il dossier fornisce ampia conferma del fatto che negli ultimi anni si è assistito a un irrigidimento della normativa sanzionatoria, con l’innalzamento delle pene e l’introduzione di nuove fattispecie penali e/o di circostanze aggravanti che introducono sanzioni irragionevoli rispetto alle condotte concretamente tenute. Queste modifiche hanno, di fatto, costruito un diritto penale speciale per gli attivisti, e per gli attivisti ambientali in particolare, che contrasta sia con il principio di generalità e astrattezza delle norme penali sia con i principi in materia di libertà di manifestazione del pensiero e di diritto di protesta sancite dalla Costituzione e dal diritto internazionale.

Qui il testo completo del dossier: diritto_non_crimine

Gli autori

Rete In Difesa Di

Osservatorio Repressione

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