La politica di John Wayne

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A volte ho l’impressione che la politica – specie quella internazionale – sia retrocessa alla psicologia di John Wayne e dei grandi film western. Non che abbia da dire qualcosa in negativo su un grande, i cui film ancora vedo (e rivedo) con piacere (il Western è tuttora uno dei generi da me preferiti), ma contro l’attitudine mentale da lui incarnata e che ha dominato la cinematografia sull’epopea della frontiera per lunghi decenni: ovvero quell’idea che ci fossero da una parte i cattivi che più cattivi non si può, dall’altra i buoni, con tutti i sacrosanti diritti dalla loro parte e con la Bibbia in tasca, che volevano civilizzare “terre selvagge” per impossessarsi di territori, ritenuti a loro destinati per volere ultraterreno. E così i nativi (che difendevano la propria terra e il proprio stile di vita, tramandati da generazioni) erano il male assoluto: crudeli, cinici, malvagi, sporchi, infidi, disumani, felloni ecc., mentre i bianchi incarnavano tutte le virtù ad essi opposte. John Wayne è stato uno dei grandi protagonisti (non il solo, ovviamente) di questo ciclo cinematografico; un grande interprete che, nella contrapposizione assoluta tra bene e male, indicava nondimeno dei modelli comportamentali, spesso virtuosi, che hanno nutrito generazioni di americani e non americani.

Ma poi le cose sono cominciate a cambiare ed è nato il Western revisionista: Soldato blu, Piccolo grande uomo e molti altri: si è così appreso che anche gli indiani hanno sentimenti umani, moglie e figli amati, una terra da loro difesa perché in essa radicati e loro principio “identitario”, conoscono il dolore e i sentimenti più nobili; ovviamente anche tra loro ci sono individui ed esempi di negatività, come avviene anche per i loro contraltari, i “bianchi”, tra i quali non mancano esseri cinici e malvagi ma anche esempi virtuosi – come il Kevin Costner di Balla coi lupi che si rende conto come quella degli indiani non è il negativo del positivo, ma un’altra cultura, con valori, affetti, sentimenti suoi propri, per molti aspetti anche migliori di quelli della comunità da cui proveniva.

Così mi pare che oggi la politica internazionale sia retrocessa (se mai è avanzata) al livello dei Western che vedevano John Wayne come protagonista: da una parte i cattivi assoluti, incarnati di volta in volta da nazioni e personaggi diversi, che vengono apostrofati con i peggiori epiteti: killer, assassino, mostro, macellaio, dittatore, autocrate, nazista/comunista e così via, a seconda dal punto di vista in cui ci si colloca e dell’orizzonte di valori abbracciato. Dall’altra si hanno invece esempi virtuosi di politica e civiltà esemplari, portatrici dei valori più nobili elaborati dalla cultura occidentale: democrazia, libertà, tolleranza, autonomia dell’individuo, diritti umani e così via. Ovviamente tali epiteti – specie i negativi prima citati – non hanno alcun valore descrittivo e/o conoscitivo, né posso essere utili in una concreta attività diplomatica e di mediazione (che ovviamente richiede rispetto per i propri avversari o almeno che si eviti l’insulto), ma sono solo espressione della forza e profondità del sentimento di repulsione che si avverte nei loro confronti. Il risultato di tale rappresentazione in bianco e nero è che la realtà perde le sue sfumature e viene a sparire quella molteplicità di colori che naturalmente possiede, nel suo intreccio cangiante. Perché non v’è mai alcunché che sia tutto di una tonalità (nero o bianco), ma sempre esistono le gradazioni di colore: nelle persone come nei gruppi, nei partiti, nelle nazioni e nei popoli. E si tratta di vedere quale di queste sfumature è più o meno importante per l’idea che si ha in testa e la politica che si vuole realizzare.

