Il reato più comune

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Il carcere è, per la “società libera”, un’isola sconosciuta: per disinteresse, per mancanza di informazioni da parte dei media, perché è una “istituzione totale” per eccellenza, priva di contatti con l’esterno. E poi perché, per i più, i suoi ospiti – i detenuti e le detenute – non meritano alcuna attenzione e anzi, dopo il loro ingresso in carcere, si dovrebbe semplicemente buttare la chiave”. Neanche l’ormai interminabile sequenza di suicidi e di atti di autolesionismo basta a rompere l’isolamento di una realtà che accoglie e rinchiude, ogni giorno, 62.000 persone, in gran parte senza diritti e senza speranza. Per contribuire a uno sguardo diverso e alla considerazione del carcere come un “pezzo” della società ospitiamo (e lo faremo periodicamente) le noterelle di un insegnate in un istituto penitenziario del Paese, non importa quale. Sono affreschi di vita quotidiana finalizzati a restituire dignità e umanità a una condizione che spesso non ce l’ha. (la redazione).

Le statistiche sul mondo carcerario sono sempre interessanti. Molteplici le fonti disponibili: Istat, Ministero della Giustizia, Antigone (che ai dati unisce l’interpretazione). Le informazioni non mancano. Così, chi voglia maturare un’opinione più fondata e personale, emancipandosi dagli slogan, può farlo in poche mosse. Gli ultimi rapporti confermano che in Italia il reato più comune è quello contro il patrimonio (furti, rapine, etc.): nel 2023, 34.126 episodi. Seguono 26.211 reati contro la persona e 20.566 crimini connessi a produzione, consumo e spaccio di stupefacenti.

Anche per i quasi profani come me, alcune evidenze saltano subito agli occhi: ad esempio, il primo reato è in parte figlio del terzo. Come mi ha detto un allievo con una certa attendibilità, pochissime persone basano il proprio sostentamento su furti e rapine. Al contrario, una persona che ha dipendenze quasi sempre li commette per acquistare sostanze. Ecco perché bisogna concentrarsi sui suoi bisogni, perché delinque come mezzo, non come fine. E questo girone pullula di persone, ho allievi che sono dentro perché hanno rubato una bicicletta. Inoltre, questi detenuti sono diversi dagli altri. Spesso anche fisicamente: la loro colpa è evidente già dal sembiante, il corpo è segnato dalla condotta. Scavati, sguardo talvolta allucinato, quasi a tutti l’abuso delle sostanze ha deformato il viso con solchi, rughe e ustioni, talvolta lo ha deturpato, con la caduta dei denti. Però, avendoli conosciuti, per la maggior parte di loro non trovo adatta la definizione di criminale, che invece ad altri ben si attaglia. Rubano sì, ma mediamente piccole cifre, per acquistare la sostanza e pian piano anche il cibo. Spesso rubano direttamente il cibo. Vengono denunciati, finiscono dentro, nella media continuano a consumare, poi escono e via col prossimo giro di giostra.

Una volta ho chiesto a un allievo di raccontarmi il suo rapporto con il crack: ha iniziato da giovane, poi una pausa di qualche anno, infine ha ripreso.

– Prima fumavo una volta ogni due settimane, ero contento perché riuscivo a gestirlo. O meglio, credevo. In settimana lavoravo, tutto regolare, venerdì sera compravo e nel weekend dicevo agli amici che ero stanco e non uscivo. Mi prendevo due giorni per me, fumavo poco, ma di continuo, in modo che gli effetti perdurassero. Era figo.
E poi?
– Visto che era figo, ho aumentato la frequenza. Una volta a settimana, poi due, poi tre, così mi sono lentamente isolato, perdendo lentamente anche gli amici.
E i soldi.
– Esatto! Lo stipendio iniziava a non bastarmi più, a volte dovevo scegliere se comprare il cibo o la roba, anche perché iniziavo a fumare ogni giorno.
E allora rubavi.
– Certo, perché non puoi non mangiare, ma vuoi fumare perché il richiamo è irresistibile. Ti ricordi di Ulisse e delle sirene? Ce l’hai spiegato tu. Ma fuori dai libri non ci sono le corde, i marinai abbandonano la nave ed è impossibile resistere a se stessi. Almeno, per me è stato così.
Però così sprofondi, no?
– Sì. Perdi il lavoro, continui a rubare, solo per la roba. Entri nei supermercati, fermi la gente, come uno zombi. Finché ti arrestano.

Non serve che gli chieda quanto è difficile uscirne. Ogni mattina, quando nel padiglione arrivano le infermiere dell’ASL, devo interrompere la lezione perché una lenta processione lascia l’aula e forma una coda davanti al piccolo ambulatorio: la carovana di chi beve il metadone. Terapia scalare, corpi giovani e meno giovani che combattono l’assuefazione, si logorano, si sfibrano. Un demone apparentemente insuperabile. Mi è rimasta però una curiosità.

Cosa si prova quando si fuma?
– (Sorride)
Sì, voglio dire… è tipo un orgasmo prolungato?
– No, non c’entra con l’orgasmo. È una sensazione di benessere che all’inizio dura tanto, poi sempre meno, ma ti chiama! È per quello che torni a cercarla.
Rubando.
– Rubi, vendi, mendichi…
Insomma, criminale si nasce o si diventa?
– Minchia prof., se ti dico cosa dicevo io dei ladri prima di buttarmi via… Se l’io ragazzo incontrasse il me di oggi, finirebbero entrambi in galera!
Perché?
– Perché il ragazzo aggredirebbe il tossico, ma il tossico gli ruberebbe la giacca (ride).
Insomma, un destino segnato. E qui le cose non migliorano, mi pare.
– Scherzi? Qui semmai impari cose che sarebbe meglio non imparare.
Però non è sempre così, ho allievi che da quando sono dentro stanno meglio: prima erano spersi, non riuscivano a tenere l’attenzione, adesso sono più distesi e pasciuti, più lucidi.
– Il problema è che non sai quando escono se riescono a tenersi puliti. Io stesso ho fatto pause nel consumo, te l’ho detto. Però, e questa è la maledizione, il pericolo è sempre lì!
Come il carcere.
– Sì, ma hai capito? Come miglioro io qua? Ho bisogno di una comunità, non di una cella. Ho bisogno di psicologi e medici, non di polizia. Ma i posti non ci sono.
La sanità costa, sempre di più. Viriamo verso un modello privatistico.
– Una merda da ricchi. Se invece di aiutare chi cade si spendono i soldi per punirlo, cadrà sempre più gente, perché non potrà chiedere aiuto. Tranquillo prof., il lavoro non ti mancherà.

Gli autori

Tazio Brusasco

Tazio Brusasco (1981), laureato in antropologia, insegna Italiano e Storia nelle scuole superiori. Da tre anni presta servizio presso la sezione carceraria del proprio istituto.

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