Il carcere è, per la “società libera” un’isola sconosciuta: per disinteresse, per mancanza di informazioni da parte dei media, perché è una “istituzione totale” per eccellenza, priva di contatti con l’esterno. E poi perché, per i più, i suoi ospiti – i detenuti e le detenute – non meritano alcuna attenzione e anzi, dopo il loro ingresso in carcere, si dovrebbe semplicemente “buttare la chiave”. Neanche l’ormai interminabile sequenza di suicidi e di atti di autolesionismo basta a rompere l’isolamento di una realtà che accoglie e rinchiude, ogni giorno, 62.000 persone, in gran parte senza diritti e senza speranza. Per contribuire a uno sguardo diverso e alla considerazione del carcere come un “pezzo” della società ospitiamo (e lo faremo periodicamente) le noterelle di un insegnate in un istituto penitenziario del Paese, non importa quale. Sono affreschi di vita quotidiana finalizzati a restituire dignità e umanità a una condizione che spesso non ce l’ha. (la redazione).
Stamattina un allievo si è presentato a lezione in notevole ritardo. Gliene ho chiesto il motivo.
– “Processo”.
Una sola parola, netta, sufficiente a farmi segnare l’assenza giustificata sul registro: giustizia, salute e colloqui con i famigliari consentono la deroga. Gli ho chiesto come fosse andata. Ha rivolto in basso gli angoli della bocca e sollevato le spalle, come a esprimere sfiducia. O rassegnata indifferenza. I compagni di classe ci guardavano in silenzio. Scene simili qui sono abituali.
La lezione è ripresa. Storia. So che è la sua materia preferita, ma oggi era spento, distratto. Con tutta evidenza pensava ad altro. A un tratto però ha alzato la mano e senz’attendere mi ha interrotto:
– Prof., non è vero che l’Italia è una repubblica.
Mi sono bloccato e l’ho fissato interrogativo.
– Hai capito bene, siamo ancora una monarchia!
– Cosa intendi?
– Lo sai com’era: nella monarchia poche persone contavano, gli altri niente. I nobili avevano potere, benessere, soprattutto diritti. Gli altri niente. E anche oggi è così. Oggi pochi hanno ricchezza e diritti. Gli altri, come me, niente.
– Tu non hai diritti?
– A parole. E solo quello. Mi devi spiegare come mai, se uno fa qualcosa finisce qua, ma se è potente non lo toccano. Qua ci sta la manovalanza. I minchioni. Chi ha il potere, chi ha i soldi no. E allora è come nella monarchia: i nobili ci sono anche oggi. Ci sono, si insinuano, si proteggono, cadono in piedi, si legano e aiutano tra di loro. Gli altri invece pagano.
Non è la prima volta che discutiamo di questi temi. La sua carriera criminale lo ha portato più volte dietro le sbarre, adesso però c’è una novità che lo spaventa: l’accusa di associazione di tipo mafioso (lui dice solo associazione). Le pene in quel caso sono più ingenti. La classe rumoreggia, gli esprime accordo, solidarietà.
Per ribattere, dico che nel passato al quale si riferisce il popolo non poteva denunciare i nobili di fronte al giudice. Oggi può. So che lo provoco, ma vorrei riportare le cose alla loro reale dimensione. La risposta però mi spiazza.
– Prof., ma che denuncio? Io ho fatto delle scelte e le pago. Ma mia moglie, la mia famiglia, quelle scelte non le hanno fatte. Perché devono pagare loro?
Non so cosa ribattere, l’accenno alle vendette trasversali è drammatico. Dirgli che proprio la violenza che il suo ambiente d’origine gli riserverebbe dovrebbe convincerlo a denunciare sarebbe inutile. Sarebbe ingenuo. Abbiamo vite ed esperienze troppo diverse, forse non risponderebbe neanche.
Lascio cadere la discussione. Qualche secondo di silenzio e riprendo la lezione.
