“Nel blu dipinti di rosso”: l’esperienza irripetibile dei Cantacronache

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Con il documentario “Nel blu dipinti di rosso”, il 43° Torino Film Festival, ha rilanciato l’attenzione sul movimento musical-politico dei Cantacronache, all’origine del cantautorato e alle radici del rap, a 70 anni di distanza dal suo esordio. L’accoglienza e l’attenzione è stata massima. Le tre proiezioni programmate sono andate ben presto esaurite, lasciando fuori dalla sale alcune centinaia di persone. Così come è stata sovraffollata, con persone impossibilitate a partecipare, la serata “E se la patria chiama, lasciatela chiamare” – dedicata al ricordo di Fausto Amodei – svoltasi sabato 29 novembre, presso la sede di Volere la luna, con la riproposizione delle canzoni di Fausto affidata a Carlo Pestelli.

L’affresco che il regista Stefano Di Polito compone, mettendo insieme protagonisti di una storia che andava raccontata e riflessioni su un impegno che ha urgenza di essere rinnovato, restituisce allo spettatore un corredo di conoscenza storica altrimenti destinata all’oblio. La storia dei Cantacronache, collettivo torinese di musicisti, letterati e poeti a cui si deve la nascita del cantautorato italiano, dal 1958 al 1962 pubblicò dischi e riviste teoriche per proporre una “canzone neorealista”, in contrapposizione alle rassicuranti canzonette di Sanremo, per raccontare fatti di cronaca e dimensioni esistenziali. Partendo dal ritrovamento negli archivi del CREO (Centro Ricerca Etnomusica e Oralità, erede del CREL – Centro Regionale Etnografico Linguistico – fondato da Jona, Straniero e Franco Lucà nel 1992) degli audio originali del loro primo concerto – “13 canzoni 13”, destinate a cambiare la storia della musica – tenuto il 3 maggio 1958 a Torino sul palco dell’Unione Culturale a Palazzo Carignano, il documentario ripropone il repertorio dei Cantacronache, invitando a riscoprire i loro testi – autori, Franco Fortini, Giorgio De Maria, Emilio Jona, Italo Calvino… – e le loro musiche – composte da Sergio Liberovici, Michele Straniero e Fausto Amodei – attraverso un raffinato intervento di animazione dei materiali d’archivio.

Il filo conduttore del racconto viene mirabilmente tenuto dal novantasettenne Emilio Jona, avvocato, etnomusicologo, poeta e scrittore, con ironia e capacità interpretativa che alterna ragionamenti profondi che contestualizzano la narrazione con parentesi canticchiate che riprendono note e testi del repertorio nato in combutta con i protagonisti, cui si aggiunse la voce di Margot Galante Garrone. Emilio ricorda quello che di fatto è una sorta di “manifesto” del gruppo. «Ciò che ci proponiamo, al di là della polemica e della rottura è di “evadere dall’evasione”, ritornando a cantare storie, accadimenti, favole che riguardino la gente nella sua realtà terrena e quotidiana, con le sue vicende sentimentali (serie più che sdolcinate, comuni più che straordinarie) con le sue lotte, le aspirazioni che la guidano e le ingiustizie che la opprimono, con le cose insomma che la aiutano a vivere ed a morire […]. Non ci rivolgiamo agli ascoltatori come a un mercato da conquistare. Né favoriamo la loro pigrizia e le loro stanchezze, né intorpidiamo i loro cervelli, ma bensì parliamo a loro come a degli uomini impegnandone le facoltà critiche e l’interesse rifiutando di deformare ed avvilire il nostro/loro vivere ma tentando di cantarlo nella sua molteplicità come oggi si manifesta».

