«Siamo partiti con l’idea di chiamarla “Rapsodia mediterranea”. Strada facendo – confidano i registi torinesi Gianluca e Massimiliano De Serio – abbiamo immaginato di cambiare in “Versanti” pensando alle pendici delle vallate in cui stavamo girando e ai versi che ne scaturivano, provenienti direttamente dagli antichi saperi musicali, poetici, corali». Poi hanno scelto “Canone effimero”. Ed è già scelta di titolo che scatena intransigenti contrasti mentali, scioglilingua esistenziali, interrogativi che agitano tra memoria, presente e futuro. Un titolo ossimoro giocato tra la fragilità dell’aggettivo e il sostantivo che riconduce a una ossessiva ripetitività musicale. Le attese non saranno deluse, in questo girovagare tra paesaggi mai rivelati, vite intensamente vissute, memorie ritrovate e agitate, flussi di esistenze radicate e non rassegnate ad arrendersi. Il respiro di futuro è quello che giunge dal profondo. È la tradizione che continua a soffiare, tradita ma resistente, capace di intercettare anime giovani cui consegnarsi. Un passaggio che è fiducia, speranza di futuro, rifiuto di rassegnarsi alla rassegnazione, all’oblio, al decadimento, al ricordo che rischia di farsi funerale. Un racconto, quello proposto dai fratelli De Serio che intende parlarci, soprattutto della vita e del suo svolgersi. Seguendo, in questo un timbro d’autore, per quello che hanno saputo magistralmente sviluppare già nei loro precedenti lavori.

Prende così il largo un film in lingua cantata sin dai titoli di testa, una visione della vita, un “canone effimero” «del quale si mostrano 11 ritrovamenti: Considera l’ordine naturale; Ascolta i tuoi maestri; Contempla la caducità; Ama fino alla fine; Tieni insieme i vivi e i morti; Imita le sfere celesti; Tramanda ciò che hai imparato; Raccogli le forze; Affronta la paura; Resisti; Ricorda». Emerge la circolarità di ritmi antichi, che sono quelli dei canti popolari ma anche della natura e delle sue stagioni, vissute in un rapporto diretto che è comunanza personale e collettiva. Tempi e gesti lenti quanto attenti. Dai componenti di una zampogna calabrese intagliati nel legno dell’incipit, fino al canto sulle anime del purgatorio del finale, il film evoca una dimensione quasi celeste che parte dalle radici di cui si conserva la cura a rimbalzo tra l’arte del liutaio e l’armonica combinazione dei suoni in un coro affiatato di donne arberëshe. C’è un filo tanto invisibile quanto forte e solido che unisce la cura necessaria a costruire la zampogna o una lira e l’esercizio che occorre per arrivare a modulare una vocalità che non è solo innata istintualità. Nel documentario siamo ammessi a fare da testimoni all’impegno nel tramandare gesti, conoscenze e segni grafici nell’intaglio di un “mammo” di zampogna, ma anche alla pazienza con cui ragazze e ragazzi si applicano per mantenere linguaggi e sonorità ataviche pur introducendovi qualche cifra di novità da loro firmata nel corpus della tradizione. Un viaggio attraverso luoghi di Sicilia, Calabria, Marche, Liguria simbolicamente rappresentati da quell’uomo che coltiva il fuoco nel silenzio, lo alimenta e non lascia scomparire storia, memoria, saperi degli antenati. Sembra solo ma con lui c’è l’universo infinito di chi lo ha preceduto.
Il documentario creativo realizzato dai gemelli De Serio è stato selezionato nella sezione Forum, ha ottenuto la Menzione Speciale della Giuria del Berlinale International Documentary Award, premio trasversale a tutte le sezioni del festival, riscontrando un notevole successo di critica. Questa la motivazione della giuria: «Canone effimero è un viaggio alla scoperta di un’Italia invisibile, lontano dalle narrazioni correnti. Nei gesti di costruttori di antichi strumenti, nelle voci e nei canti polivocali, abbiamo scovato i segni di una resistenza culturale, i fili misteriosi di un tessuto esistenziale, frammenti ritrovati di un ipotetico codice per la sopravvivenza. In questo film i registi riescono a trasportarci con grande maestria in un altro tempo e spazio, un luogo di meraviglie cinematografiche dove le voci degli antenati resistono e trascendono la cecità dei nostri tempi». In seguito, è stato scelto per partecipare nella competizione internazionale di alcuni tra i più importanti festival internazionali, tra i quali: IndieLisboa, Documenta Madrid, Beldocs Belgrado, Dokufest Prizren, Open Roads New York, Biografilm Bologna, Soleluna Festival Palermo. Infine è entrato nella selezione ufficiale dei Nastri d’Argento nella categoria Cinema del sociale.

