Domenico Gallo, magistrato è stato presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013), "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019) e "Il mondo che verrà" (edizioni Delta tre, 2022).
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Un anno fa la fuoriuscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo del 2015 sul nucleare iraniano ha aperto il rischio di una nuova “guerra del golfo”. Oggi l’Iran, strangolato dalle sanzioni e impossibilitato a vendere il suo petrolio, agita come ultima carta la minaccia nucleare. Si apre una porta con vista sull’apocalisse.
Sull’onda dello scandalo che ha investito il Csm si accrescono le spinte a una rapida approvazione del progetto di modifica costituzionale della giustizia pendente avanti alla Camera: un progetto che non risolve nulla ma acuisce la politicizzazione del Consiglio e mette in forse l’obbligatorietà dell’azione penale.
La subalternità di spezzoni dell’ordine giudiziario a chi, nella politica, considera i magistrati come dei “leoni sotto il trono” è vecchia come il mondo e confermata dallo scandalo che, in questi giorni, investe il Csm. Per contrastarla c’è solo l’esercizio rigorosamente indipendente della giurisdizione, nonostante le intimidazioni.
La scenografia messa in onda a Milano da Salvini e dai leader delle destre europee per le elezioni del 26 maggio mostra un progetto politico sanfedista, illumina un’antropologia in cui sono annichilite le conquiste del pensiero moderno dalla rivoluzione francese e prefigura un nuovo Medioevo.
La guerra del ministro dell’interno contro i migranti e le ONG continua. Il cosiddetto “decreto sicurezza bis”, proposto al Consiglio dei ministri, rappresenta un ulteriore salto di qualità, che monetizza addirittura la vita dei migranti. In attesa delle reazioni dei partner di governo e dei vertici della Repubblica. Se ci saranno.
Sono passati 27 anni da Tangentopoli e l’impressione è che non sia cambiato nulla. La corruzione, anzi, è più diffusa di prima. Per modificare la situazione, peraltro, non basta gridare “onestà, onestà!” se non si pone mano al risanamento di una politica malata, priva di contenuti, di valori e di ideali.
La cronaca della settimana trascorsa propone episodi di violenze inaudite. Non serve stracciarsi le vesti se non si affronta il vero problema: che educazione stiamo dando attraverso la comunicazione politica, i mass media, le leggi e gli atti amministrativi, orientati alla discriminazione e al disprezzo dei diritti fondamentali?
In un discorso del 1954 Piero Calamandrei disse che il 25 aprile è un giorno in cui non dobbiamo giudicare il passato ma essere giudicati dal Tribunale invisibile della Resistenza. Di fronte a quel tribunale i principali esponenti della nostra politica sono da tempo latitanti. È questo che occorre interrompere e capovolgere.
Nei giorni scorsi, il ministro dell’interno ha ordinato alle forze armate di controllare l’opera di salvataggio in mare della nave “Mare Jonio” e attribuito ai prefetti la possibilità di istituire “zone rosse” nelle città scavalcando i sindaci. È un progetto autoritario che credevamo definitivamente archiviato il 25 aprile 1945.
Il paradosso dell’autonomia regionale “differenziata” di cui si discute nel Paese è il tentativo di demolire la Costituzione alzando il vessillo della sua attuazione. Perché nel disegno costituzionale l’autonomia non può andare disgiunta dai princìpi fondamentali di eguaglianza, libertà e partecipazione democratica.