“Conclave”, una spolverata di rosso cardinale sul solito thriller

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Chissà se qualche storico della Chiesa è andato a vedere Conclave, il film di Edward Berger pluricandidato agli Oscar. Chissà le matte risate che si sarà fatto.

L’idea di partenza, alla base del romanzo di Robert Harris da cui è tratto il film, sta nel raccontare l’elezione del papa come fosse un thriller, anche se di questo genere mancano gli elementi tipici: il delitto – frutto di un complesso intrigo – e l’indagine che si sviluppa per svelarne il colpevole. Qui invece la morte, anziché essere l’effetto dell’intrigo, ne è la causa. Infatti è proprio la morte (naturale) del papa, all’inizio del film, che dà inizio a una serie di manovre più o meno occulte per determinare la vittoria in conclave del candidato dell’una o dell’altra fazione. A muoversi in questo labirinto è il cardinale decano (Ralph Fiennes), uomo puro ed estraneo ai meccanismi di potere, costantemente in preda al dubbio e che sembra l’unico della congrega a credere veramente che l’elezione possa avvenire per illuminazione dello Spirito Santo. Questa ingenuità sembra condivisa dal regista e presupposta negli spettatori, come se la realtà non fosse più complessa della divisione tra cattivi che tramano con ogni mezzo per ascendere al sacro soglio e buoni che assistono impotenti, in fiduciosa attesa di un deus-ex-machina che ristabilisca il primato della spiritualità.

Romanziere prima, sceneggiatore (Peter Straughan) e regista poi devono essere riusciti nell’eroica impresa di raccontare un conclave senza aver mai aperto un libro di storia della Chiesa, fatta eccezione per quelli che ne descrivono i rituali; la cosa migliore del film è proprio questo soffermarsi su oggetti e piccoli gesti trasfigurati dall’essere parte di un rito e lo stesso regista ha infatti dichiarato di essere stato spinto dalla curiosità di «arrivare ai più piccoli particolari del meccanismo di elezione del papa, uno tra i segreti meglio mantenuti del mondo».

A dispetto della concezione semplicistica del film e in un impasto inscindibile tipicamente cristiano, nella realtà un conclave è un fatto divino, per chi crede, ma anche profondamente umano e tali sono le dinamiche che lo determinano. E gli scandaletti ridicoli evocati nel film spariscono di fronte a ciò che è veramente accaduto in certi conclavi. Uno degli esempi più eclatanti risale al periodo di crisi provocato da Lutero, prima però della frattura definitiva sancita dal Concilio di Trento: nel 1549 il cardinale d’Inghilterra Reginald Pole fu a un passo dal diventare papa e venne fermato solo da Gian Pietro Carafa (futuro papa Paolo IV), capo dell’Inquisizione, che portò addirittura delle supposte prove di eresia in conclave. Pole era riconosciuto come capo degli Spirituali, un gruppo che all’interno della Chiesa in quegli anni si fece promotore di un desiderio di profondo rinnovamento e di dialogo con i protestanti, alla luce dello studio delle Sacre Scritture e di una religiosità vissuta nell’interiorità, rispetto a quella linea dai tratti repressivi e formalistici che risulterà poi dominante nella Controriforma. In questo caso, quindi, ci troviamo di fronte a un vero e proprio spartiacque della Storia che si è giocato in un conclave e che si è basato su di una forzatura, quella che lo storico Massimo Firpo ha definito nel suo libro omonimo La presa di potere dell’Inquisizione romana. Ma leggere questa forzatura come un prevalere dei “cattivi” sarebbe estremamente superficiale, perché da entrambe le parti vi era una visione autentica, seppur contrapposta, della religione e del mondo, al netto delle debolezze umane che invece, nel film di Berger, diventano padrone assolute della scena, come se le idee fossero solo maschere.

Raccontata così, la storia si sarebbe potuta svolgere ugualmente in un consiglio di amministrazione; certo che non avrebbe avuto lo stesso gran spolvero visivo, tra rossi cardinalizi e interni sontuosi che fingono i palazzi vaticani (si tratta invece di Palazzo Barberini e della Reggia di Caserta, mentre la Sistina è stata ricostruita a Cinecittà). Ugualmente scintillante è il comparto attori, nel quale spiccano – entrambi candidati all’Oscar – Ralph Fiennes e Isabella Rossellini, che solo grazie al suo carisma riesce a dare sostanza a una minuscola particina. Tutto questo contribuisce all’impressione che la scelta del tema di Conclave equivalga all’aver steso uno spesso strato di salsa saporita sopra la solita fetta di carne di un classico e risaputo thriller.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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