L’ultima delle mie intenzioni è quella di polemizzare con l’ineffabile ministro Nordio che, con l’abituale mancanza di autocontrollo (e probabilmente spinto dal nervosismo per il recupero del No, dato nei giorni scorsi alla pari o addirittura al di sopra del Sì nei sondaggi referendari), ha avuto il garbo di definire “para-mafioso” il sistema delle correnti dell’Associazione nazionale magistrati. Cionondimeno la sguaiata bulimia del guardasigilli offre il destro a qualche precisazione anche da parte di chi, come me, non si è mai sottratto a critiche anche aspre nei confronti di molta parte della magistratura e delle sue componenti.
Un fatto è certo (e sospetto): l’asserito ruolo nefasto delle correnti come veicolo di politicizzazione, di clientelismo e di malcostume nella magistratura è, da decenni, il cavallo di battaglia di editorialisti e riformatori non propriamente interessati a una giurisdizione indipendente. Come ha scritto Francesco Pallante, è come sparare sulla croce rossa, una di quelle cose ritenute auto-evidenti e, dunque, tali da non richiedere motivazioni. In anni recenti, poi, il tiro al bersaglio è stato rinfocolato dall’emergere alla luce del sole – o, più esattamente, delle intercettazioni ambientali – degli incontri indecenti, finalizzati, tra l’altro, a condizionare alcune importanti nomine, di Luca Palamara (già presidente dell’Associazione nazionale magistrati, diventato, dopo lo scandalo, icona della destra e, poi, acceso sostenitore del sì nel referendum) e di tre o quattro componenti in carica del Csm con i parlamentari Luca Lotti (allora autorevole ex ministro del Pd) e Cosimo Ferri (magistrato in aspettativa, già segretario di Magistratura indipendente approdato dapprima al Governo in quota Berlusconi e poi in Parlamento nelle fila del Partito democratico, prima di transitare nelle truppe di “Italia viva”). Vicenda disgustosa (non solo per il linguaggio e la volgarità da Suburra) che non basta, peraltro, a travolgere le correnti, così come molte pratiche politiche indecenti non bastano a travolgere i partiti o i sindacati in quanto tali. Ma andiamo con ordine.
Anzitutto, cosa sono le correnti? Sono delle articolazioni dell’Associazione nazionale magistrati, il “sindacato delle toghe” ricostituitasi all’indomani della caduta del fascismo dopo essere stato costretto all’autoscioglimento, nel 1925, per non allinearsi con il regime. Articolazioni del tutto fisiologiche, essendo normale che ci sia, nella corporazione giudiziaria, una pluralità di opzioni ideali i cui portatori si riuniscono in base alla loro omogeneità. È, del resto, ciò che accade in tutti i sindacati e in tutte le associazioni professionali (di insegnanti, di medici o di avvocati, ma anche di funzionari pubblici e persino di operatori di polizia…). E che accade nelle associazioni di magistrati di tutta Europa. Aggiungo che l’associativismo italiano è stato, dagli anni 60 ad oggi, particolarmente vivace, ha formulato interessanti proposte di riforma della giustizia (alcune delle quali accolte), è stato presente nel dibattito (anche accademico) sulla giurisdizione, ha prodotto riviste e pubblicazioni di primo piano. E ha contribuito così a cambiare la magistratura e a realizzare, almeno in parte, il modello costituzionale, superando antichi conformismi e subalternità. Poi, ovviamente, ci sono correnti più o meno brillanti e più o meno clientelari, ma anche questo non costituisce un’eccezione nel panorama nazionale. Proporsi di eliminarle, dunque, significa volere abbattere l’associazionismo dei magistrati, il loro pluralismo. In ultima analisi, le loro idee. Non mi sembra un progetto particolarmente democratico né lungimirante.
