“Sirāt”, il road movie senza strade

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La parola “Sirāt” nell’escatologia islamica indica il ponte, sottile come un capello e teso sopra l’inferno, che ogni anima deve attraversare dopo la morte, la prova estrema per raggiungere il paradiso. Il film del regista franco-spagnolo Olivier Laxe vuole raccontare proprio questo passaggio, nella terra di mezzo tra il già e il non ancora. Una terra che assume la forma del vuoto: di persone, piante, animali.

È il deserto del Sahara, che viene attraversato da una piccola comunità eterogenea. Ci sono sono tre uomini e due donne che dal Marocco vogliono scendere fino ai confini con la Mauritania per partecipare a un rave, uno di quei raduni musicali che si tengono in luoghi abbandonati o spazi aperti vuoti, anche questi dei “già”, con la differenza che forse non avranno mai un “ancòra”. Sono persone che vivono all’insegna della perdita (perfino di una parte di sé, perché due di loro sono mutilati), hanno perduto la lotta con il mondo e hanno scelto di perdersi; prima della sceneggiatura (scarna), sono i loro stessi corpi a raccontarcelo, perché sono tutti interpretati da veri ravers. E poi c’è invece un padre (Sergi Lòpez) che, insieme al figlio piccolo, cerca la figlia maggiore, anche lei una raver che da mesi non dà più notizie di sé. Spera di trovarla a quel rave all’estremità del deserto, e per questo si è unito al gruppo, che l’ha accolto controvoglia. Anche il padre e il figlio, dunque, sperimentano una perdita, ma ancora sperano di colmarla, di ritrovare la ragazza.

Il loro viaggio diventerà nel corso del film sempre più un viaggio nel vuoto: la società occidentale è solo la voce lontana di una radio che parla di una guerra imminente; le presenze locali, all’inizio minacciose (l’esercito marocchino che viene a disperdere i partecipanti al rave che apre il film), diventano via via più rarefatte (due uomini che contrattano la vendita di qualche tanica di benzina; un pastore di capre che si dilegua immediatamente) fino a sparire del tutto. Questo abbandono del mondo, che si dilegua, ricorda la religiosità dei Padri del Deserto nei primi secoli del cristianesimo, una tradizione ripresa dal sufismo, di cui il regista è studioso. I ravers sono raccontati come moderni eremiti che attraversano il silenzio del deserto alla ricerca di un suono fatto non per essere sentito dalle orecchie, ma dal corpo che lo balla.

Il viaggio dei protagonisti si rivela quindi un percorso spirituale, nel quale chi vorrebbe trovare ciò che ha perduto deve invece imparare ad affrontare un’altra perdita e chi cerca l’annullamento scopre la pericolosità dei desideri soddisfatti.

Un road movie del tutto anomalo e originale rispetto a quelli che siamo abituati a vedere, senza strade o dove si impara a perderle, per poi finire magari su quella più obbligata, cioè i binari del treno del ferro in Mauritania, che collega le miniere dell’interno con un porto sull’Atlantico. Un treno merci che nel film è carico di una umanità lanciata su di una traiettoria che non ha scelto: salvezza, destino o condanna? Il bello è proprio che Laxe non ce lo dice, non usa simboli univoci, non razionalizza. Un film fatto di corpi, immagini, musica e sensazioni, dove il pensiero è più un invito a ripensare dopo dentro di sé quello che si è visto, come nella definizione di poesia di Wordsworth, “emozioni rivissute in tranquillità”.

Originale è anche la scelta del regista di fare un passo indietro rispetto al racconto, di evitare il “troppo” che è il peccato mortale di tanto cinema di oggi, dove tutto è troppo scritto, spiegato, calcolato. Come ha dichiarato Laxe, «oggi i registi strumentalizzano eccessivamente le loro immagini. Ma quando vuoi raccontare troppo non dici nulla. Se c’è un accumulo di retorica nell’immagine la si uccide». Un film così controcorrente che «è stato estremamente difficile da finanziare. Viviamo nel fascismo della luce. Non c’è più spazio per l’ombra, l’ambiguità, il lirismo, l’esoterismo, la polisemia. L’arte è troppo razionale. Ecco perché Sirât è un miracolo». Forse non un miracolo, ma sicuramente un film che riesce a essere un viaggio non solo per i suoi protagonisti, ma anche per gli spettatori, nei quali la forza di queste immagini, così spoglie di retorica, resta viva nella memoria.

Le citazioni sono tratte dall’intervista a Olivier Laxe di Niccolò della Seta pubblicata su il manifesto (https://ilmanifesto.it/oliver-laxe-con-sirat-cerco-di-superare-i-limiti )

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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