Domenico Gallo, magistrato è stato presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013), "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019) e "Il mondo che verrà" (edizioni Delta tre, 2022).
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Il rapporto del CENSIS sulla situazione sociale del Paese ci proietta l’immagine di un incubo, di una società precipitata nell’angoscia. La ragione è la scomparsa di un orizzonte in cui riconoscersi. Per la crisi economica ma ancor più per l’incapacità della politica di reagire ad essa e di indicare un progetto di futuro.
Il 4 dicembre la NATO ha compiuto 70 anni. Nel mondo è cambiato tutto e la stessa solidità dell’alleanza si è infranta. Ma quel che resta è più che mai preoccupante: l’evocazione di una nuova guerra fredda, il disinteresse al rispetto dei diritti umani, la corsa all’aumento delle spese militari.
È notizia di questi giorni: Stati Uniti legittimano le colonie israeliane in Cisgiordania. E il premier israeliano Netanyahu vara un disegno di legge per l’annessione della Valle del Giordano. Non c’è giustificazione a questa violazione del diritto internazionale ed è blasfemo il richiamo a un diritto “divino” su quei territori.
Le dimissioni di Evo Morales in Bolivia sono il frutto di un colpo di stato contro un governo che, in 13 anni, ha abbassato l’indice di povertà dal 38% al 18%, ha dimezzato la disoccupazione, ha portato il salario minimo da 60 a 310 dollari e ha ridato dignità alle popolazioni indigene. È un dato di fatto che nessun errore può cancellare.
Trent’anni fa, nel corso di una notte, crollava il muro di Berlino. Fu, in Germania e nel mondo, una festa. Ci si illuse che l’epoca dei muri fosse finita e che si aprisse un futuro di libertà e uguaglianza. Non è stato così e l’avvenire promesso da quel crollo è stato riempito da nuovi muri ancora più difficili da superare.
In Italia e in tutta Europa la destra si colora sempre più di nero, assumendo tratti esplicitamente fascisti e razzisti, ed esce fuori dai confini della Costituzione e dalla legalità internazionale delineata nelle convenzioni sui diritti umani. Così si ripropone un dramma storico che abbiamo già vissuto, con altre modalità, nel secolo scorso.
Cile: di nuovo, di fronte alla protesta, i blindati dell’esercito in strada, un Presidente che decreta lo stato di emergenza e impone il coprifuoco, la violenza dei Carabineros, i morti nelle piazze. La memoria torna alla mobilitazione dei primi anni ’70 animata da una speranza che oggi sembra perduta e che occorre ritrovare.
Di fronte alla disumanità inenarrabile che emerge in Kurdistan come di fronte a Lampedusa, risuonano le parole di Federico Garcia Lorca, il poeta ucciso dai fascisti spagnoli: «Non voglio vedere il sangue d’Ignazio!». E intanto un appello di donne ci ammonisce tutti: «Non parlateci più di valori occidentali. Non parlateci più di niente se non avete il coraggio di reagire. State zitti!».
Mentre il nostro ministro degli esteri celebra sguaiatamente una riduzione di parlamentari che ha come unico precedente una normativa decretata dal fascismo nel 1928, l’esercito turco invade il Kurdistan. Di fronte a un crimine internazionale di questa portata non si può stare a guardare e parlar d’altro.
Esiste, dal 2017, un trattato adottato da 122 Stati per la messa al bando delle armi nucleari. Il 26 settembre c’è stata, a New York, la cerimonia di ratifica. Ma l’Italia, come tutti i Paesi della Nato, non vi ha partecipato e il presidente del Consiglio ha finanche nascosto la lettera di solloecito delle organizzazioni sindacali.