In Congo è in atto una guerra tanto sanguinosa quanto dimenticata. Lo scorso 27 gennaio le milizie armate del Movimento 23 marzo (M23), sostenute dal Governo ruandese, hanno comunicato di aver preso il controllo della città di Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, a pochi chilometri dal confine con il Ruanda. Non si tratta di uno sviluppo repentino o improvviso: il conflitto e la generalizzata situazione di disordine nell’est del Paese hanno radici storiche ed economiche molto profonde e vedono coinvolti circa cento gruppi armati. Per comprendere ciò che sta avvenendo bisogna guardare indietro, per lo meno fino al 2012, e può essere utile procedere per “cerchi concentrici”, analizzando il livello regionale, quello extra-regionale e quello sovranazionale-umanitario.
Partendo da ciò che sta avvenendo nella regione, è la quinta volta negli ultimi trent’anni che una ribellione sostenuta dal Ruanda prende il controllo di Goma. Se le prime due volte – nel 1996 e nel 1998, in seguito al genocidio ruandese del 1994 – il Ruanda aveva ufficialmente guidato l’invasione, affermando che l’obiettivo era quello di difendersi da milizie genocidarie e godendo per questo della protezione della comunità internazionale, dal 2003 in poi il Ruanda non è più intervenuto ufficialmente nel territorio congolese ma ha sostenuto clandestinamente gruppi armati artefici dell’invasione. L’ultima volta che un gruppo sostenuto dal Ruanda ha preso il controllo di Goma è stato nel novembre 2012, quando il neonato Movimento 23 marzo, sorto dai resti del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP, gruppo ribelle congolese sorto in difesa dell’etnia tutsi), invase la città. Quella di fine 2012 fu un’invasione meno violenta di quella attuale, che si risolse grazie a forti pressioni internazionali. La reazione della comunità internazionale fu infatti molto dura, con la sospensione da parte di diversi Stati – Stati Uniti in primis – dei finanziamenti in favore del Ruanda, accusato di sostenere M23. Inoltre, il 28 marzo 2013, con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 2098, l’ONU creò la Force Intervention Brigade (FIB), un’unità di intervento rapido sostenuta da Sud Africa, Tanzania e Malawi (Stati storicamente in contrasto con il Ruanda): fu la prima volta in cui una missione Monusco (Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo) ebbe un mandato offensivo, e non solo di protezione da una minaccia imminente e inevitabile. Il risultato fu netto: in un mese e mezzo la Force Intervention Brigade fece arretrare il Movimento 23 marzo da Goma, e nel successivo mese e mezzo sbaragliò la milizia (che si frantumò poi progressivamente: alcuni membri sono stati dislocati in Uganda, altri al confine ruandese in campi di identificazione per la successiva smobilitazione).
Nel frattempo, il Governo della Repubblica Democratica del Congo ha commesso diversi errori. Nel dicembre dello stesso anno, firmò una dichiarazione in cui concedeva un’amnistia ai membri di M23 per atti di guerra e di insurrezione, impegnandosi a favorire il ritorno di circa 80.000 rifugiati tutsi dal Ruanda, ma la promessa non è mai stata mantenuta. Negli anni successivi il Governo congolese ha attivato nuovi negoziati con il Ruanda, ma non si sono mai ottenuti risultati concreti. Quando poi tra il 2022 e il 2023 – come si vedrà – sono ripresi i combattimenti, l’esercito congolese ha subito una serie di sconfitte: mal equipaggiate, mal addestrate e frammentate da rivalità interne, le Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC) hanno allora cercato di rafforzarsi stringendo alleanze con altri attori, come il Burundi e la Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe (SADC). Inoltre, il Governo congolese guidato da Tshisekedi ha integrato all’interno dell’esercito diversi gruppi di milizie indipendenti di autodifesa locale (in particolare la coalizione VDP/Wazalendo), tendenzialmente privi di disciplina e formazione adeguate. Il fronte che si oppone a M23 risulta, dunque, fragile, non solo per impreparazione ma anche per mancanza di coordinamento e organizzazione da parte dell’esercito regolare congolese.
