Rocco Artifoni è presidente nazionale dell’Associazione per la riduzione del debito pubblico (ARDeP), referente per la Lombardia dell’Associazione Art. 53, responsabile comunicazione del Coordinamento provinciale di Bergamo di Libera e del Comitato bergamasco per la difesa della Costituzione.
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Chissà cosa direbbe Milton Friedman, l’economista americano padre della flat tax, di fronte all’introduzione in Italia di quell’imposta. La domanda si pone perché la tassa piatta all’italiana è incoerente, applicata in modo disomogeneo e con effetti di grave iniquità. In ogni caso assai diversa da quella ideata da Friedman.
Attività illegali ed economia sommersa sottraggono ogni anno nella cassa comune della famiglia Italia almeno 200 miliardi di euro. Non è poco se consideriamo che nel 2018 il debito delle amministrazioni pubbliche italiane ha raggiunto 2.317 miliardi e il bilancio dello Stato ha chiuso in rosso per 53 miliardi.
L’affermazione secondo cui è l’eccesso della pressione fiscale che provoca l’evasione in chiave di autodifesa è smentita dai dati comparati. La conseguenza è evidente: la diminuzione delle imposte (e la flat tax in particolare) aumenterebbe i privilegi dei più ricchi senza ridurre l’evasione.
Le multinazionali sono ormai il più grande potere a livello globale. Dal 1996 al 2017 le 200 più rilevanti hanno raddoppiato il numero di addetti, triplicato i ricavi annui, quadruplicato i profitti. In altri termini: prima il guadagno, poi la produzione e infine il lavoro.
La ricchezza nel mondo cresce a ritmi sostenuti ma finisce sempre di più nelle mani di pochi. Il sistema capitalistico globale, poi, è una macchina fuori controllo: che senso ha il fatto che un cittadino del Qatar sia mediamente 400 volte più ricco di un cittadino del Mozambico?