Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, è attualmente presidente di Volere la Luna e del Controsservatorio Valsusa. E', inoltre, portavoce del Coordinamento antifascista torinese. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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Se 700mila firme vi sembran poche

In sole tre settimane sono state raccolte più di 750mila firme a sostegno del referendum abrogativo della legge sull’autonomia differenziata. È un risultato che va al di là delle più rosee previsioni. Ma non basta. Le firme vanno raddoppiate: per aumentare il consenso, per lanciare la campagna referendaria che inizierà nei primi mesi del 2025, per incrinare il fronte della destra, per dare una spallata al Governo.

Olimpiadi. Vincere è meglio, ma perdere non è un fallimento

Da tempo, nelle Olimpiadi, il motto del barone de Coubertin secondo cui “l’importante non è vincere ma partecipare” è solo un espediente retorico. Ma può accadere che una nuotatrice o un tennista sconfitti siano capaci di dirsi comunque felici e di affermare che vincere è meglio, ma perdere non è un fallimento. Chapeau: una lezione per tutti, a cominciare dai commentatori televisivi.

Ma i giudici sono migliori dei politici?

La maggioranza di governo si accinge a riformare lo status di giudici e pubblici ministeri e a eliminare l’obbligatorietà dell’azione penale. Per correggere – si dice – lo strapotere dei giudici. Ma non di questo si tratta, bensì di una crescente insofferenza della politica per le regole e della ricerca di una garanzia di impunità a costo di sovvertire lo Stato di diritto.

Ilaria Salis e gli improbabili difensori della legalità

Vecchi arnesi del fascismo, giovani virgulti neonazisti e compagni di merende di corrotti ed evasori fiscali inneggiano alla legalità e si stracciano le vesti per l’elezione al Parlamento europeo di Ilaria Salis, attivista del movimento per la casa. Una destra paladina della legalità è una contraddizione in termini ma c’è, in questa operazione, un tentativo di modificare il senso comune che merita di essere analizzato.

Dopo le europee: la necessità di un dibattito senza reticenze

Ha vinto l’astensione e ha tenuto la destra, che è oggi più forte di ieri. È stata sconfitta, in modo definitivo, la sinistra alternativa, confermatasi, sul piano elettorale, irrilevante. Anche il riferimento alla pace non è stato un discrimine. I valori della sinistra e la necessità di una politica radicata nel sociale sono più che mai attuali, ma occorre maggior attenzione alle dimaniche istituzionali.

L’8 e il 9 giugno si vota. Per chi?

Ancora una volta, come sinistra, arriviamo alle elezioni impreparati, divisi, demotivati. Proprio quando la drammaticità della situazione imporrebbe unità e capacità propositiva. Eppure occorre scegliere, anche se i partiti e le aggregazioni esistenti non sono uno strumento utile ma, piuttosto, un ostacolo. Dunque bisognerà orientarsi a tentoni tra i candidati, combinando coerenza, possibilità di successo e futuro.

L’Ungheria è vicina

Mentre la polizia manganella studenti e ambientalisti e trattiene in questura dimostranti e giornalisti durante le manifestazioni, la maggioranza prepara una nuova stretta repressiva prevedendo il carcere fino a venticinque anni per il reato di resistenza in manifestazioni contro le grandi opere. Non basta. La presidente Meloni chiede, in modo sinistramente provocatorio, quali sono le libertà aggredite dal Governo e l’opposizione balbetta.

La separazione tra pubblici ministeri e giudici: un problema politico, non tecnico

Sotto il profilo sistematico la separazione delle carriere e la discrezionalità dell’azione penale possono essere praticabili. Ma, purtroppo, non viviamo nel migliore dei mondi possibile. Se l’insofferenza della politica (e dell’amministrazione) a controlli e regole permane, l’unicità delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale restano presidi indispensabili del sistema.

Dopo il 25 aprile: fuori dalle convenzioni e dai riti

È stato, a Milano, un grande 25 aprile. Persino la questura ha dovuto pronunciare, a denti stretti, il numero di 100mila. C’erano ampie rappresentanze delle organizzazioni sindacali, sociali e politiche, ma a fare da traino erano gruppi eterogenei, uniti da slogan e striscioni inusuali e inediti, inneggianti all’anti-fascismo militante e al sostegno alla Palestina. Non è stato un déjà vu: bisogna saperlo e volerlo leggere.

Milano, 25 aprile: una mobilitazione per riprenderci identità e voce

Trent’anni dopo il 25 aprile 1994, che pose un argine all’avanzata della destra, è fondamentale ritornare in piazza a Milano. Non per un patetico amarcord o per l’illusione che si ripeta il miracolo di allora. Ma per riprenderci cose che in questi anni abbiamo perduto: l’antifascismo, l’identità, il territorio, la voce. Ci vuole coraggio a misurarsi con quel 25 aprile. Ma, se non lo facciamo, abbiamo già perso.