In tale contesto, nel 2021 il Movimento 23 marzo ha fatto ritorno in maniera consistente nel territorio della Repubblica democratica del Congo, appostandosi vicino al vulcano Mikeno: sembrava per la verità che si trattasse di un gruppetto sparuto – si chiamava M23-Arc – ma negli anni successivi è riuscito a riorganizzarsi. Intanto l’Uganda, anche per proteggere i propri giacimenti petroliferi nei pressi del lago Alberto, al confine con la Repubblica Democratica del Congo, ha iniziato un’operazione militare nei pressi di Butembo – l’operazione Shujaa – in collaborazione col Governo congolese per scacciare i terroristi islamici affiliati alle Forze Democratiche Alleate (ADF) e al contempo ha cacciato i ribelli delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR, quanto rimasto dalle milizie genocidarie del ‘94). Ciò gli ha permesso di fomentare movimenti insurrezionali armati dentro la Repubblica Democratica del Congo, principalmente per accaparrarsi il controllo delle materie prime. L’Uganda ha così assunto una posizione fortemente ambigua: da un lato ha collaborato con l’esercito congolese contro ADF, dall’altro è accusata di collaborare proprio con il Movimento 23 marzo (come si evince dal rapporto 2024 degli esperti delle Nazioni Unite sulla Repubblica Democratica del Congo).
In questo quadro, con il parallelo supporto di Uganda e Ruanda, M23 si è sempre più rafforzato. Paul Kagame, al governo del Ruanda dal 1994, visto l’ingresso in territorio congolese di forze dell’Uganda ha spinto per mettervi parimenti piede. Le motivazioni, pur nascoste dietro motivi di difesa dei tutsi e di rischio dovuto alla presenza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda, sono sempre le stesse: non perdere terreno nella lotta per le materie prime e per la supremazia territoriale. Non potendo essere il Ruanda a violare direttamente l’integrità territoriale della Repubblica democratica del Congo, il Governo ha di fatto affidato tale incarico a M23, supportato dalla Forza di Difesa del Ruanda (FDR). Da questo contesto regionale trae origine l’invasione di Goma del 27 gennaio.
Allargando lo sguardo al cerchio concentrico extra-regionale, si può dire che si sta verificando un avvenimento simile all’invasione di Goma del 2012, ma in un frangente politico-internazionale estremamente differente. Le guerre in Ucraina e in Palestina, la modifica dei (dis)equilibri precedenti in Afghanistan e Siria, le tensioni in Yemen, l’avanzare in linea generale dei nazionalismi e del protezionismo hanno fatto sì che in questa occasione man mano che il tempo passava – l’invasione di Goma è “sul piatto” dal 2021 – il Ruanda si sia reso conto che non si sarebbe ripetuta la decisa e concreta condanna internazionale registratesi nel 2012. Per questo ha insistito nell’appoggio – di cui ormai non si fa mistero – a M23 nell’invasione del territorio congolese. Almeno finora, alle condanne emesse a vario titolo da diversi attori extra-regionali non è seguita nessuna risposta né sul piano economico né su quello militare. Eppure – come dimostra la risoluzione dell’analoga invasione del 2012 – bloccare l’invasione sembrerebbe un’operazione tutt’altro che complessa per gli attori internazionali. Nonostante la dipendenza del Ruanda dagli aiuti esteri sia diminuita negli ultimi anni, le sovvenzioni straniere rappresentano ancora il 13% del bilancio nazionale; la Banca Mondiale stima che l’assistenza totale ricevuta negli ultimi anni da finanziatori stranieri equivalga al 25-40% delle entrate del Paese. Attualmente, il Ruanda riceve circa 1,3 miliardi di dollari in aiuti e il suo budget di spesa complessivo supera di poco i 4 miliardi di dollari. Ma – cosa ancora più importante – dipende enormemente dalla sua immagine di Paese stabile e pacifico: si stima che il turismo abbia generato 660 milioni di dollari di entrate nel 2024; il Paese è diventato un accreditato centro per incontri internazionali e conferenze, ospitando più di 150 eventi nel 2023, con ricavi per 91 milioni di dollari; anche a livello sportivo l’immagine è quella di un Paese progredito e in salute: l’NBA ha stretto una partnership per la Basketball Africa League; inoltre, Kigali ospiterà una prestigiosa gara ciclistica internazionale e ha presentato la candidatura per ospitare in futuro un Gran Premio di Formula 1.
Se nel 2012, come si è detto, diversi attori internazionali finanziatori del Governo ruandese (Stati Uniti, Germania, Svezia, Regno Unito, Unione Europea, Paesi Bassi e persino la Banca Mondiale) avevano sospeso i propri aiuti arrecando al Ruanda un danno di circa 240 milioni di dollari, in questo caso i donatori sono stati finora riluttanti a esercitare tale pressione, nonostante il sostegno del Ruanda a M23 sia molto più evidente rispetto ad allora. Tra il 2022 e il 2024 sei rapporti ONU hanno dettagliato questo appoggio: oltre 4.000 soldati, veicoli blindati, droni, missili terra-aria e altre attrezzature. Eppure, fino a questo momento, nessun Paese ha sospeso i propri aiuti al Ruanda. Nel 2022, i finanziamenti volti a sostenere il bilancio ruandese sono aumentati del 48% rispetto all’anno precedente. Nel 2023, l’Unione Europea ha annunciato investimenti per 900 milioni di euro attraverso il programma Global Gateway, che dovrebbe basarsi su principi di democrazia, buona governance e sicurezza, ma di fatto mira a utilizzare il Ruanda come tramite per accaparrarsi a basso costo le risorse naturali presenti nel territorio congolesi necessarie al mercato europeo. Il Regno Unito negli scorsi anni ha avviato dei protocolli di intesa – attualmente sospesi – prima per effettuare controlli di frontiera in Ruanda, poi per deportare i migranti irregolari in Ruanda in quanto Paese terzo sicuro (accordi che Kigali si è detta disponibile a rispettare). Insomma, colpire il Ruanda non sarebbe un’operazione di per sé complessa, ma toccherebbe interessi che gli attori internazionali coinvolti non sono disposti a mettere in discussione.