«Con Sergio, musicista, Michele giornalista, Giorgio professore di lettere e Fausto architetto – mi disse un pomeriggio di qualche anno fa Emilio – cominciammo a scrivere canzoni con l’obbiettivo di cantare la quotidianità, combattere la canzone “gastronomica” di Sanremo e il pesante conformismo democristiano. Cioè cantare gli amori poveri, le storie di ogni giorno, le lotte per una vita migliore, le speranze di riscatto, come aveva fatto la canzone francese con Brassens, Prevert, Vian e quella tedesca di Brecht, di Weill e di Eisler». Ne nacquero le bellissime canzoni scritte da Italo Calvino: Dove vola l’avvoltoio?, Canzone triste, Oltre il ponte, e il loro testo più famoso ed emblematico Per i morti di Reggio Emilia, scritto l’indomani della strage del 7 luglio 1960 da Amodei, che ebbe larga diffusione in ogni meeting popolare della sinistra. La garbata, sferzante e intransigente critica dell’Italia del dopoguerra, pronta a dimenticare senza riflettere un tragico ventennio per immergersi e cullarsi nella leggerezza delle canzonette, come fa d’altronde anche oggi con la nuova edizione del rito sanremese alle porte, apriva un varco in un ambiente addomesticato. Con il suo fiuto di insigne musicologo Massimo Mila colse subito la novità della proposta e scrisse su L’Unità l’articolo L’antisanremo. La canzone scenderà in terra.

Nel blu dipinti di rosso” testimonia come il movimento dei Cantacronache esigesse, attraverso la canzone impegnata che si contrapponeva al trionfo della musica festivaliera, una riflessione politicamente un po’ più seria e approfondita sull’impegno che attendeva la neonata democrazia del nostro Paese. «L’Italia di Tambroni e quella di Meloni, sono somiglianze che oggi dovrebbero allarmare» suggerisce Emilio Jona. Ed evoca, immediatamente, il loro concerto di esordio. In scaletta, dopo quella pacifista di De Maria contro la guerra foriera solo di morte, ecco Patria famiglia i cui versi recitano sarcasticamente così: «Fratelli d’Italia / tiriamo a campare! / Governo ed altare / si curan di te… / Fratelli d’Italia / ciascuno per sé : / una piccola casa, / una piccola moglie, / un piccolo lavoro, / una speranza piccola così; / una messa piccola la domenica, / e iddio per tutti». Un ironico invito ad accettare la vita com’è fatta, accontentandosi di piccole soddisfazioni (inclusa una piccola Fiat). Senza ribellioni o rivendicazioni di sorta. Nel documentario Emilio Jona, sottolineando l’attualità del testo, non si trattiene dal fare riferimento ai Fratelli d’Italia di oggi e al loro “Dio, patria, famiglia e proprietà” che la Meloni proclama convintamente in ogni occasione. Esaltazione dell’io con prospettive piccole, piccole. Aiuta a meglio comprendere le basi su cui si mosse l’impegno del gruppo uno dei testi di esordio, Canzone dei fiori e del silenzio: «Ci dicono cantate dei boschi e dei fiori / e gli amori felici / della gente lietamente / con filo di ferro / le palpebre cucite / e di soffice ovatta / le orecchie riempite». Il ritornello: «E se la ruota gira lasciatela girare / se l’uomo s’addormenta lasciatelo dormire / se la terra scompare lasciatela scomparire / e se qualcuno muore lasciatelo morire». Il rifiuto dei topos di quel periodo – in cui veniva chiesto di essere svenevoli, amorosi, ritmici giullari dell’era industriale; di cantare cieli dorati, gonfiare le bolle di sapone; ma anche tacere, perché il silenzio è d’oro, sulla miseria e sul lavoro, tacere della vita vera, degli amori tristi e oscuri e anche dei fiori … – con il ritornello finale, che veniva rovesciato: «non lasciate girare la ruota, non lasciare dormire l’uomo, fare riapparire la terra, non lasciate morire l’uomo».

