Il 27 giugno scorso sono decorsi 45 anni dalla strage di Ustica, quando, in seguito a un missile che colpì un volo dell’Itavia in volo tra Bologna e Palermo, morirono 81 persone. L’anniversario cade proprio a ridosso della recente conversione in legge del cosiddetto decreto sicurezza, che suscita più di una perplessità per le restrizioni che contiene per le libertà civili e politiche. I due eventi, apparentemente scollegati, sono invece legati dal filo rosso del discorso sulla sicurezza, e stimolano una riflessione sul tema.
Leonardo Sciascia sosteneva che la sicurezza del potere si basa sull’insicurezza dei cittadini. Partendo da questo assunto, è possibile svolgere una riflessione attorno a questo termine, il cui uso inflazionato, negli ultimi anni, ha finito per alterarne il significato. In italiano, la confusione, è ancora più facile, in quanto incorpora in una parola quello che in inglese viene scomposto in safety, ovvero l’incolumità personale, e security, riferito alle prerogative individuali all’interno di una società. Alessandro Baratta differenziava i due poli teorizzando la differenza tra il diritto alla sicurezza e la sicurezza dei diritti.
Sulla scia di questi due assunti, possiamo dire che il decreto sicurezza, partendo dalla presunta tutela dell’incolumità personale, approda alla difesa acritica di un nucleo di valori ormai non al passo con la società italiana contemporanea, e soprattutto, della proprietà privata. Viceversa, la vicenda di Ustica, ha a che fare con la sicurezza dei diritti, intesa sia come la declinazione delle libertà civili e politiche attorno al nucleo giuridico-valoriale della Costituzione, sia sotto il profilo del godimento dei diritti sociali, anche loro previsti dalla Carta.
La strage di Ustica si colloca all’interno dell’attacco della sicurezza dei diritti, così come si produsse tra il 1964, anno del cosiddetto Piano Solo, al 1980, quando scoppiò la bomba alla stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone 200. A partire dalle stragi, dai tentati golpe, iniziò il rifluire delle ondate dei movimenti, quando la ristrutturazione capitalistica si articolò di pari passo ad eventi come piazza Fontana, Peteano, la strage di piazza della Loggia, quella dell’Italicus, la strage di Ustica e, infine, quella di Bologna. Alle stragi vanno aggiunti i tentativi di golpe del 1964, del 1970 (golpe Borghese), e del 1972 (Rosa dei Venti). Un rosario di attentati al tessuto democratico, inteso non soltanto come le istituzioni, ma anche, se non soprattutto, le soggettività che si andavano formando a livello di società civile, che non ha uguali in Europa. Eventi traumatici e drammatici, che incominciarono a seminare quel sentimento di insicurezza su cui, dagli anni Novanta in poi, dopo il nuovo ciclo delle stragi mafiose del 1992-93, si fece strada il securitarismo. Non pensiamo a una strategia organica, in quanto le trasformazioni sociali sono più forti degli atti intimidatori, e la reazione popolare alle stragi fu sempre una costante. Riteniamo però che, se volessimo produrre una genealogia della sicurezza e della paura, è alle stragi e ai tentati golpe che bisogna risalire. In particolare, è necessario fare luce su tre aspetti.
Sul piano dell’incolumità personale, bisogna porre in risalto uno scarto sostanziale tra la criminalità di strada da un lato e le stragi e i tentati golpe dall’altro. Ognuno di noi, quando si muove all’interno degli spazi pubblici, prende le sue dovute precauzioni: dal non mettere in vista oggetti di valore, al non recarsi in certe parti della città, a evitare di muoversi da soli o di notte, al custodire gli effetti personali mettendoli al sicuro da reati predatori. Si tratta di rischi che, in parte, calcoliamo, e cerchiamo di prevenire individualmente. Tuttavia, negli ultimi trent’anni, si sono rappresentati i reati di strada o le cosiddette inciviltà urbane come minacce che minano la convivenza civile dalle fondamenta, e che vanno affrontate con l’utilizzo di strumenti repressivi particolarmente severi, così da ispirare, per l’appunto, il varo del decreto sicurezza. In realtà, tra la minaccia reale e quella percepita, esiste uno scarto sensibile, e basterebbe vedere i dati relativi ai reati. A colmare lo scarto in senso securitario, ha provveduto una narrazione imperniata sul pericolo rappresentato dall’altro, una categoria che comprende i rom, i migranti, i rifugiati, i consumatori di sostanze, gli attivisti, gli LGBTQIA+, e tutti quelli che non rientrano nel trinomio Dio, Patria e Famiglia, che vengono criminalizzati. In altre parole, si caricano di significati etici e politici fenomeni sociali che hanno piuttosto a che fare con la disuguaglianza e la marginalità. Viceversa, non rappresenta un fenomeno ordinario, o un rischio da prendere in considerazione, la possibilità che si vada in banca, in piazza a manifestare, in stazione per prendere un treno, e si finisca dilaniati o mutilati dalle bombe. Oppure, che ci si imbarchi su di un aeroplano che poi esplode in volo. Come non rientra nel novero delle possibilità essere manganellati a freddo dalle forze di polizia, oppure rinchiusi e torturati per un giorno intero in una caserma, o addirittura morire per un proiettile vagante. In uno Stato democratico di diritto, che fa delle libertà di movimento, di riunione, di associazione, di manifestazione i suoi capisaldi, l’insicurezza è rappresentata proprio da questi eventi. I cittadini che scoprono che le loro prerogative fondamentali sono tutt’altro che scontate, finiscono, a medio termine, per non avere fiducia non soltanto nelle istituzioni, ma anche nella possibilità di esprimersi e agire liberamente, e si rinchiudono nel privato. La stagione delle bombe ha sicuramente, per il modo regolare e costante con cui si è manifestata, contribuito a minare nei cittadini italiani la fiducia verso una convivenza civile cementata da regole e aspettative condivise.