Una politica matura e responsabile, come anche l’atteggiamento di un autentico leader, non consiste nel “non fare prigionieri” o nell’esprimere virulenti e sanguinosi epiteti verso l’avversario – specie quando è inevitabile alla fine trattare, a meno che non si voglia una guerra distruttiva e annientatrice, una capitolazione senza condizioni, come quelle subite dalla Germania nelle due guerre. È a tal fine doveroso saper distinguere, possedere la capacità di cogliere le sfumature, di operare le opportune differenze e quindi – in un difficile e sempre precario equilibrio di negativo e positivo – riuscire a elaborare una politica che sia non il riflesso del Vero o del Giusto (oggi si invoca sconsideratamente una “pace giusta”), ma quella che possa riuscire ad avere i maggiori consensi e che possa portare all’equilibrio, ovvero a una condizione che sia soddisfacente e accettabile per tutti e non solo per alcuni. Ecco mi pare che la politica di oggi – internazionale come nazionale – manchi appunto di quella “saggezza” che consiste nella capacità di fare sempre le differenze, nel saper vedere le sfumature; quella capacità del non anteporre astratti concetti – come Giustizia e Verità – all’unico sostanziale presupposto di ogni convivenza umana: l’uomo, nella sua personalità e nella sua integrità. Al rispetto per esso deve essere subordinata ogni concreta azione, perché non c’è valore, non ci sono “principi non negoziabili”, non ci sono “sacri diritti” che valgano più della vita di uomini, donne e bambini.

Non dunque la ricerca della verità o della giustizia, del bene o del sacro, intesi come valori sovraordinati, ma invece rispetto per quella “verità incarnata” che è propria dei singoli uomini, delle varie etnie e dei diversi popoli. Tante “piccole verità” che devono essere riconosciute e rispettate non in quanto “verità”, bensì in quanto credute fortemente e seguite con tutto il cuore da uomini concreti, che non possono essere coartati sí da assumere un certo punto di vista che si ritiene appartenga a una civiltà superiore. Si resta in attesa che giunga il tempo in cui l’Occidente si sarà emendato da questo suo “peccato originale”, di questa sua hybris; un Occidente che ha pensato di promuovere la occidentalizzazione del mondo, ovvero quella globalizzazione in cui si pensava che a dominare fossero solo i suoi valori.

Gli autori

Francesco Coniglione

Francesco Coniglione, nato a Catania nel 1949, è stato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Catania e Presidente della Società Filosofica Italiana (2017-2019), membro del Consiglio scientifico dell’Accademia Polacca delle Scienze di Varsavia (2015-2022), nonché Research Fellow al Social Science Research Center della Mississippi State University (USA). Si è interessato di storia della filosofia scientifica, con speciale riguardo per la scuola polacca, e ha anche condotto una ricerca sulla società della conoscenza all’interno del 7° Programma Quadro dell’EU (Through The Mirrors of Science, New Challenges for Knowledge-Based Societies, Ontos Verlag, Heusenstamm 2010). Tra le sue più recenti pubblicazioni v’è l’edizione italiana dei saggi dell’epistemologo polacco Ludwik Fleck ("Stili di pensiero. La conoscenza scientifica come creazione sociale", Mimesis, Milano-Udine 2019), nonché i due volumi che esplorano il significato umano dell’itinerario spirituale di san Francesco d’Assisi ("L’uomo venuto da un altro mondo. Francesco d’Assisi", Bonanno Editore, Acireale-Roma 2022; "La perfetta Letizia. L’itinerario spirituale di Francesco d’Assisi", Tipheret, Acireale-Roma 2023). Ha recentemente pubblicato un’ampia ricostruzione del dibattito filosofico sulla scienza dal secondo dopoguerra a oggi ("Lontano da Popper. L’epistemologia post-positivista e le metamorfosi della razionalità scientifica", ETS, Pisa 2025).

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One Comment on “La politica di John Wayne”

  1. Capita spesso che la politica internazionale sembri un vecchio western: pistoleri da una parte, “angeli” dall’altra, e verità lasciate al saloon. Ma il mondo reale non è in bianco e nero: è un mosaico di sfumature. Chi governa dovrebbe ricordarlo, evitando di scambiare la diplomazia per un duello al tramonto.

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