Domenico Gallo, magistrato è stato presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013), "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019) e "Il mondo che verrà" (edizioni Delta tre, 2022).
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Sembra ormai certo: Saman è stata uccisa dai suoi parenti perché indisponibile a subirne scelte e imposizioni. Devianze individuali, certo. Ma anche il portato di una cultura che, invece di contaminarsi, si è chiusa in un ghetto che ne ha esaltato gli aspetti più arcaici e maschilisti. Per rompere la spirale ci vogliono interscambio e laicità.
Di nuovo sei referendum sulla giustizia. Proposti, questa volta, da Partito radicale e Lega. Con l’obiettivo di ridurre l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri e di indebolire il controllo di legalità. Nella situazione attuale di forte crisi di credibilità della magistratura, il progetto può passare. Ma non sarebbe un bel segnale.
La diversità di diritti e di status giuridico, in Israele, tra ebrei e palestinesi è tecnicamente un apartheid. Per questo il riconoscimento dello Stato palestinese da parte della comunità internazionale non basta. È necessaria l’adozione di sanzioni che inducano Israele a cambiare politica.
Il 15 e il 16 maggio in Cile si è votato per l’Assemblea costituente e per molti consigli comunali. Sull’onda della mobilitazione popolare, ha vinto la sinistra. Per la prima volta Santiago ha una sindaca comunista. L’eredità di Pinochet è archiviata nonostante il tentativo del presidente Pineira di restaurarla con una pesante repressione.
La Terrasanta brucia. Gli sfratti etnici di palestinesi da Gerusalemme, la dura repressione della conseguente protesta e l’irruzione dell’esercito israeliano nella spianata delle moschee hanno dato di nuovo voce alle armi. Prima i razzi di Hamas, poi i bombardamenti di Gaza. Con un ulteriore colpo alle speranze di pace.
Il concerto del primo maggio è un fatto musicale ma anche un evento civile. Bene ha fatto, dunque, Fedez a denunciare l’ostruzionismo contro la legge Zan. Ma non è un bel segnale che siano rimaste in secondo piano le questioni dei migranti morti in mare e dei brevetti sui vaccini.
«È il momento della vergogna» ha suggerito il papa di fronte all’ennesima, terribile strage di migranti nel Mediterraneo. Ma l’Italia e l’Europa si sono limitate a parole di circostanza e ad accusare i trafficanti, tacendo sul mancato invio di navi per soccorrere i migranti in balia delle onde pur nella piena consapevolezza della situazione.
Il presidente Biden annuncia il ritiro, entro l’11 settembre, delle truppe Nato di stanza in Afghanistan. Finalmente, dopo 20 anni di guerra! Ma intanto riparte la corsa agli armamenti, aumenta la tensione con la Russia e si ripropone una nuova guerra fredda fondata su pulsioni nazionalistiche e più incontrollabile della precedente.
La pandemia non sta insegnando nulla. Invece di una cooperazione a tutela delle diverse forme di vita riprende la corsa agli armamenti. Gli Stati Uniti si stanno preparando a installare nel Pacifico e in Europa impianti per il lancio da terra di missili ipersonici, particolarmente veloci e distruttivi. E la Russia non sta a guardare.
La Turchia si è ritirata dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Il gesto, altamente simbolico, è l’ennesima tappa della trasformazione della Turchia in un regime autoritario che calpesta quotidianamente i diritti umani fondamentali.