Il carcere è, per la “società libera”, un’isola sconosciuta: per disinteresse, per mancanza di informazioni da parte dei media, perché è una “istituzione totale” per eccellenza, priva di contatti con l’esterno. E poi perché, per i più, i suoi ospiti – i detenuti e le detenute – non meritano alcuna attenzione e anzi, dopo il loro ingresso in carcere, si dovrebbe semplicemente “buttare la chiave”. Neanche l’ormai interminabile sequenza di suicidi e di atti di autolesionismo basta a rompere l’isolamento di una realtà che accoglie e rinchiude, ogni giorno, 62.000 persone, in gran parte senza diritti e senza speranza. Per contribuire a uno sguardo diverso e alla considerazione del carcere come un “pezzo” della società ospitiamo (e lo faremo periodicamente) le noterelle di un insegnate in un istituto penitenziario del Paese, non importa quale. Sono affreschi di vita quotidiana finalizzati a restituire dignità e umanità a una condizione che spesso non ce l’ha. (la redazione).
Quando a settembre iniziano le lezioni, nella scuola “normale” le classi sono formate: l’elenco degli allievi è stabilito e non cambia fino a giugno. Certo, può essere minimamente smosso nel caso di ritiri o cambi di percorso di studio, ma numeri minimi. Nella scuola in carcere è quasi il contrario, il dinamismo negli elenchi è continuo: salutata una classe a giugno, non si sa quanti studenti si ritroveranno a settembre. D’estate il penitenziario registra nuovi ingressi, trasferimenti e scarcerazioni e spesso le inoperose giornate roventi spingono qualcuno a riprendere gli studi. Così, all’avvio, molte classi hanno parzialmente cambiato fisionomia. Ulteriore difficoltà: se un allievo rimandato a settembre è stato trasferito durante l’estate e si trova ora in un altro penitenziario, magari a pochi chilometri di distanza, è comunque irraggiungibile. Perde l’anno perché non può sostenere l’esame. Chissà se aveva studiato…
Intanto l’anno inizia e il primo giorno scendono a lezione i salvati, quelli che hanno superato indenni l’estate e, malgré eux, sono ancora lì. I primi minuti di lezione passano in saluti e aggiornamenti. Durante l’appello si raccolgono anche segnalazioni di nuovi potenziali allievi: «Prof. in sezione è arrivato uno che ha detto che vuole iscriversi, segnati il nome». Oggi una scena simile, ma con epilogo inatteso. I ragazzi discutevano di un tal Roberto, giunto da poco, intenzionato a partecipare, ma stamane rimasto in sezione. «Non capiamo perché, fino a ieri voleva venire, l’aveva detto anche all’educatore!». Effettivamente l’educatore mi aveva accennato a un signore sulla sessantina, un po’ spaesato, che dal primo colloquio aveva espresso la ferma intenzione di frequentare la scuola. Con la scusa di recuperare un quaderno, uno dei ragazzi risale al piano delle celle e conferma che Roberto non vuole scendere. Poco dopo transita in corridoio l’educatore e dice che proverà lui a convincerlo. Io non capisco, mi interrogo brevemente sul perché abbia cambiato idea. Giocando sulla mia fama di severità, un compagno esclama: «Oh, prof, forse non vuole vedere te!» scatenando le ironie degli altri. Il primo della classe subito chiosa: «Io i compiti li ho fatti!». Sorrido a tutti e il tema esce in fretta dai miei pensieri, scalzato da altre incombenze. In quel momento ignoro, ignoriamo, quanto – e quanto dolorosamente – quella battuta fosse profetica.
