Per un’imposta sulla ricchezza finanziaria

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1. Introduzione. Si torna, finalmente, a parlare di imposta patrimoniale. Mi pare però che non se ne parli abbastanza, e soprattutto che se ne parli nel modo sbagliato.

Per imposta patrimoniale si intende solitamente un’imposta sulla ricchezza immobiliare (la casa), o eventualmente sulla ricchezza totale (immobiliare e finanziaria). Un’imposta sulla casa viene di solito percepita come fonte di rischi per i contribuenti non ricchi (è possibile che una famiglia di lavoratori abbia ereditato dai genitori un’abitazione che non potrebbero permettersi di acquistare; è sempre più frequente che i genitori siano stati più abbienti dei figli). Viene inoltre percepita come possibile fonte di ingiustizie (due abitazioni per ogni aspetto identiche possono essere situate vicino o lontano da una stazione della metropolitana). E viene anche percepita come di esazione complicata, sia per lo Stato, se vuole (come sarebbe necessario) tenere conto di fattori diversi da quelli di base come la zonizzazione e la superficie, sia per il contribuente, che sarebbe inevitabilmente obbligato a complesse dichiarazioni; e soprattutto che potrebbe trovarsi in difficoltà a reperire la liquidità necessaria. Un’eventuale imposta dell’1% su un’abitazione del valore di 200.000 euro implica l’esborso di 2000 euro. È perfettamente possibile che i proprietari di quella abitazione abbiano in banca solo 10.000 euro; i soldi per pagare le tasse vanno presi dal conto in banca, e quindi l’1% sull’abitazione diventa il 20% sui depositi. L’imposta dovrebbe quindi prevedere scaglioni di aliquota, tenere in considerazione le condizioni reddituali dei proprietari ecc.; ma questo ci riporta al discorso dei costi inevitabilmente elevati di esazione (e di contenzioso). Infine, c’è un serio problema di traslazione: i proprietari potranno trasferire in tutto o in parte il costo dell’imposta su eventuali inquilini in misura differenziata, con conseguenti complessi problemi di equità.

Tutte le preoccupazioni citate sono molto fondate, e giustificano le perplessità riguardo a un’imposta patrimoniale sulle abitazioni, anche se naturalmente queste perplessità vengono strumentalizzate da chi si oppone all’imposta patrimoniale perché non vuole che “anche i ricchi piangano”. Esiste però un modo per aggirarle: e cioè adottare un’imposta patrimoniale sulla sola ricchezza finanziaria. Prima di entrare nel merito, un’osservazione generale che, stranamente, viene di solito trascurata: per aliquote basse, un’imposta patrimoniale è in realtà un’imposta sulla ricchezza finanziaria. Come osservato più sopra, un’imposta sull’abitazione viene pagata dal conto in banca: se l’imposta è dell’1% non si può cedere al fisco l’1% della propria abitazione. Ne segue che si potrebbe saltare il passaggio “casa”, e tassare direttamente la ricchezza finanziaria. Anticipo che in quanto segue supporremo appunto un’aliquota bassa, l’1%. Nel prossimo paragrafo vedremo i dati di base che consentono di affermare che l’imposta è opportuna. In quello successivo discuteremo di alcune questioni tecniche, e in quello ancora successivo di possibili obiezioni; e vedremo che la loro inconsistenza dimostra che l’imposta è praticabile sia economicamente che politicamente. Seguiranno alcune conclusioni. Tutti i dati, se non altrimenti specificato, sono di fonte ISTAT (Conti distributivi della ricchezza, riferiti al primo trimestre 2024, e dati di contabilità nazionale).

2. La ricchezza finanziaria in Italia. La ricchezza totale legalmente detenuta dalle famiglie italiane, compresa quella detenuta legalmente all’estero, ammonta a 11.026,367 miliardi di euro (circa 5,3 volte il PIL). La ricchezza finanziaria (conti bancari, titoli pubblici, obbligazioni, azioni ecc.) ammonta a 4.935,917 miliardi; un’eventuale imposta dell’1% renderebbe quindi poco più di 49 miliardi, vale a dire circa il 2,4% del PIL e il 5,6% delle entrate fiscali. Queste cifre ci dicono già che a fronte di un piccolo sacrificio (l’1% della sola ricchezza finanziaria, appunto) i vantaggi per l’economia nazionale sarebbero molto consistenti (la manovra appena approvata si aggira sui 30 miliardi). È però opportuno approfondire il discorso. In primo luogo, è utile ricordare che la ricchezza finanziaria è molto concentrata: il 50% più povero delle famiglie italiane ha una ricchezza finanziaria totale di 996,791 miliardi, il che corrisponde in media a circa 16.000 Euro. Il 10% più ricco delle famiglie ha invece in media circa 1.491.000 Euro, e il secondo 10% circa 197.000 euro – il che implica che un’imposta dell’1% solo su queste famiglie renderebbe 42,6 miliardi: meno di 49 ma pur sempre più del 40% in più della manovra. Questa cifra potrebbe essere incassata non solo senza nulla togliere all’80% delle famiglie italiane, ma anche, come vedremo, senza ridurre lo stock di ricchezza delle famiglie contribuenti. Naturalmente sarebbe meglio pensare ad aliquote marginali progressive, come avviene per l’IRPEF, ma qui non è necessario entrare nel merito di ciò.

