Domenico Gallo, magistrato è stato presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013), "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019) e "Il mondo che verrà" (edizioni Delta tre, 2022).

Contenuti:

Come ci hanno defraudato dell’avvenire

Nel 1989 il treno della Storia era stato messo su un binario che correva verso un avvenire luminoso. Ma quell’avvenire è tramontato nell’arco di una generazione. Non per il naturale svolgimento delle vicende umane, bensì per scelte degli architetti dell’ordine mondiale che ci hanno derubato del futuro e ci hanno fatto precipitare in questa condizione di guerra, dalla quale non riusciamo a uscire.

Dov’è la vittoria?

Tutti, nel campo occidentale, stanno cantando in coro appassionatamente l’inno alla guerra in corso invocando la vittoria. Quando più Nazioni si affacciano sul palcoscenico della storia e si agitano invocando la vittoria vuol dire che la pace non è a portata di mano. La storia ci insegna che la mitologia della vittoria non porta bene. Soprattutto non porta né la pace, né la giustizia.

Il grande gioco della guerra e il numero dei morti

Della guerra sappiamo tutto e parliamo di carri armati, di sistemi di artiglieria, di cacciabombardieri e di missili come se fossero elementi di un grande gioco. Quel che non sappiamo – che non ci viene detto – è il numero dei morti. Per lasciare sullo sfondo il fatto che, come nella Prima guerra mondiale, centinaia di migliaia di vite vengono sacrificate per spostare un confine un po’ più avanti o più indietro.

Non sono solo canzonette

L’intervento nel festival di Sanremo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky non farà che veicolare parole di odio contro il nemico e di esaltazione della guerra. È per questo, non per la commistione tra politica e canzonette, che va evitato. Dalla musica infatti ci aspettiamo, come spesso è accaduto, parole di pace e di speranza e non messaggi di propaganda bellica.

La guerra e il difetto di pensare

L’escalation del conflitto in Ucraina, con la fornitura a Kiev di nuove armi e carri armati, prosegue in modo massiccio. La guerra finirà, quando finirà, solo grazie a un compromesso. Tutti lo sanno ma continuano a proclamare che si combatterà fino alla “vittoria finale”, innescando così un meccanismo perverso che può essere inceppato solo dalla capacità delle donne e degli uomini di pensare e di ribellarsi.

Autonomia differenziata, fermate quel treno

L’approvazione preliminare del disegno di legge sull’autonomia differenziata è prossima. Se il progetto andasse a compimento avremmo 20 mini Stati regionali con discipline diverse in tema di istruzione, trasporti, comunicazioni, energia, lavoro, ambiente, sanità e con cristallizzazione definitiva delle differenze attuali. Ma il treno dell’autonomia può essere fermato dall’iniziativa dei cittadini e delle cittadine.

I paradossi della democrazia: da Teheran a Brasilia

Mentre in Iran si lotta e si affrontano sofferenze inaudite per smantellare le strutture autoritarie del potere che soffocano i diritti umani e oltraggiano la dignità della persona, in altre parti del mondo, come il Brasile, esplodono vere e proprie ribellioni popolari che aggrediscono con modalità squadriste i Parlamenti e le istituzioni della rappresentanza. Sono i paradossi della democrazia.

Una tregua: almeno a Natale

L’annuncio del Natale può inceppare anche le macchine belliche più poderose. È accaduto nella storia, può accadere ancora. Un cessate il fuoco temporaneo può persuadere i contendenti a metter in atto ulteriori riduzioni delle ostilità, in modo da alleviare le inaudite sofferenze dei civili vittime incolpevoli di un conflitto fratricida. Questo chiede un appello di ex diplomatici e di varie personalità.

La svolta dell’Iran

In Iran sta avvenendo un fatto straordinario. L’indignazione per il femminicidio della giovane Jîna Amini da parte delle guardie del regime ha scosso il Paese e si è trasformata in una protesta di popolo (guidata dalle donne) contro l’oppressione teocratica degli ayatollah. Il regime reagisce con una repressione e una violenza inaudite fino alla esecuzione di condanne capitali. Ma è il segno di un mondo che sta finendo.