Domenico Gallo, magistrato è stato presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013), "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019) e "Il mondo che verrà" (edizioni Delta tre, 2022).
Contenuti:
Da quando è iniziata la tragedia della guerra, il 24 febbraio, non è esploso soltanto un sanguinoso conflitto. È dilagato in tutt’Europa lo spirito della guerra, si è materializzata l’immagine del nemico ed è iniziata una mobilitazione bellica nella comunicazione, nella cultura, nelle coscienze. È stata criminalizzata ogni critica ed è, infine, iniziata la corsa non alla pace ma alle armi.
Putin ha messo la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto della disgregazione dell’Ucraina. È una grave violazione del diritto internazionale. Ma non si può ignorare la corrispondente responsabilità degli Stati Uniti e della Nato che hanno creato una propria zona d’influenza, inglobando nel loro dispositivo militare tutti i paesi dell’Europa dell’est.
La Corte costituzionale ha dato il via a cinque dei sei referendum proposti sulla giustizia. I promotori esultano e parlano dell’apertura della strada per una “giustizia giusta”. In realtà le cose non stanno così e i referendum sulla legge Severino e sulla limitazione delle misure cautelari prefigurano una riforma contro l’amministrazione della giustizia di cui i cittadini devono preoccuparsi.
Di fronte alla crisi ucraina e alla prospettiva del ritorno della guerra in Europa, l’Italia è rimasta dapprima totalmente afona. Poi i ministri della difesa e degli esteri, Guerini e Di Maio, intervenendo in Commissione alla Camera e al Senato, hanno premesso che «siamo i più fedeli alleati della NATO» e concluso con un solenne «signorsì!» alle scelte e agli interessi degli Stati Uniti.
La tensione fra i blocchi politico militari che si fronteggiano intorno alla crisi dell’Ucraina è ulteriormente cresciuta. Il futuro è più che mai incerto. Ma proprio per questo occorre ricordare che le crisi politiche non si risolvono con i carri armati ma con la politica. Anche perché un conflitto armato provocherebbe una catastrofe umanitaria e una crisi economica di enormi e incontrollabili proporzioni.
La crisi tra Russia e Ucraina si avvita in una spirale di minacce militari e politiche sempre più preoccupanti e non si intravedono vie di uscita, mentre la Nato getta olio sul fuoco dimenticando impegni assunti all’epoca dello scioglimento del patto di Varsavia. L’Italia si accoda e le sue scelte in sede Nato continuano ad avvenire in silenzio e al riparo da ogni ingerenza dell’opinione pubblica
La presunzione d’innocenza, già prevista in Costituzione, è ora oggetto di un decreto legislativo che vieta alle pubbliche autorità di indicare come colpevole la persona sottoposta a indagini fino a condanna definitiva e regolamenta le modalità con cui il pubblico ministero può dare informazioni sulle indagini. Lodevole l’intento, ma la disciplina prevista dà adito a non pochi dubbi.
L’anno vecchio è finito ma quello che si apre non promette nulla di buono. Si comincerà con l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. E le prime schermaglie e proposte sembrano ignorare che il suo compito, nel nostro sistema, è chiarissimo: vegliare sul rispetto della Costituzione a fronte dei possibili abusi della coppia Governo-maggioranza parlamentare.
C’è, in questo Natale, una lieta novella che viene dal Cile. L’elezione alla presidenza di Gabriel Boric non è una semplice alternanza di governo. È la fine dell’eredità di Pinochet rimasta fino ad oggi viva anche se scalfita. È, dopo quasi 50 anni, il ritorno della speranza incarnata da Salvador Allende e, con lui, da Gabriela Mistral, da Pablo Neruda, da Violeta Parra.
50 premi Nobel e diverse personalità internazionali hanno lanciato un appello ai governi del mondo: «Riduciamo la spesa militare, per cinque anni, del 2% per cento e usiamo le risorse corrispondenti contro pandemie, cambiamenti climatici e povertà estrema». L’appello è stato ignorato dalla politica. Evidentemente non è interessante…