Superfluo aggiungere che non tutto funziona per il meglio nelle correnti dei magistrati. Il fatto è che in tutte le burocrazie esistono sacche di corporativismo a tutela di posizioni di comodo o di potere che, talvolta, degenerano in forme di malcostume. Anche la magistratura non ne va esente. E il sistema delle correnti (con diversi livelli di responsabilità) non ha saputo porvi rimedio e talora vi ha aggiunto del suo. È una responsabilità non piccola, come – personalmente – ho più volte denunciato negli anni. Ma una cosa è certa: il malcostume non lo hanno creato le correnti. Il clientelismo e la ricerca di protezioni politiche, tra i magistrati come in tutte le burocrazie, hanno radici antiche se è vero che già più di un secolo fa la legge n. 438 del 1908 vietava a giudici e pubblici ministeri di ricorrere alle raccomandazioni di politici o avvocati per ottenere facilitazioni in carriera e che il divieto, pur ribadito, durante il fascism, da una circolare del guardasigilli Rocco del febbraio del 1930, era sistematicamente violato, al punto che uno dei successori di Rocco, Dino Grandi, si sentì in dovere di richiamarlo con il telegramma-circolare n. 2473 del 7 maggio 1940 in cui si sottolineava la necessità (quantomeno) di evitare il flusso e la permanenza a Roma dei magistrati che assediavano i componenti del Consiglio superiore per tutto il tempo in cui gli stessi erano impegnati negli scrutini o nelle promozioni. Né la situazione migliorò in epoca repubblicana, prima della nascita delle correnti, almeno a giudicare dal grottesco ritratto con cui Dante Troisi descrive (in Diario di un giudice del 1955) il collega in lacrime perché, non conoscendo né vescovi né cardinali, non poteva ambire alla “meritata promozione”. Se questo è vero – ed è difficile contestarlo – non sarà certo l’eliminazione delle correnti (ove mai fosse possibile) a far venir meno il malcostume…
C’è, poi, un secondo punto, non meno importante: la questione morale e il malcostume che hanno lambito l’organo di governo autonomo, non hanno investito solo (alcuni) magistrati ma hanno toccato, allo stesso modo e a volte in misura maggiore, anche (alcuni) componenti del Consiglio nominati dal Parlamento: da quando, nel 1981, la polizia giudiziaria varcò i cancelli di palazzo dei Marescialli per perquisire lo studio del vicepresidente Zilletti (poi costretto a dimettersi perché lambito dalle indagini relative al banchiere Roberto Calvi) sino a che, in questa consiliatura, la componente laica Rosanna Natoli (eletta al Consiglio in quota Fratelli d’Italia) è stata costretta alle dimissioni per avere intrattenuto rapporti impropri, fino a dare consigli per la difesa, con una magistrata sottoposta a procedimento disciplinare affidato a un collegio di cui faceva parte…
Di più. Ci sono certamente nel Consiglio superiore della magistratura, a fianco delle virtù (spesso taciute), anche vizi e prassi deteriori. Nel denunciarli – per meglio combatterli – è, peraltro, opportuno non indulgere a pigre (e non disinteressate) ripetizioni di luoghi comuni e tentare, invece, un approfondimento. I fattori inquinanti dell’attività consiliare sono diversi e non giova ridurli – come fanno in molti dentro e fuori la magistratura – a un correntismo presentato come onnivoro. La mia esperienza nel Consiglio superiore mi ha dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che le decisioni e le nomine deviate hanno padri diversi ed eterogenei (egualmente dislocati tra togati e laici): l’appartenenza correntizia degli aspiranti, certo, ma anche – talora ancor più – la loro provenienza geografica, il loro transito in uffici strategici, i rapporti amicali, le pressioni o anche semplicemente le affinità politiche e molto altro ancora. Trarre la prova di influenze correntizie devianti dalla semplice adesione del magistrato nominato a questo o quel gruppo associativo è a dir poco ingenuo in una situazione in cui è iscritto all’Associazione nazionale magistrati il 94 per cento dei giudici e dei pubblici ministeri e, come in ogni piccolo gruppo, tutti – o almeno i più prossimi – conoscono le simpatie e le idee dei colleghi…
È in questo contesto che si pongono le domanda intorno a cui ruota il dibattito odierno: estirpare (o indebolire) le correnti può migliorare la situazione attuale o serve solo ad attaccare il pluralismo interno alla magistratura? e, se la soluzione non sta lì, che fare per eliminare le sacche di clientelismo e malcostume senza sacrificare valori e interessi fondamentali?