A riannodare i fili del tempo, in conclusione del documentario, l’incontro con Willie Peyote, partecipazione-cameo di una delle icone del rap contemporaneo, per tessere un possibile raccordo tra le canzoni di protesta di ieri e di oggi. Che restano, pur nella metamorfosi degli strumenti e dei linguaggi. «La musica che faccio ha un senso se serve a qualcuno – spiega il rapper torinese – altrimenti è inutile. La canzone può anche essere inutile, ma non è quella che piace a me». In mezzo la storia di questo gruppo di raffinati intellettuali borghesi schierati senza se e senza ma dalla parte del proletariato, degli ultimi, degli sfruttati, dei divergenti, che abbiamo cercato di restituire, come ha fatto il documentario. Il loro impegno, non soltanto canterino, si sviluppò nella ricerca etnomusicale con un progetto capace di raccogliere una documentazione della canzone popolare e di lotta di straordinario valore e significato. Si va dalla condizione contadina delle mondine reclutate per lavorare nelle risaie del vercellese alle rivendicazioni operaie spesso represse nel sangue; dai canti della Resistenza nostrana a quelli della lotta clandestina del movimento antifranchista spagnolo (un’audace missione alla ricerca di protagonisti – Alfonso Sastre, Jesùs Lopez Pacheco, JoséAgustìn Goytisolo, Gabriel Celaya, Blas de Otero – testimoni i cui nomi erano scritti sulle scatole dei fiammiferi, pronti ad essere istantaneamente ridotti in fumo: unica traccia, la cenere). Un’impresa – quest’ultima – da cui nacque il saggio curato da Liberovici e Straniero, per Einaudi, I Canti della nuova resistenza spagnola, che suscitò un putiferio di reazioni, da parte dei fascisti locali, della stampa di regime e del governo franchista, che pubblicò un violento libro bianco con l’accusa di falso, di vilipendio dello Stato e della religione cattolica. Il saggio fu sequestrato (sarà poi tradotto in molte lingue…), l’editore e gli autori condannati in primo grado per “pubblicazione oscena” e definitivamente scagionati in Cassazione.

Aiutano il dipanarsi dei vari capitoli che raccontano le tappe fondamentali di questa singolare storia che vale la pena riscoprire, insieme a Jona, l’altro interprete del documentario, il sodale Fausto Amodei la cui testimonianza è stata raccolta poco prima della scomparsa nel settembre scorso e gli interventi di Alberto Lovatto per la parte del canto delle risaie e la lotta per le otto ore lavorative e di Franco Castelli per i primi circoli operai. Occasioni, queste, per attingere ai documenti originali registrati all’epoca da Liberovici e Jona e conservati negli archivi del Creo. Ripropongono e rivisitano pezzi dei brani di repertorio della storia dei Cantacronache la coppia Flavio Giacchero, musicista ed etnomusicologo conservatore e ricercatore al Creo, e Marzia Rey, voce e violino, entrambi impegnati nella ricerca e nella nuova composizione della musica popolare in lingue minoritarie. Sono loro a rassicurarci sulla vitalità del canto spontaneo collettivo che resta importante nelle vallate alpine del Piemonte e sull’impegno del Creo nel documentarlo tra storia e futuro.

«Riscoprire l’esperienza dei Cantacronache – sottolinea il regista Stefano Di Polito – ci invita a esistere nella vita reale, a rifuggire dalle distrazioni, a denunciare le contraddizioni che ci rendono infelici, a costruire il mondo che desideriamo con poesia, speranza e senso dell’umanità. Le loro canzoni ancora oggi risuonano urgenti e contemporanee. Per il titolo del documentario abbiamo scelto di riprendere quello di un articolo pubblicato sulla rivista “Lo Specchio” il 1° giugno del 1958, dopo un concerto a Roma». Il merito di questo progetto, oltre a quello di fare testimonianza di un periodo e di un impegno politico culturale importante non solo per la nostra città, è quello di indurre lo spettatore a domandarsi quanto anche oggi il ruolo della musica e più in generale della cultura sia decisivo per resistere e sia sempre più necessario, nel momento in cui strumenti ormai consueti (le televisioni, i giornali, i nuovi Sanremo digitali…) o altri solo apparentemente innovatori e liberatori (i social) tendono a renderci tutti rassegnati e anestetizzati di fronte alla realtà, assuefatti all’apparente inevitabile cui si è indotti a soccombere, accattandola senza alcuna possibilità di ribellione e riscatto.

Gli autori

Valter Giuliano

Valter Giuliano, giornalista professionista, Accademico dell’agricoltura, è stato presidente nazionale della “Pro Natura”, consigliere della Regione Piemonte e assessore alla cultura della Provincia di Torino. È consigliere comunale di Ostana, dove ha fatto nascere il “Premio Ostana. Scritture in lingua madre / Escrituras en lenga maire”. Già direttore di “ALP”, ha fondato e diretto “Passaggi e Sconfini”. Direttore responsabile di “Natura e Società” e di “ Obiettivo Ambiente”, dirige “Segusium. Arte e storia della Valle di Susa”.

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