Rocco Artifoni è presidente nazionale dell’Associazione per la riduzione del debito pubblico (ARDeP), referente per la Lombardia dell’Associazione Art. 53, responsabile comunicazione del Coordinamento provinciale di Bergamo di Libera e del Comitato bergamasco per la difesa della Costituzione.
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Il Parlamento e il Governo discutono di riforma fiscale e tutti promettono una riduzione delle tasse. Intanto c’è, in rete, una proposta provocatoria ma non solo. La fa il sito www.redditonaturale.org: basta inserire l’ammontare del proprio reddito e si vede quale sarebbe l’imposta corrispondente in un sistema progressivo. Con una interessante possibilità di comparazione.
I numeri non mentono: i poveri sono sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi. È la sintesi di quanto emerge dal confronto delle dichiarazioni dei redditi degli italiani negli ultimi cinque anni, dal 2015 al 2019. E ad avere i maggiori incrementi di reddito sono le fasce più elevate. Eppure la progressività fiscale resta un tabù.
Ci sono case che 30 anni fa erano di pregio e oggi sono fatiscenti mentre altre hanno acquistato valore. E ci sono immobili che 30 anni fa non risultavano neppure al catasto perché abusivi. Ciò impone di aggiornare i valori catastali. Per restituire razionalità al sistema e far pagare le imposte in modo equo (qualcuno di più, qualcuno di meno). Perché, dunque, opporsi?
Le Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno licenziato un documento sulla riforma del nostro sistema tributario. Buone intenzioni e alcune belle parole, contraddette, peraltro, dalla insufficienza e contraddittorietà delle proposte, piene di riferimenti alla crescita ma dimentiche persino del termine “uguaglianza”.
In un “question time” alla Camera sugli effetti economici della pandemia il deputato Claudio Borghi, già responsabile economico della Lega, argomenta la sua analisi confondendo 18 miliardi di euro con 180 e, quando glielo si fa notare, sostiene che poco cambia. Materiale eccellente per Crozza. Un po’ meno per tutti noi.
Stiamo segando l’albero sul quale siamo seduti. Abbiamo privatizzato le risorse naturali, l’acqua e la terra. Abbiamo permesso che ogni cosa sia soggetta a proprietà e a brevetti, persino i farmaci salva-vita e i vaccini. Tutto si può comprare nel mercato globalizzato. Non v’è, in ciò, nulla di naturale. Ad eccezione della stupidità.
Nel 2020 i miliardari statunitensi hanno incrementato la loro ricchezza di 1.300 miliardi di dollari. Un semplice prelievo aggiuntivo del 2 e del 3% sui patrimoni superiori a 50 milioni e a un miliardo, di assai scarso peso per i destinatari, aumenterebbe il gettito fiscale di 3.000 miliardi in 10 anni. Cosa si aspetta?
Cancellare la parte di debito (circa il 25%) che alcuni Paesi hanno nei confronti della Banca Centrale Europea, come chiede l’appello sottoscritto in ultimo da oltre 100 economisti europei, è possibile e ragionevole. Ma occorre frenare gli entusiasmi. Restano problemi e criticità che occorre affrontare e risolvere.
L’enfasi sul Recovery Fund («i soldi che arriveranno dall’Europa») è francamente incomprensibile e, in ogni caso, ne dimentica le ricadute sul nostro debito pubblico. Di cui sarebbe opportuno preoccuparsi un po’ di più. Sapendo che è sterminato ma che può essere intaccato. Come? In un solo modo: tassando i ricchi.
Per contrastare l’evasione fiscale il Governo cerca di incentivare l’uso della moneta elettronica. Come? Con un limite all’uso dei contanti e introducendo il cashback e la “lotteria degli scontrini”. L’obiettivo è condivisibile ma le modalità previste ne rendono incerto il raggiungimento (non senza profili “diseducativi”).