In particolare, a livello europeo non si è al momento registrata una risposta unitaria e condivisa. Stati come la Svezia, la Germania e l’Italia non hanno espresso particolare interesse o preoccupazione per ciò che sta avvenendo; altri – su tutti il Belgio – si sono schierati contro il Ruanda, premendo per soluzioni concrete. La Francia – tradizionalmente vicina al Ruanda, che adesso però pare più vicino al governo britannico – da un lato si propone come mediatrice, dall’altro condanna genericamente il Governo di Kigali. Diversi Stati europei sembrano voler evitare di intervenire sulla situazione per il timore (in realtà inspiegabile) che un aumento dell’instabilità della regione congolese comporti un aumento del flusso migratorio verso l’Europa. Il risultato è un immobilismo generalizzato, e una garanzia di impunità per il governo di ruandese.
Quanto alle maggiori potenze mondiali, sia gli Stati Uniti che la Cina hanno estremo bisogno delle materie prime del Congo: basti pensare, da un lato, agli ingenti investimenti cinesi sulla “Nuova via della Seta” (la ferrovia che collega Zambia e Tanzania) con il 70% del cobalto cinese che proviene dalla Repubblica democratica del Congo e, dall’altro, agli interessi delle big tech americane (sempre più vicine al al presidente Trump), la cui tecnologia si basa sul cobalto. Per adesso la direzione intrapresa sembra essere quella di evitare di intervenire nel conflitto, per trarre vantaggio da questa situazione di disordine continuando a commerciare col Ruanda. I tagli dei finanziamenti avvenuti nel 2012 sembrano anche in questo caso un lontano ricordo.
Parimenti sul piano umanitario e sovranazionale, di cui fanno parte le Nazioni Unite e diverse Organizzazioni non Governative, la reazione è finora molto diversa rispetto a quella avuta dalla Monusco nel 2013: i caschi blu continuano a intervenire con un mandato prettamente difensivo, solo in casi di protezione da minacce imminenti e inevitabili.
È difficile prevedere cosa avverrà nel prossimo futuro. Dopo la conquista di Goma da parte di M23 sarà difficile per l’esercito congolese riconquistare la città, e il governo di Tshisekedi sta già cercando di attribuire la responsabilità della sconfitta al Ruanda e ai partner internazionali. Le tensioni sono già esplose nelle strade della capitale Kinshasa, dove diverse ambasciate straniere (tra cui quelle ruandese, francese e belga) sono state attaccate dai manifestanti. La ragione del perdurare del conflitto, che sta raggiungendo livelli di violenza ed efferatezza indicibili, sono le immense ricchezze del suolo e del sottosuolo congolese, contese a livello internazionale e di cui gli attori regionali mirano ad avere il controllo.
Fonti e proposte di approfondimento:
Il rapporto ONU 2024 citato è consultabile al link: https://docs.un.org/en/s/2024/432; cfr. anche il rapporto semestrale UNGoE: https://main.un.org/securitycouncil/en/sanctions/1533/panel-of-experts/expert-reports;
I dati riportati provengono da diversi studi sul Kivu; sì veda in particolare J. Stearns, Goma: comprendre l’attaque du M23 et des RDF, su ebuteli.org, 30 gennaio 2025 (https://www.ebuteli.org/publications/blogs/goma-comprendre-l-attaque-du-m23-et-des-rdf); C. Vogel, The M23 Crisis, in armedgroupcenter.org, 2025 (https://www.armedgroupscentre.org/m23drc-vogel); IPIS, The (new) M23 offensive on Goma: Why this long-lasting conflict is not only about minerals and what are its implications? – Q&A, in Ipis Research, 6 febbraio 2025 (https://ipisresearch.be/publication/the-new-m23-offensive-on-goma-why-this-long-lasting-conflict-is-not-only-about-minerals-and-what-are-its-implications-qa/); si raccomandano gli studi specializzati sul Kivu di di KST (Kivu Security Tracker).
