Di fronte ai provvedimenti securitari e repressivi del Governo mi pongo sempre alcune domande standard per valutane il significato.
Prima: quale racconto si stanno facendo e ci stanno facendo riguardo ai giovani e alle scuole?
Stanno raccontando che la scuola non funziona perché il giovani e le famiglie non la rispettano e questo accade per assenza o carenza di misure repressive: sono cinquant’anni che una corrente di pensiero – si fa per dire – ripete questa idiozia. Ora che finalmente sono al governo possono trarne le conseguenze. Non sto a ripetere le montagne di argomentazioni ed evidenze che dimostrano che questa idea è una pura idiozia perché non tiene conto dei cambiamenti sociali, perché non ha la minima idea delle conseguenze di questa impostazione. La cosa più ridicola sono i concetti che scomodano per legittimare queste scelte: restituire autorevolezza ai docenti. Autorevolezza è un concetto importante, perché ci dice se una persona può essere autore, ossia creare, far crescere. Ora se l’autorevolezza è affidata a un agente esterno – repressivo o meno non importa – questo fatto basta da solo a togliere ogni autorevolezza al destinatario. Già oggi i ragazzi possono tranquillamente irridere – talora insultare – il docente: “senza il registro non sei nessuno”, figuriamoci quando l’autorevolezza del docente sarà affidata ai voti in condotta. Ma allora, la pronta risposta dei fautori della repressione – tu vuoi che sia lecito insultare i docenti, che sia lecito usare violenza e quant’altro? Ecco fatto. La discussione è chiusa. Chi fa l’educatore, chi si è posto sul serio il problema di “ri-accogliere” il reo, quelli che rompono le regole minime di convivenza, sa che è un lavoro lungo e difficile che richiede capacità umane e competenze relazionali che non si trovano facilmente e che in assenza di queste la situazione va alla deriva. Sappiamo tutti che in una scuola basta anche un solo ragazzo, che per suoi motivi non rispetta alcuna regola e alcuna autorità, per mettere a soqquadro quella scuola, per mettere in difficoltà l’intero corpo docente (è uno di qui casi in cui la teoria della falsificazione di Popper funziona a meraviglia!). E sappiamo anche che troppo spesso le istanze pedagogiche politicamente corrette sono una pura chiacchiera impotente di fronte al “caso difficile”. Sono anni e decenni che queste situazioni si ripetono e troppo spesso abbiamo risposte “dottrinali” difficilmente efficaci. Quindi la frittata è fatta e ora ci sorbiamo la ricetta risolutiva dei caporali.
La seconda domanda: come accoglieranno questo racconto i diretti interessati, i docenti da un lato, ragazzi e famiglie dall’altro?
Abbiamo già visto in alte occasioni come il corpo docente possa comportarsi con dinamiche di folla, ossia seguendo emozioni elementari. Ci fu un anno in cui, se non ricordo male, Letizia Moratti fece dei discorsi sulla bocciatura e fioccarono bocciature da tutte le parti, salvo accorgersi l’anno dopo, che quegli studenti li avevano davanti in edizione riveduta e peggiorata. Quello che è certo è che, docenti che per anni sono stati tenuti a freno da colleghi e dirigenti ragionevoli, con queste misure si daranno alla pazza gioia. E i colleghi ragionevoli sapranno contenerli? È lecito nutrire forti dubbi in proposito: tutte le volte che c’è un docente che palesemente viola un codice deontologico non scritto, che comunque regola i comportamenti dentro l’istituzione, ci troviamo con docenti ragionevoli che assistono impotenti e restano paralizzati da una malintesa colleganza. In altri casi i docenti ragionevoli alzano le barricate e pensano di risolvere le cose col muro conto muro. Anche questa non è una soluzione e il muro di difesa è destinato ad essere travolto dalla forza del potere che sostiene le soluzioni sbrigative. Quindi prevedo che queste misure “passeranno” e che verranno attuate nonostante il fatto che la maggioranza dei docenti sa che sono una idiozia dannosa.
La terza domanda: chi e come resisterà a questa ondata di soluzioni sbrigative?
È una domanda importante che non riguarda solo la scuola. Come hanno fatto i nostri padri a conservare la propria umanità quando imperava la dittatura fascista o alte dittature? Ci sono stati quelli che sono emigrati, ci sono stati quelli che hanno costruito organizzazioni clandestine rischiando molto e talora perdendo la vita, ci sono quelli che hanno resistito senza clamori e hanno saputo coltivare buone relazioni con gli altri nonostante tutto. Anche se la situazione odierna non è così drammatica è importante sapere che anche nelle condizioni più nere è stato possibile conservare se stessi. Resistere a una narrazione bellica significa elaborare un pensiero che non sia “buoni contro cattivi” ma che includa anche “i cattivi” nella propria narrazione. Significa capire quali dolori, e quali sofferenze ci sono dietro un pensiero vendicativo, non per giustificarlo ma per stabilire un contatto che vada oltre la barriera dell’aggressione. Conservare la capacità riflessiva significa soprattutto continuare a chiamare le cose con il loro nome, non subire il fascino del perdersi nella massa, non cedere alla tentazione di stare con i vincitori, di imbellettare le sconcezze del potere. Questo si fa in genere avendo un gruppo che vuole riflettere senza fasi prendere dall’urgenza di un’azione che è limitata o inibita dalla forza del potere, un gruppo convinto che la sua forza deriva dal pensiero stesso e non da una appartenenza. E si può fare anche da soli a patto di voler guardare dentro se stessi.
L’articolo è tratto, in virtù di un rapporto di collaborazione, da Comune-info