Soprattutto, e qui entra in gioco il secondo aspetto che bisogna approfondire, se la verità fa fatica ad affiorare, o non viene mai appurata. Fino ad ora, le uniche due stragi su cui si ha certezza dei mandanti e degli esecutori sono quelle di piazza della Loggia e Peteano, mentre Bologna, per quanto esistano delle condanne definitive, continua ad essere sotto lo scrutinio degli inquirenti. In questo caso ci troviamo di fronte un doppio livello di produzione e manipolazione della verità. Il primo è quello che riguarda la circolazione delle notizie ad usum dell’opinione pubblica. Piazza Fontana fece scuola, con Pietro Valpreda dichiarato colpevole in diretta TV da un noto giornalista televisivo che confonde l’informazione con le vendite dei piazzisti. Lo stesso che alcuni anni dopo avrebbe comunicato al Paese sgomento che a Bologna era scoppiata una caldaia e che l’aereo Itavia esploso ad Ustica era stato sabotato. Al contrario, dei golpe del 1964 e del 1970, della verità su Piazza Fontana, si venne a conoscenza da inchieste giornalistiche controcorrente, che vennero sminuite, marginalizzate, quando non svilite con la condanna degli autori, come il caso di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi. Il secondo livello concerne l’accertamento della verità giudiziaria. La magistratura impegnata nell’accertamento della verità sulle stragi, è stata attraversata dai conflitti di potere che si sono verificati, anche al suo interno. Se alcuni magistrati riuscivano ad andare fino in fondo, altri, come nel caso del porto delle nebbie romano, puntavano ad annacquare gli elementi che affioravano, muovendosi in modo tale da non intaccare troppo gli equilibri di potere esistenti. Altri ancora vedevano il proprio zelo infrangersi sugli scogli degli omissis, dei segreti di stato, dei depistaggi, e si vedevano costretti a ricominciare da zero, finendo per logorarsi e logorare la opera verso l’accertamento della verità. Questo secondo aspetto rappresenta un passaggio cruciale nella costruzione dell’insicurezza. La lacerazione che un evento come una strage crea nel tessuto sociale, può cicatrizzarsi soltanto attraverso l’accertamento della verità. Che i responsabili vengano trovati, che vengano portati in un’aula a dare conto dei loro misfatti, che lo facciano confrontandosi con le famiglie delle vittime, sortisce un doppio effetto: innanzitutto, rafforza la credibilità nelle istituzioni preposte a reprimere i fenomeni criminali e nello Stato democratico di diritto nel suo insieme. In secondo luogo, ridimensiona la coltre di impunità di cui godono autori e mandanti, producendo un rovesciamento sacrosanto dei ruoli in cui rendono conto ai cittadini dei loro misfatti. Un risultato che finora, in Italia, non è mai stato raggiunto. Si parla dei reduci della lotta armata delle formazioni di sinistra. I quali, tra pentiti, dissociati e irriducibili, hanno ammesso, raccontato e talvolta rivendicato la loro esperienza. Col risultato che, in un Paese dove la verità di rado viene fuori, chi la dice non viene creduto. Da qui il prodursi della narrazione complottista, che cerca sempre di individuare i poteri occulti che si celano dietro gli eventi più nefasti che hanno colpito il nostro Paese. Una natura occulta direttamente proporzionale all’impunità, dalla quale scaturisce un’aura di potenza. Che in realtà, se si accertasse la verità, si dissolverebbe in breve tempo. Si sarebbe potuto seguire il modello sudafricano della commissione sui crimini dell’apartheid. Ma nessuno lo ha mai proposto. Forse perché, a destra e a sinistra, i Grandi Vecchi fanno comodo. Col risultato di fare sentire i cittadini meno sicuri, e di alimentare la domanda di legge e ordine che porta a considerare normali i provvedimenti speciali e la produzione di emergenze, tratto tipico dell’Italia del dopoguerra.
Infine, un altro catalizzatore di insicurezza, è rappresentato dal ruolo degli apparati dello Stato nelle stragi e nei tentati golpe. Le inchieste, le indagini giudiziarie, fin dove hanno potuto spingersi, hanno fatto affiorare pesanti coinvolgimenti di esponenti di rilievo dei servizi di sicurezza, delle Forze Armate, della magistratura, della politica, nella pianificazione e nell’attuazione delle stragi. Il caso di Ustica non è da meno, con la triste litania dell’occultamento della verità, i depistaggi, gli omissis che hanno accompagnato lo svolgersi dell’inchiesta. Se ormai è acclarato che sia stato un missile a fare esplodere in aria il DC 9 Itavia, non si sa però chi lo abbia lanciato, e per quale motivo.
Il cerchio si chiude: se la sicurezza dei cittadini non è garantita, la verità non viene accertata, è perché chi dovrebbe assicurare che le vittime, i loro familiari, il Paese tutto, abbiano giustizia, appare lavorare in senso opposto. Il tessuto democratico ne esce indebolito, minato nelle sue fondamenta, dando la stura a ipotesi complottistiche che sfociano nella ricerca del capro espiatorio da punire in modo esemplare. In particolare nel contesto attuale, dove l’erosione dei diritti si accompagna a un sentimento di impotenza verso le decisioni che determinano le nostre vite quotidiane. Per questo bisogna ripartire da Ustica e dalle stragi. Per sfrondare la coltre di insicurezza, e riaffermare la centralità della Costituzione in un contesto in cui, come diceva Norberto Bobbio, la democrazia sia il potere pubblico in pubblico. I decreti sicurezza, lasciamoli stare.
