Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)
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Antonino Caponnetto usava ripetere che la mafia teme la scuola più della giustizia. Se vogliamo che quelle parole siano vere, dobbiamo costruire una scuola e un’università che si ispirino ai principi della Costituzione: l’eguaglianza sostanziale, il pieno sviluppo della persona umana, il primato del pensiero critico.
Il governo Draghi è un pericolo per la nostra democrazia: per le sue implicazioni, per il modo in cui è nato, per la sostanza. Il suo segno lo si trova nel profetico quadro “Eclissi di sole” di George Gorsz di un secolo fa: l’immagine del capitale che ha sostituito ogni altro potere e governa il mondo.
Con la formazione del Governo Draghi l’asse della politica italiana si è ulteriormente spostato a destra. E – cosa del tutto anomala – ciò è accaduto non per effetto di elezioni, ma per una decisione politica del presidente della Repubblica. Che, come tutte le scelte politiche, deve poter essere discussa e anche, se del caso, criticata.
Sulla riforma fiscale Draghi copia, senza citarlo, Francesco Giavazzi, campione dell’ultraliberismo nostrano. Altro che “keynesiano di ritorno”! Il tutto mentre un lucido libro di Francesco Pallante (“Elogio delle tasse”) ci ricorda che i padri del fisco progressivo sono stati dei seri liberali.
Il mantra dell’antipolitica ha assunto toni monarchici e autoritari. Il tutto in un clima di generale plauso per l’uomo della provvidenza: te deum, ceri, inni, vitelli grassi sgozzati. L’importante è cancellare il conflitto in nome del «bene della nazione». Peccato che i ricchi non vogliano le stesse cose di cui hanno bisogno i poveri.
Matteo Renzi ha colpito ancora. Con l’incarico a Draghi, da lui propiziato, si passa da una cura inadeguata e sbagliata ai mali del Paese al ritorno in grande stile della malattia. Quel che rientra in scena, attraverso un suo gran sacerdote, è, infatti, la dittatura del mercato e, con essa, il potere indiscusso dell’establishment.
La crisi può portare alle elezioni. Esito fisiologico, se non fossimo in piena pandemia. E se ci fosse una legge elettorale proporzionale. Invece c’è il Rosatellum, che i fautori del sì al referendum avevano incautamente promesso di cambiare. E votare in queste condizioni sarebbe un suicidio: non per Conte, per il Paese.
C’è stato un tempo in cui le opere d’arte si spostavano come pedine sulla scacchiera della politica, mosse da sovrani, papi e cardinali. Si sperava che, con l’art. 9 della Costituzione, qualcosa fosse cambiato. Il prestito al Louvre dell’“Uomo vitruviano” dimostra che non è così. Un libro descrive le tappe di questo malcostume e i tentativi di resistervi.
Al 2020, grazie: ci hai tolto ogni dubbio sulla politica italiana. Quella di un governo che trascina un indecente stato delle cose, quella di una destra grottesca e pericolosa. Quella di una sinistra che c’è solo nella liberazione delle vite dal basso. Al 2021, sì: lavoreremo perché questa sinistra cresca, prenda coscienza di sé, combatta.
Natale è un diventato, nel tempo, una festa dolciastra, sedativa, conformista, impotente. Oggi, in quest’anno di angoscia e in questo mondo pieno di ingiustizie, è possibile capire, nostro malgrado, che non stiamo contemplando una scenetta ma che Natale ci riguarda, che siamo chiamati in causa e che possiamo diventare protagonisti.