Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)
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«Firenze è una città in svendita. È una città all’incanto, è una città che se la piglia chi offre di più, e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri». Per questa frase sindaco e giunta mi hanno citato per danni. L’insofferenza alla critica politica è la cifra di questa classe politica. Ma sarà un bel confronto!
Mattia Feltri blocca la pubblicazione sull’Huffington Post, di cui è direttore, di un post di Laura Boldrini contenente una critica a uno scritto di suo padre Vittorio. «In casa d’altri bisogna sapere come comportarsi», argomenta. Dimenticando che i giornali non sono caserme e i direttori non ne sono i padroni.
Tre fatti si sono intrecciati in questi giorni a Roma: lo sgombero del Nuovo Cinema Palazzo, lo sfratto dell’Istituto per il Medioevo, l’acquisizione da parte della Biblioteca Nazionale dell’archivio del leader fascista Pino Rauti. Fatti diversi che pongono un’unica domanda: cosa intendiamo quando parliamo di cultura?
Il nostro nemico è dunque il dissenso? Perfino la prudenza è sospetta. La violenza delle reazioni ai dubbi espressi da Andrea Crisanti sulla corsa al vaccino e sull’adeguatezza delle sperimentazioni ne è un esempio eloquente. Ma il pensiero critico è il principale vaccino contro l’interesse privato. Dimenticarlo non promette nulla di buono.
Ci aspetta una convivenza non breve con il Covid. Per le sottovalutazioni e l’incapacità della politica. Ma anche nostre. In tutti è mancato l’amore per il futuro, sostituito dal consumo del presente. Se continueremo a mettere da parte le cose fondamentali (scuola, ricerca e cultura) non avremo futuro. E non sarà colpa del virus: sarà colpa nostra.
Il contagio cresce a dismisura. Ci vorrebbero scelte e regole chiare, semplici, generali, efficaci. Siamo, invece, al caos organizzativo. L’immagine è quella di un nuovo 8 settembre: si salvi chi può, in ordine sparso, mentre la politica è in fuga. Cosa bisogna ancora aspettare perché la ragione prevalga?
L’arrivo del primo caso di Covid nella classe di mia figlia (in un liceo di Firenze) ha fatto cadere l’illusione che fossimo pronti. Un disastro organizzativo, un disastro comunicativo, un disastro civile: non della scuola (che, nonostante tutto, si è attrezzata), ma di quel che le sta intorno: in particolare la politica e il sistema sanitario.
Il quadro politico dopo le elezioni regionali è avvilente: l’unica regione che ha cambiato segno politico è andata alla destra; in Veneto e in Campania siamo al dominio personale; in Liguria perde l’unico progetto mainstream in qualche modo progressivo; in Toscana trionfa una paura creata ad arte. C’è ben poco da rallegrarsi!
Aldilà di (presunte) utilità contingenti, la riduzione dei parlamentari è figlia della logica che vede nella rappresentanza un problema e che vuole aumentare il peso e il potere dell’esecutivo. Ma le cure sbagliate possono uccidere. E gli intellettuali che non lo capiscono assomigliano ai ciechi che pretendono di guidare altri ciechi.
Nel referendum il nostro monosillabo sarà NO. Dov’è, infatti, il cambiamento radicale che milioni di elettori si aspettavano dal M5Stelle? Ancora una volta, la Costituzione è diventata il capro espiatorio di un fallimento politico e con il taglio numerico a essere (ancor più) emarginati saranno il dissenso, la libertà di giudizio, il pensiero critico.