Gianni Tognoni, medico, esperto di epidemiologia clinica e comunitaria, è stato direttore del Consorzio Negri Sud. E' Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.
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La pandemia è ancora lontana dalla conclusione ma, dopo quasi due anni, sono chiari i limiti emersi nella strategia sanitaria di contrasto e il ruolo di “paravento” che essa ha assunto rispetto a fenomeni più generali. Chiamare le cose per nome è un passo indispensabile per sapere quali sono, se ci sono, i vincitori di questa guerra che, per definizione, saranno i decisori del futuro.
La vulgata mainstream promette un futuro radioso, grazie al PNRR, del sistema sanitario e della salute dei cittadini. In realtà c’è, in questa narrazione, molta ipocrisia come si vede dall’analisi delle questioni della trasparenza informativa (inesistente) e della cosiddetta centralità del territorio (evocativa di prossimità, cura, domiciliarità, infermieri di famiglia etc.).
Il processo e la condanna di Mimmo Lucano sono esemplari di una situazione ormai consolidata a livello internazionale. Da tempo, ormai, il diritto non è più sinonimo di garanzia delle persone e delle democrazie, ma è protagonista di una vera e propria guerra (warfare) che garantisce l’impunità dei “pochi e privilegiati” rispetto ai “più e destinati al ruolo di vittime”.
Viviamo in un mondo capovolto. Fatti che vanno dalla banalità alla tragedia sono coperti nella cronaca e nella realtà con un’attenzione inversamente proporzionale alla loro rilevanza: per la nostra vita pubblica e per quella globale. Il modo in cui vengono affrontate le questioni del Green pass, del PNRR e dell’Afghanistan ne sono un esempio.
La tragedia che si sta sviluppando in Afghanistan è un promemoria per tutti. Se la guerra rimarrà la normalità per garantire gli interessi dell’Occidente, il futuro ci riserverà un mix di narrazioni bugiarde e di poco credibili esercizi di aiuti umanitari. E i popoli, le vite individuali e collettive resteranno variabili dipendenti dalle bugie interessate degli Stati.
Eventi all’apparenza diversi ed eterogenei come i bombardamenti di Gaza, l’andamento delle trattative sulla accessibilità ai vaccini e il rapporto tra l’Europa e i migranti pongono drammaticamente lo stesso problema: il venir meno dei diritti umani e dei popoli come riferimenti fondamentali per la comunità internazionale.
Il problema centrale non è la pandemia ma la sua gestione. Quel che si deve fare a livello planetario è chiaro, ma vi ostano interessi nazionalistici e delle case farmaceutiche che suggeriscono chiacchiere inutili e fuorvianti, fonte di una fitta nebbia conoscitiva. Così il Covid-19 si trasforma da questione sanitaria in test di democrazia.
La vicenda AstraZeneca è illuminante. Un problema medico, serio ma limitato in termini numerici, si è trasformato in un giallo che sembra coinvolgere il destino della pandemia. Un giallo che nasconde incapacità e interessi che impediscono di fare della pandemia il laboratorio di un futuro di solidarietà e di diritti.
La pandemia e i relativi interventi di contrasto sono un test, una scuola, una verifica, una sfida epocale per la politica e per la società. Ma come procedere? Occorrono trasparenza, integrazione europea, consapevolezza della dimensione globale della partita, confronto aperto e intelligente senza deleghe impossibili a big-data e algoritmi.
«Tutti hanno diritto alla protezione da Covid-19». È lo slogan di un appello europeo teso a garantire l’accesso gratuito e universale al vaccino. Iniziativa importante e opportuna che deve servire come richiamo alla necessità di una mobilitazione per il riconoscimento del diritto di tutti e tutte a usufruire dei beni comuni.