Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, è attualmente presidente di Volere la Luna e del Controsservatorio Valsusa. E', inoltre, portavoce del Coordinamento antifascista torinese. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).
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È stato, a Milano, un grande 25 aprile. Persino la questura ha dovuto pronunciare, a denti stretti, il numero di 100mila. C’erano ampie rappresentanze delle organizzazioni sindacali, sociali e politiche, ma a fare da traino erano gruppi eterogenei, uniti da slogan e striscioni inusuali e inediti, inneggianti all’anti-fascismo militante e al sostegno alla Palestina. Non è stato un déjà vu: bisogna saperlo e volerlo leggere.
Trent’anni dopo il 25 aprile 1994, che pose un argine all’avanzata della destra, è fondamentale ritornare in piazza a Milano. Non per un patetico amarcord o per l’illusione che si ripeta il miracolo di allora. Ma per riprenderci cose che in questi anni abbiamo perduto: l’antifascismo, l’identità, il territorio, la voce. Ci vuole coraggio a misurarsi con quel 25 aprile. Ma, se non lo facciamo, abbiamo già perso.
Nel momento in cui è sempre più evidente il disegno del Governo e della maggioranza di mettere fine al progetto di affermazione di diritti, libertà e uguaglianza nato con la Resistenza, è richiesta al presidente della Repubblica una particolare fermezza in difesa della Costituzione. È quel che ci aspettiamo dal presidente Mattarella: non è stato sempre così, ma alcuni segnali di un cambio di rotta si intravedono.
La repressione della protesta e le violenze di polizia in funzione di ordine pubblico non sono, nel nostro Paese, una novità. Ma le manganellate di Pisa di due settimane fa segnano un salto di qualità: per il clima politico circostante, per la copertura della politica, per la saldatura in atto tra Governo e apparati di sicurezza e per l’accanimento nei confronti di antifascisti e pacifisti. Guai a sottovalutarlo.
A Torino, da anni laboratorio di repressione della protesta sociale, la Giunta comunale avvia un percorso di legalizzazione del centro sociale Askatasuna, individuandolo come bene comune. E il collettivo degli occupanti accetta la sfida. Monta la canea della destra, ma, forse, si aprono spiragli nuovi nelle politiche di governo della città.
Nell’immaginario collettivo l’idea di ordine pubblico è associata a un territorio militarizzato, a polizia in assetto antisommossa, a manganelli e gas lacrimogeni, ad arresti e processi con rito direttissimo. È, del resto, quel che accade intorno a noi. Ma non è necessariamente così. Conflitto e ordine pubblico sono concetti polivalenti che si prestano a declinazioni e pratiche diverse. Il punto è l’obiettivo che si persegue…
Circola nella politica un diffuso ottimismo: la corruzione non c’è più! Di tanto in tanto c’è qualche funzionario sorpreso con le mani nel sacco e qualche sindaco arrestato per malversazioni e ruberie. Ma nessuno sembra farci caso. Il Governo del fare non ha tempo per occuparsi di simili “incidenti” e preferisce dedicarsi a cancellare controlli e “reati spia”. Anche se ci sono segnali che qualcosa cova sotto la cenere.
Nel nostro sistema costituzionale il fascismo non è un’opinione ma un delitto. La libertà di espressione si dispiega senza limiti, salvo uno: l’ideologia fascista. Eppure le manifestazioni del fascismo riemergente sono per lo più sottovalutate e tollerate dalle istituzioni mentre le reazioni e le azioni di contrasto, nelle piazze come nelle Università, sono represse in maniera indiscriminata.
A Torino la polizia carica violentemente studentesse e studenti di fronte all’Università e al suo interno, colpendo anche due docenti. Il tutto per impedire contestazioni a iniziative del Fuan. L’azione della polizia è la cartina di tornasole dello stato di salute delle democrazie e i fatti di oggi richiamano in modo sinistro immagini di un secolo fa.
Non ci sono solo premierato assoluto, deportazioni di migranti e precettazioni. C’è, a fianco, un nuovo disegno di legge che prevede la criminalizzazione della marginalità sociale, l’incremento della repressione del dissenso e del conflitto, il potenziamento e la blindatura del carcere e l’aumento dei poteri delle polizie. Non per dare più sicurezza ai cittadini ma per aprire la strada a una svolta autoritaria.