Domenico Gallo, magistrato è stato presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013), "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019) e "Il mondo che verrà" (edizioni Delta tre, 2022).
Contenuti:
Alla caduta di Kabul e alla fuga degli Stati Uniti dall’Afghanistan segue un timido segnale. Nell’intervento all’assemblea dell’Onu del 21 settembre il presidente Biden ha dichiarato che bisogna voltare pagina e che gli interessi degli Stati Uniti non possono essere separati da quelli del mondo. È presto per dire se alle parole seguiranno fatti coerenti ma è un segno dei tempi.
La caduta di Kabul e la fuga degli Stati Uniti e dei loro alleati dall’Afghanistan apre una nuova era. Dopo i decenni bui della guerra fredda e quelli dell’egemonia di una sola Potenza si ripropone una concezione dell’ordine mondiale fondata sul ruolo universalistico delle Nazioni Unite. Perdere l’occasione potrebbe avere effetti devastanti.
Il dramma dell’Afghanistan non è una sorpresa. Già 10 anni fa un report del Parlamento europeo denunciava il fallimento dell’intervento nella regione. Una regione in cui, prima dei talebani e delle occupazioni russa e americana, le donne erano il 40% dei medici di Kabul, il 70% degli insegnanti, il 60% dei docenti all’università di Kabul e il 50% degli studenti universitari.
Della tragica fine della guerra degli Usa e della Nato in Afghanistan si è ormai detto (quasi) tutto. Ma a restare sullo sfondo è la questione fondamentale: perché non è possibile capire la fine di un conflitto se non si parte dal suo inizio. Che nel caso specifico fu una guerra ingiusta e fuori dal diritto internazionale.
La temperatura ha raggiunto nel nostro Paese punte di 48,8 gradi e il Sud e le isole bruciano. Lo stesso accade in Grecia, in Algeria, in Turchia. Non sono eventi eccezionali ma lo scenario abituale dei prossimi anni se non si interviene, subito, per abbattere le emissioni di CO2 in atmosfera. Ma i potenti della Terra restano inerti.
Anche quest’anno è venuto il 2 agosto, l’anniversario della strage. E anche quest’anno si sono ripetute le promesse di fare, sul punto, piena luce. Ma delle stragi che hanno insanguinato il Paese sappiamo ormai molto, quasi tutto. Semplicemente, di fronte a queste verità, le istituzioni preferiscono voltarsi dall’altra parte e fingere di non vedere.
Sono passati 70 anni dalla firma della Convenzione Onu sui rifugiati: uno strumento di tutela tanto prezioso quanto insufficiente. Alla fine del 2020, infatti, il numero di persone rifugiate o “sfollate” nei propri Paesi, è arrivato a 82,4 milioni, una cifra più che raddoppiata nell’ultimo decennio. Ma i Paesi ricchi girano gli occhi dall’altra parte.
Cambiano i Governi ma non le politiche. L’Italia incrementa i fondi per la cosiddetta Guardia costiera libica e rafforza l’assistenza tecnica e militare. Il risultato è l’aumento delle violenze e delle morti nel Mediterraneo (886 dall’inizio dell’anno). E salvarsi diventa sempre più un’avventura, come racconta un intenso romanzo autobiografico di Cherif Karamoko.
La Costituzione è chiara. Lo Stato non può impicciarsi del magistero della Chiesa in tema di etica sessuale o di questioni di genere; allo stesso modo la Chiesa non può limitare la libertà di autodeterminazione delle istituzioni della Repubblica. Per questo la nota vaticana sul disegno di legge Zan è stonata e va respinta al mittente.
Concludendo una settimana di incontri europei il presidente Biden, contrapponendosi a Russia e Cina, si è esibito in una celebrazione dei diritti umani e dello Stato di diritto. Parole condivisibili, ma accompagnate da silenzi e omissioni che mostrano come ad essere in gioco non è la causa della libertà ma quella della supremazia.