Racconta l’Italia delle aree cosiddette marginali che il Governo, nella Strategia Nazionale per le Aree Interne ha scritto (per poi fare marcia indietro) che intende abbandonare al loro destino e accompagnare verso l’eutanasia. Quella che emerge in tutta la sua vitalità in questo documentario intenso per i valori che trasmette è, al contrario, un viaggio in territori tutt’altro che rassegnati al declino, ben convinti della loro storia, della loro memoria e delle opportunità di futuro.
I registi interpretano la loro maniera di fare cinema tra rigore e fantasia. Il film ha una struttura apparentemente chiusa che, tuttavia, apre squarci di libertà. E il titolo scelto ben veicola il messaggio che viene dal film: raccontare la tradizione che vivono i protagonisti, con i loro codici arcaici che stabilizzano situazioni sociali, ma allo stesso tempo si affidano alla labilità della memoria orale. D’altra parte la tradizione della musica popolare affonda le radici in tempi che tendono ai secoli e che hanno necessità di essere riprodotti e riproposti per rimanere vivi. Per questo ci sarebbe bisogno di contestualizzazione, di messa in scena che in gruppi sociali sfilacciati è sempre più problematica. Per questo: «La nostra scelta, formale, estetica, ma anche etica è stata quella della decontestualizzazione. Abbiamo deciso di fare di quelle situazioni dei momenti, attribuendo loro una dimensione più assoluta».
Hanno anche rievocato le tradizioni e il patrimonio che le ha originate non attraverso la registrazione di ciò che ancora viene proposto e accade, ma utilizzando gli strumenti della modernità, la fotografia, i cd, la riproposizione allo smartphone. Una maniera innovativa con cui il cinema può proporsi di raccontare la tradizione con rinnovate interpretazioni. Tutto questo per provare a dare possibili risposte alle domande che etnografi, antropologi, etnomusicologici si pongono da tempo. Rinnovare la tradizione non significa forse tradirla? E la tradizione, in fondo, non è forse che una innovazione ben riuscita?
I De Serio si sono preparati, hanno studiato e cercato, per almeno due anni prima di cominciare a girare e a provare a proporci il loro punto di vista. Il filo conduttore si appoggia a musiche, canzoni, strumenti pazientemente lavorati per dare voce alla necessità di esprimere sentimenti, passioni, ribellioni. Conchiglie che suonano, tamburelli in costruzione, la canzone trasmessa di generazione in generazione attraverso testi che vanno dalle giocose filastrocche amorose alla riflessione sull’esistenza che fugge e sfugge; dal ricordo delle resistenze di ieri e quelle di oggi nel villaggio abbandonato dopo il terremoto alla fiera pratica dell’antica lingua delle madri e dei padri, quell’arberëshe arrivato da antiche migrazioni. Non fa niente se li sfioriamo e li intravediamo soltanto o neppure li vediamo. Sappiamo esserci come sono le filastrocche, le melodie, i ritmi ancestrali in lingue sul bilico dell’estinzione. Saperi antichi conservati e tramandati, canoni effimeri. Questo film-documentario li ha raccolti e ce li propone, in un grido di speranza e in un richiamo di sopravvivenza, evitando nostalgiche riesumazioni, senza torcicolli mai rassegnati al passato. Non è scollegata la scelta del formato 1:1. La camera fissa su interni ed esterni, che si alterna a lente panoramiche su vedute montane o sui volti dei cantori; un piano sequenza in camera-car con lo sguardo rivolto all’indietro su una strada e un paesaggio innevati: scelte apparentemente tecniche, invece strettamente funzionali alla narrazione poetica del film.