La risposta alla prima domanda è, alla stregua di quanto si è detto fin qui, del tutto evidente: se le correnti non solo la causa principale del malfunzionamento del sistema, va da sé che il loro indebolimento non servirà a invertire la rotta. Meno agevole è la risposta al secondo quesito. Ma, anche qui, una cosa è certa. Quel che non serve a nulla ai fini dichiarati è la bizzarra soluzione di scegliere mediante sorteggio i componenti del Consiglio, cavallo di battaglia di Giorgio Almirante sin dal lontano 1971, poi transitata nel disegno di legge predisposto dal guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede e sposata da settori dei media populisi e persino da alcune frange di magistrati, prima di essere adottata dagli odierni riformatori. Il Consiglio superiore, infatti, è un organo di rilevanza costituzionale con attribuzioni molteplici, trasferite, in parte, ai due ipotizzati nuovi Consigli e, in parte, alla istituenda Corte disciplinare. Nomina i dirigenti degli uffici e predispone i trasferimenti dei magistrati, dà pareri sui disegni di legge che riguardano la giustizia, indirizza al Parlamento relazioni su specifici aspetti dell’attività giudiziaria, valuta le situazioni di incompatibilità dei magistrati disponendone, se necessario, il trasferimento, interviene a tutela dell’indipendente esercizio della giurisdizione quando è messo in discussione, verifica la correttezza e la congruità dell’assegnazione degli affari giudiziari, presiede alla disciplina di giudici e pubblici ministeri e molto altro ancora. Sono, tutte, attribuzioni che comportano decisioni e scelte connesse con le diverse impostazioni culturali e lato sensu politiche presenti tra i magistrati e che non troverebbero rappresentanza (se non casuale) attraverso il sorteggio. Eliminare in radice questo pluralismo nelle scelte sarebbe del tutto irrazionale: tanto quanto sorteggiare direttamente i dirigenti… E poi – sembra superfluo ricordarlo, ma lo impongono i tempi bui in cui viviamo – non tutti sono egualmente adatti a funzioni di governo come quelle del Consiglio superiore e dei suoi componenti. Non è, dunque, saggio che a decidere delle maggiori o minori attitudini sia la sorte anziché l’insieme dei pari. Né è vero – come pur si sente ripetere – che è per definizione in grado di partecipare attivamente all’autogoverno chi ogni giorno svolge funzioni ben più delicate come quella di giudicare sulla vita, sull’onore o sui beni dei suoi simili. L’affermazione è tanto suggestiva quanto sbagliata per la decisiva ragione che si tratta di funzioni del tutto diverse: il miglior magistrato può essere un pessimo organizzatore, esattamente come il miglior medico può essere del tutto incapace a dirigere un ospedale e il miglior insegnate assolutamente negato alle funzioni di preside…
Che fare dunque? Un cenno, almeno, nell’impossibilità, in questa sede di un’analisi più ampia. I fenomeni di clientelismo, di lottizzazione e quant’altro si concentrano – come mostra la cronaca – nelle nomine dei dirigenti degli uffici. Questo perché essi (nella Procure in particolare, ma non solo) sono tuttora, per i compiti loro attribuiti e in una tradizione che affonda addirittura in epoca liberale e nel fascismo, dei centri di potere di primo piano (al punto che, nel manuale Cencelli della politica, il procuratore della Repubblica di Roma vale quanto due o tre ministri…). Ciò ne drammatizza la nomina e stimola appetiti e pressioni di diversa natura. E, prima ancora, stravolge il senso dell’attività giudiziaria coinvolgendola in giochi di potere che dovrebbero esserle estranei. Occorre, dunque, cambiare strada e prevedere la dirigenza degli uffici come incarico temporaneo e non rinnovabile (almeno nell’immediato) neppure in sedi diverse, affidato a un primus inter pares, preposto essenzialmente a garantire l’indipendenza e la correttezza dell’attività dei colleghi (spostando nel contempo le responsabilità dell’organizzazione a personale amministrativo dotato di specifica competenza).
Da sempre, poi, il malcostume si contrasta, in ogni ambito, evitando le coperture corporative e contrapponendovi una cultura e un metodo di confronto alto sulle idee e sui progetti. Questa cultura – forte negli ultimi decenni del secolo scorso (grazie soprattutto all’elaborazione e agli interventi di Magistratura democratica e delle sue pubblicazioni) – si è progressivamente attenuata, lasciando il posto a un marcato consociativismo e alla difesa dell’autogoverno comunque e a prescindere (mettendo la sordina alle polemiche sugli atteggiamenti clientelari e deviati di alcuni). Lo dico in maniera un po’ brutale: il problema non sono le correnti, ma il loro venir meno, la loro trasformazione in un unico indistinto correntone. È questo il punto fondamentale. Senza un recupero della cultura critica e di prassi conseguenti non si faranno passi avanti significativi, qualunque siano i cambiamenti sul piano dell’ingegneria istituzionale e, men che meno, con il sorteggio dei componenti del Consiglio superiore (o dei Consigli superiori).