3. Qualche aspetto tecnico. A differenza dal caso della ricchezza immobiliare, i costi di esazione per lo Stato e per il contribuente sarebbero molto bassi. In effetti un’imposta quale quella qui suggerita esiste già, e si chiama imposta di bollo. La sua esazione è talmente semplice (per il contribuente) che molti non sanno nemmeno che esiste: la sua aliquota è dello 0,2% e viene sottratta automaticamente ai conti correnti e agli altri assets finanziari (con qualche caso particolare qui poco rilevante). In effetti un’imposta sulla ricchezza (di solito totale, ma questo implica la valutazione a livello individuale della parte finanziaria) esiste almeno in Belgio, Norvegia, Paesi Bassi, Spagna e Svizzera; è difficile pensare che questi paesi abbiano adottato provvedimenti impraticabili.

L’1% dovuto sulla ricchezza finanziaria andrebbe pagato sottraendo risorse (poche!) al conto in banca (il valore medio dei depositi per il 10% più ricco delle famiglie, che dovrebbe pagare in media circa 15.000 euro, è di 280.000 euro, per il secondo 10%, che dovrebbe pagare in media circa 1.970 euro, è di 99.000), quindi sostanzialmente alla parte di ricchezza detenuta a scopo precauzionale. Il trasferimento di risorse dai privati allo Stato inciderebbe quindi molto poco sugli investimenti produttivi effettuati dai privati, e ridurrebbe di ancora meno gli investimenti produttivi effettuati dai privati in Italia, dato che i patrimoni finanziari dei ricchi sono investiti a livello globale; e inciderebbe pochissimo anche sui consumi dei ricchi. In sostanza, quei 42,6 miliardi costituirebbero per la maggior parte la trasformazione di risorse inutilizzate in risorse utilizzate. Inoltre, il trasferimento allo Stato di 42,6 miliardi (che sotto forma di ricchezza non fanno parte del PIL) farebbe aumentare il PIL per ciò stesso di altrettanto – non poco, per chi, come i governi degli ultimi decenni, ha una concezione quasi fanatica del rapporto debito/PIL, visto che si avrebbe una riduzione di circa 3 punti, dal 134% circa al 131% circa; e questo senza tenere conto degli effetti moltiplicativi dovuti all’aumento della spesa pubblica.

4. Ma allora perché no? Quanto suggerito più sopra può sembrare quasi scandaloso a molti commentatori mainstream. Ma perché? La ragione principale è indubbiamente politica, ma è utile tenere conto delle obiezioni ritenute di natura tecnica da chi le propone. A questo scopo prenderemo in considerazione un documento del giugno 2024 della Tax Foundation (Europe), una think-tank di orientamento liberista con sede a Bruxelles (Christine Enache, The High Cost of Wealth Taxes, giugno 2024). L’autrice è fortemente contraria alle imposte sulla ricchezza, per i motivi che seguono.

a) Doppia tassazione. La ricchezza sarebbe l’accumulo di risparmi su redditi già tassati. Questa obiezione non regge per l’Italia e per aliquote basse. Infatti la parte di gran lunga maggioritaria della ricchezza finanziaria dei ricchi è l’accumulo di redditi da capitale, e non da lavoro; e i redditi da capitale sono tassati (per i ricchi) con un’aliquota forfettaria inferiore a quella che sarebbe pagata nel caso fossero redditi da lavoro. Ne consegue che un’imposta dell’1% contribuisce in realtà a sanare (in parte) questa discrepanza, nell’ottica del principio di progressività dell’imposta sancito dalla Costituzione.

