Storie con la “s” minuscola

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In questo bivio temporale di fine estate, con la voglia di imboccare sentieri nuovi e freschi anche sul versante dell’impegno culturale, ho avuto la fortuna di imbattermi nell’ultimo libro dello storico Carlo Greppi, storie che non fanno la Storia, dato alle stampe, per i tipi di Laterza, proprio all’inizio di settembre 2024.

Come il titolo lascia immaginare, siamo di fronte alla storia con la s minuscola, alla narrazione di storie di vite comuni. Lo spunto iniziale sono frammenti dell’esperienza di Antonio M., brigadiere della Repubblica sociale italiana che «con una mano salvava e con l’altra condannava i perseguitati»; la parabola umana di Rudolf Jacobs, arrivato in Italia come occupante e finito martire della Resistenza in Lunigiana; il destino del “Tacca” Perrone, che poi è il Lorenzo che salvò Primo Levi (https://vll.staging.19.coop/libraria/2023/06/09/carlo-greppi-un-uomo-di-poche-parole-storia-di-lorenzo-che-salvo-primo-laterza-2023/) e che chissà «quante altre persone aiutò ed eventualmente salvò, laggiù».

La lettura degli spezzoni delle loro esistenze mi ha riportato subito alla mente le parole di uno straordinario poeta dialettale romagnolo, Nino Pedretti, vissuto in quella Santarcangelo che è stata e continua a essere una fucina di immaginario. Ne I nòm del strèdi (“I nomi delle strade”), osservava che le strade erano tutte di Mazzini e di Garibaldi, dei papi e degli scrittori, di chi comanda e di chi fa la guerra: mai che ti capiti di vedere una via dedicata a uno che faceva i cappelli, a uno che stava sotto un ciliegio, a uno che non faceva niente perché andava a spasso sopra un cavalla. E concludeva: E pansè che e’ mond / l’è fatt ad zènta cume mè / ch’la magna i radécc / ma la finèstra / cunténta ad stè l’instèda / si pi néud (1). È un frase che, tradotta in prosa italiana, non perde nulla della dolcezza con cui racconta il sapore confortante della vita di chi è lontano dal potere: «e pensare che il mondo è fatto di gente come me, che mangia il radicchio alla finestra, contenta di stare, in estate, con i piedi nudi». Che fine fa questa gente nell’affresco della “grande Storia”? Semplicemente, si potrebbe dire, tende a scomparire, perché il sapere storico funziona come le targhe delle strade, crea gerarchie, un ordine verticale. È chi gestisce le leve di un qualche potere – anche quello di prendere la parola e la penna – che ha la possibilità di esistere nelle fonti e di conformare la ricerca degli studiosi che le interrogano.

Certo ci sono le eccezioni. È stato folgorante scoprire – per me è stata una scoperta e il libro, in questo senso, è una miniera – che uno storico francese, Alain Corbin, si è cimentato con l’impresa di scrivere la biografia di una persona scelta a caso dall’archivio, un tal Louis-Francois Pinagot, povero zoccalaio di una delle regioni più misere della Francia. Un’opera rara nella storia della storiografia quasi quanto una via dedicata a chi fabbrica cappelli. Eppure la storia, scriveva Antonio Gramsci al figlio Delio, «riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo». Il fatto è che queste donne e questi uomini escono di scena dalla storia politico-istituzionale, da quella delle idee e dalla storia economico-sociale, salvo comparirvi nella forma di indistinti soggetti collettivi: il popolo, la classe o, ancora, quegli “Ateniesi”, “Spartani” e “Corinzi” dai quali, in quanto entità collettive determinanti il corso degli eventi, diffidava Marshall Shalins (2).

Più facile che le persone marginali, nella loro individualità concreta, compaiano nei romanzi. Evito di addentrarmi nel tema del romanzo storico, con il sempreverde dibattito sul protagonismo degli umili ne I Promessi Sposi. Sull’onda delle mie passioni, tuttavia, mi viene da pensare che Boule de suif (Palla di sego) di Guy de Maupassant, riveli sull’assedio prussiano a Parigi e sulla quotidiana emarginazione dei poveri (la prostituta del racconto) nella Francia dell’Ottocento molto più dei testi scientifici. Allo stesso modo, spostandosi nello spazio e nel tempo, la storia di Tish e Fonny, giovani amanti neri protagonisti di If Beale Street Could Talk (Se la strada potesse parlare) di James Baldwin, consegna al lettore un’immagine plastica e dolorosa del drammatico rapporto della popolazione afroamericana con la polizia e la giustizia penale.

A immortalare la vita delle persone comuni non c’è solo la fiction, il romanzo vero e proprio. Gran parte dell’attenzione del libro è dedicata a un terra di confine tra letteratura e storia, l’area in continua espansione della literary non-finction, la narrazione di storie vere. Nelle pagine si rintracciano moltissimi titoli di opere di difficile classificazione – romanzo? saggio? memoir? –, tutte caratterizzate dall’intenzione di raccontare il reale di vite lontane dal riflettore. Come distinguere quelle opere dalla storia vera e propria è il problema che si pone Carlo Greppi. In termini esattamente capovolti, la questione si pone nel campo della letteratura. Sotto questo profilo, le suggestioni dello storico mi conducono alle parole dedicate dallo scrittore e critico Daniele Del Giudice alla narrazione di Primo Levi: ogni testimone ha una funzione; ma, per raccontare l’indicibile del campo, per dare voce a chi non può più averla, ogni testimone deve avere anche una finzione (3). Il tema, detto altrimenti, è quello affrontato con incisività da Alessandro Portelli: «raccontare la storia (history-telling) è un’arte narrativa affine ma diversa di quella di raccontare storie (story-telling)» (4).