A lezione avviata, si apre la porta ed entra l’educatore seguito da un’ombra nervosa, che non si distingue bene finché non riceve la luce della stanza. Sto leggendo un brano ad alta voce e percepisco l’ingresso, ma quando alzo gli occhi dal libro mi sento raggelare. Io Roberto lo conosco. Abita nel palazzo di fronte al mio, lo ricordo da quando sono bambino. Quante volte mi ha lanciato la palla che finiva nel suo cortile? Quante volte ci siamo incrociati sul marciapiede? Lo fisso attonito, non riesco a dissimulare. Pochi secondi di assoluto silenzio. I compagni avvertono la stasi, tacciono. Lui erompe in un grugnito di dolore ed esce di scatto, tra lo stupore dell’educatore e della classe. La mia situazione si fa più delicata, tutti mi guardano, hanno colto qualcosa, ma non voglio rivelare nulla, per lui e per me. Liquido l’episodio come frutto dello stress, per fortuna concordano.
Mentre riprendo a leggere, le domande si affastellano nella mia mente: com’è finito qui? Per quanto? Ma soprattutto: cosa ha provato quando mi ha visto? Immagino che al mattino abbia sentito i compagni parlare della lezione imminente e, udito il mio nome, ipotizzato la probabilità di un incontro che ha preferito evitare. Poi la pressione dei richiami e la voglia di verificare l’avranno spinto a scendere. Mentre mi faccio de-registrare dagli assistenti del padiglione che sto per lasciare, penso a cosa deve avere provato nel vedermi. Quale vertigine, quale vergogna, quale afasia. Marchiato, marchiato per sempre, nudo di fronte a me, l’occhio del palazzo, della strada, del quartiere.
Mi resta però un appiglio, un’unica carta, un’unica speranza: non ci siamo parlati. Così mi volto di scatto e torno sui miei passi: ripercorro il corridoio, chiedo agli assistenti il permesso di salire in sezione e, una volta al piano, lo faccio chiamare sedendomi nella stanza dei colloqui. Mi dico che non verrà, ma è giusto provare. Attendo. Non poco. Invano.
Lascio passare un giorno, il terzo ci riprovo. Stavolta appare, frastornato, quasi balbetta. Siamo entrambi in difficoltà, ma lo saluto e gli do la mano, qui è un gesto simbolico importante. Lui ha gli occhi lucidi e inizia: «Non ti aspettavi questa sorpresa, eh?». «No. Come stai?». «Umiliato. La mia reputazione è incenerita». Non so cos’ha fatto e non mi sbilancio. «Sei giudicabile?» chiedo per iniziare a capire se è in custodia cautelare e deve ancora affrontare il processo. «No, è una condanna di anni fa, per me una cosa stra-finita, ma è arrivato il momento di scontarla». Non entro in dettagli tecnici e non gli chiedo altro, però scopro che ha più di quattro anni da fare. Rilancio con la scuola: «Vieni a lezione. Con tutte le volte che mi hai visto passare con lo zaino sotto la tua finestra, vieni a sentire cosa ho imparato!». Sorride ombroso, dice che ha bisogno di tempo. Ha sempre gli occhi lucidi. Aggiunge che pensa ai suoi figli e a sua moglie: «Ho danneggiato anche loro. Irreparabilmente. Hai presente cosa vuole dire avere le volanti sotto casa? Hai presente sparire per anni? Chi glielo dice ai miei nipoti?».
Capisco quello che intende ma, al di là dell’empatia, non voglio prendere posizione sul suo caso che non conosco. «Guarda, se non avessi un carattere forte…» aggiunge, interrompendo la frase a metà. Non mi serve di più: segnalerò il caso al suo educatore, magari attiverà un gruppo di attenzione per la prevenzione dei rischi suicidari. Per ora punto sul futuro, gli dico che abbiamo davanti un tempo che può anche essere sfruttato. Lo invito ancora a venire a scuola, inizio ad accennargli i temi che affronteremo e mi pare interessato. Mentre parlo mi chiedo se conoscermi lo rassicuri o aumenti il suo disagio. Probabilmente entrambi. Ci salutiamo e sull’uscio gli strappo la promessa che verrà. Non so se lo farà, ma il primo seme è stato piantato. Almeno sperare è lecito.
