Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)
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Ci aspetta una convivenza non breve con il Covid. Per le sottovalutazioni e l’incapacità della politica. Ma anche nostre. In tutti è mancato l’amore per il futuro, sostituito dal consumo del presente. Se continueremo a mettere da parte le cose fondamentali (scuola, ricerca e cultura) non avremo futuro. E non sarà colpa del virus: sarà colpa nostra.
Il contagio cresce a dismisura. Ci vorrebbero scelte e regole chiare, semplici, generali, efficaci. Siamo, invece, al caos organizzativo. L’immagine è quella di un nuovo 8 settembre: si salvi chi può, in ordine sparso, mentre la politica è in fuga. Cosa bisogna ancora aspettare perché la ragione prevalga?
L’arrivo del primo caso di Covid nella classe di mia figlia (in un liceo di Firenze) ha fatto cadere l’illusione che fossimo pronti. Un disastro organizzativo, un disastro comunicativo, un disastro civile: non della scuola (che, nonostante tutto, si è attrezzata), ma di quel che le sta intorno: in particolare la politica e il sistema sanitario.
Il quadro politico dopo le elezioni regionali è avvilente: l’unica regione che ha cambiato segno politico è andata alla destra; in Veneto e in Campania siamo al dominio personale; in Liguria perde l’unico progetto mainstream in qualche modo progressivo; in Toscana trionfa una paura creata ad arte. C’è ben poco da rallegrarsi!
Aldilà di (presunte) utilità contingenti, la riduzione dei parlamentari è figlia della logica che vede nella rappresentanza un problema e che vuole aumentare il peso e il potere dell’esecutivo. Ma le cure sbagliate possono uccidere. E gli intellettuali che non lo capiscono assomigliano ai ciechi che pretendono di guidare altri ciechi.
Nel referendum il nostro monosillabo sarà NO. Dov’è, infatti, il cambiamento radicale che milioni di elettori si aspettavano dal M5Stelle? Ancora una volta, la Costituzione è diventata il capro espiatorio di un fallimento politico e con il taglio numerico a essere (ancor più) emarginati saranno il dissenso, la libertà di giudizio, il pensiero critico.
L’arte è politica, sempre. Oggi chi vuol vedere un’opera d’arte vera – in profonda comunione con il mare, la natura umana e la Politica con la P maiuscola – può cercare, nei porti del Sud Italia, la barca “Louise Michel” voluta e decorata da Banksy. Trovandola, qualcuno potrebbe perfino ritrovare se stesso.
Draghi ha scelto l’assise di Comunione e Liberazione per esporre la sua ricetta. Niente di nuovo, ahinoi. La parola d’ordine è una crescita acritica in cui la stella polare è la conservazione degli attuali rapporti di forza. Non a caso i termini “uguaglianza” e “giustizia sociale” non compaiono nel suo intervento. E Zingaretti si accoda…
Alle prossime elezioni toscane non voterò il candidato del Pd, Eugenio Giani. Non perché sottovaluti il senso di una possibile vittoria della sua avversaria leghista. Ma perché entrambe le candidature sono espressione dello stesso sistema di potere che il centro sinistra si è ostinatamente rifiutato finanche di scalfire.
C’è chi si presenta in divisa nazista, chi organizza una cena celebrativa della marcia su Roma, chi sceglie per i propri manifesti elettorali lo slogan «me ne frego». Tutti di Fratelli d’Italia. Ma se Robecchi scrive un articolo ricordando la Resistenza anche la sedicente sinistra s’indigna.