Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)
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Dopo le elezioni la domanda cruciale è: esiste una forza in grado di contrastare questa destra con una visione davvero alternativa, e con la capacità di costruire consenso, riportando al voto almeno un 10% di coloro che si sono astenuti? La risposta è: no, attualmente non esiste. Che fare allora?
Ha ragione Marco Revelli, e non solo lui: la priorità, anche nelle prossime elezioni europee e amministrative, è fermare la destra. Ma come? Non sostenendo chi ha fatto e annuncia di voler continuare a fare politiche di destra. La destra si ferma non con un’altra destra: ma con la sinistra o, comunque, con politiche diverse.
La sanzione disciplinare inflitta alla professoressa colpevole di non aver censurato un lavoro dei suoi studenti sulle leggi razziali di ieri e di oggi vìola la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di insegnamento, il diritto all’istruzione. Ma offende anche la storia e la Costituzione.
“I demoni di Salvini. I postnazisti e la Lega”, di Claudio Gatti è un libro impressionante. In America avrebbe la forza del Watergate. E in un qualunque Paese europeo porterebbe a una crisi di governo. Ma in Italia un vicepremier e ministro dell’interno circondato da post-nazisti sembra non fare notizia.
Il Salone del Libro ha assegnato uno stand a un editore collegato a Casa Pound, e che ha in catalogo testi esplicitamente fascisti e nazisti. È una scelta che sdogana ulteriormente la voce fascio-nazista nello spazio pubblico. Per il poco che tocca a noi, sentiamo il dovere morale di opporci: per questo non saremo a Torino.
Non è tempo di celebrazioni formali ma di una rivoluzione della “giustizia sociale”. Il consenso a Salvini e ai nuovi fascismi si combatte solo con una cultura e una politica che diano «ad ogni uomo la dignità di uomo». E il 25 aprile si salva se diventa la bandiera di una nuova età di eguaglianza e inclusione.
A Firenze il plauso bipartisan all’ordinanza prefettizia che prevede l’allontanamento da diciassette «zone rosse» dei denunciati per alcuni reati non è soltanto il frutto di una scarsa sensibilità sociale e costituzionale. È anche la sintesi dei comuni interessi di centro-sinistra e destra, occultati dietro la repressione dei poveri cristi.
Venerdì 15 marzo, in piazza, ho visto migliaia di ragazzi e ragazze gridarci che non abbiamo un altro pianeta e se distruggiamo questo siamo finiti anche noi. Per loro e per nostra fortuna, loro non hanno né padri né padrini: c’è solo da sperare che abbiano la forza di svegliarci. Prima che sia davvero troppo tardi.
Il lavoro per tutti è sempre più un’utopia. Occorre dunque un modello alternativo a quello dominante in cui sia garantita anche a chi è escluso dal “mercato” del lavoro un’esistenza dignitosa. A questo serve un autentico reddito di base. Non è questa la strada imboccata dal reddito di cittadinanza gialloverde.
In vista delle europee Carlo Calenda lancia un fronte ampio per la salvezza della patria. Ce ne sarebbero molte ragioni. Ma il suo manifesto le ignora: evita ogni autocritica, non nomina neppure la parola giustizia, ripropone quanto la maggioranza degli italiani ha già giudicato non più accettabile. Se non è un suicidio…