Il fatto è che storia e letteratura hanno qualcosa in comune che non è solo forma, ma davvero sostanza: la scrittura. È proprio a partire da questo snodo, la scrittura del passato – o, in senso più onnicomprensivo, la narrazione –, che si dipana una significativa traiettoria del libro, mirante a rispondere alla domanda sul come “fare storia”: una questione di metodo, insomma, perché la storia è «un’avventura metodologica», un percorso di conoscenza «intrapreso da persone in carne ed ossa, che hanno la possibilità di non celare ai loro lettori e ai loro ascoltatori chi sono, da dove sono partite, che scelte hanno dovuto affrontare e dove sono arrivate». Sono il disvelarsi del ricercatore, la sua onestà nel rendere trasparenti i confini tra le fonti e il loro completamento (cosa diversa dall’invenzione), la precisione nel sottolinearre i dubbi, il tentativo di far capire la provvisorietà di ogni punto di arrivo (quasi sempre un punto e virgola, nota l’autore) che fanno di un’opera, indipendentemente da ogni classificazione editoriale, un’opera storica. La ricerca sulle storie con la s minuscola, contrassegnata com’è dalla precarietà delle fonti, è un vero e proprio apprendistato di questo metodo. Le stesse fonti, peraltro, ove rinvenute, parlano molto anche quando sembrano tacere: se i registri e gli archivi ci consentono di tracciare la biografia di un signor nessuno, raramente o quasi mai ci offrono la possibilità di raccontare l’esistenza di una signora nessuna; molto svelandoci, però, dei dispositivi oppressivi nei contesti storici e sociali.

L’attenzione alle storie di vite minute, inoltre, ci consegna un messaggio importante sul perché “fare storia”. Innestare la vita delle persone ordinarie nella “grande Storia”, nei quadri complessi di cui occorre sempre tenere conto, significa introdurre scorci prospettici diversi e alternativi, guardare in faccia le contraddizioni (anche del presente), porsi interrogativi. Le vite comuni rivelano sempre qualcosa di non comune, ed è per questo che interessano: sono portavoce, spesso al di là delle loro intenzioni, «di uno sguardo, di un problema, di un esercito, di una comunità». Indagarle, oltre a incuriosire, permette di «continuare a percorrere la strada, mai semplice ma decisiva, della narrazione: raccontare, e raccontare a più persone possibili, guidati dall’onestà intellettuale e da un bagaglio di valori irrinunciabili per costruire comunità aperte, non escludenti». È attraverso il racconto delle vite delle persone in carne e ossa, guardate da vicino e non diluite dentro soggettività indistinte, che si scopre di poter demolire quelle “invenzioni della tradizione” che sono le nazioni. Falsi miti nel cui nome, ancora oggi, mettiamo il timbro sul perpetuarsi dell’orrore più grande che la storia possa raccontare: la guerra.

Post scriptum. Una riflessione specifica meriterebbero le suggestioni che la lettura mi ha suscitato in quanto giudice. Metto da parte, per il momento, le importanti considerazioni sull’abbandono della categoria della neutralità in favore della stabile acquisizione di altri altri concetti cardine, come onestà e trasparenza: è una conclusione che dovrebbe mettere d’accordo, oltre agli storici, anche i magistrati, e ci sarebbe tanto da meditare su come realizzare la piena trasparenza del lavoro intellettuale del giudice e delle motivazioni degli atti giudiziari. Mi interessa un altro territorio. Siamo abituati a pensare al giudice come a un storico in miniatura, con tutti i limiti del caso (ossia della legge e della procedura). Nel leggere il libro, tuttavia, con più immediatezza del solito percepisco che i giudici – meglio: i loro atti – sono fonti per gli storici del futuro. E lo sono, soprattutto, in relazione alle tante vicende di persone comuni – di cui si disinteressa la cronaca giudiziaria –, che sono spesso abituati a trattare come maschere: il detenuto, il consumatore, il proprietario, l’affittuario, il richiedente asilo e via dicendo. Per quanto mi riguarda, dalla consapevolezza di ritrovarsi a essere una potenziale fonte scaturisce un imperativo: sottrarsi ai metodi burocratici del lavoro giudiziario e provare a raccontare al meglio possibile (naturalmente nello specifico settore di interesse) le vite delle persone, dei giudicati. La valutazione sull’umanità o disumanità dei meccanismi che quest’epoca utilizza nei confronti dei poveri e dei marginali (degli appartenenti a classi non egemoni) – dal carcere ai centri per il rimpatrio, solo per fare due esempi – passerà anche da come i giudici sapranno raccontare, prima ancora che giudicare, quelle esistenze.

Note
(1) Nino Pedretti, Al Vòusi e altre poesie in dialetto romagnolo, Torino, 2007.
(2) Il riferimento, presente nel testo, è al celebre e discusso M.D. Shalins, Nonostante Tucidide. La storia come cultura, Milano, 2023.
(3) D. Del Giudice, Del narrare, Torino, 2023 e 2024, p. 6.
(4) A. Portelli, Storie orali. Racconto, immaginazione, dialogo, Roma, 2007, p. 59.

In homepage Pieter Bruegel il Vecchio, “Danza contadina”, 1568

Gli autori

Riccardo De Vito

Riccardo De Vito, è giudice al Tribunale di Nuoro. Già presidente di Magistratura democratica, è componente del comitato di redazione della rivista Questione giustizia.

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