b) L’imposta sulla ricchezza finanziaria equivale a un’imposta eccessiva sul reddito. L’esempio di Enache è il seguente. Supponiamo un rendimento della ricchezza del 5%. In tal caso, un’eventuale imposta del 2% equivale a un’imposta del 40% circa sui redditi (sia 100 la ricchezza iniziale, che diventa 105. L’imposta è il 2% di 105, 2.1; quindi il rendimento diventa 2.9). La controobiezione è ovvia: il 40% di imposta non è predatorio date le aliquote correnti delle imposte sul reddito, e ancora meno lo è il 20% che si avrebbe con un’aliquota dell’1% quale qui suggerita.

c) Se il rendimento del capitale è inferiore all’aliquota dell’imposta sulla ricchezza finanziaria, lo stock di ricchezza è destinato a ridursi”. Qui le controobiezioni sono due. La prima è che non c’è alcun motivo di evitare una riduzione dello stock di ricchezza dei più ricchi, se l’uso che essi fanno della ricchezza stessa è poco coerente con i fini della società. Un provvedimento di questo genere, del resto, era auspicato da Keynes, e oggi lo è da Piketty e altri, allo scopo di evitare pericolose inefficienze del sistema capitalista. Ma anche ammesso che sia giusto che i ricchi accumulino via via maggiori ricchezze, questa accumulazione non viene bloccata dall’imposta qui suggerita, viene solo rallentata. Il valore della ricchezza finanziaria fluttua abbastanza rapidamente; conviene quindi valutarne il trend su un periodo abbastanza lungo. Fra il 2012 e il 2024 il valore complessivo della ricchezza finanziaria del dieci per cento più ricco delle famiglie è cresciuto in termini reali di circa il 2.9% all’anno in media, molto di più dell’1% qui suggerito. Come abbiamo visto, non ci sarebbe nulla di male se l’imposta riducesse un po’ la ricchezza dei più ricchi, ma non lo farebbe.

d) L’imposta sulla ricchezza ha un effetto di crowding out sottrae risorse a investimenti produttivi. Sappiamo che la ricchezza finanziaria dei ricchi viene indirizzata assai poco a investimenti produttivi, e che solo una parte di questa piccola quota è rivolta all’Italia. La sottrazione agli investimenti produttivi sarebbe quindi al massimo dell’1%, e in realtà molto meno. L’idea che questo 1% di ricchezza dei ricchi avrebbe effetti più positivi sulla crescita dell’economia italiana se fosse lasciata a loro anziché se fosse utilizzata per investimenti pubblici o per spese sociali è in effetti talmente assurda da non richiedere ulteriori commenti. Gli argomenti portati da Enache, del resto, sono a dir poco molto deboli; il lettore, se crede, può rendersene facilmente conto leggendo il suo articolo, liberamente scaricabile.

e) Il gettito sarebbe basso. Abbiamo visto che un’aliquota anche solo dell’1% darebbe in realtà un gettito importante.

f) I ricchi scapperebbero all’estero. Non è vero. Nulla impedirebbe allo Stato italiano di imporre una tassa sulla ricchezza dei suoi cittadini indipendentemente dalla sua collocazione (in effetti un’imposta sugli investimenti all’estero dei cittadini italiani esiste già, con aliquota dello 0.2% e dello 0.4% in alcuni casi). L’unico modo per evitare l’imposta sarebbe cambiare cittadinanza. Difficilmente chi ha deciso di non farlo lo farebbe per evitare un’imposta dell’1%; e quei pochi casi potrebbero essere facilmente scoraggiati con un’imposta sul cambio di cittadinanza (come avviene in Norvegia e altrove).

Comunque, tutte le obiezioni citate perdono di validità di fronte alla considerazione elementare che i sacrifici sarebbero molto piccoli per pochi, e i vantaggi notevoli per molti. Parafrasando Churchill, forse mai così tanti otterrebbero così tanto dovendo così poco a così pochi.

5. In conclusione. Se l’imposta sulla ricchezza finanziaria non viene adottata nonostante che non ci siano ragioni economiche per non farlo, vuol dire che esistono ragioni politiche e/o culturali. Non ha senso aspettarsi un sostegno a un’imposta patrimoniale dall’attuale maggioranza (per ora; i primi sintomi dell’avvento di una destra sociale sono già avvertibili). Ha invece senso domandarsi perché la proposta qui avanzata non venga avanzata dalla sinistra. Proporre che lo stato sociale venga (ri)finanziato a spese dei ricchi avrebbe sicuramente un vasto consenso, come suggerito dal successo elettorale dei 5S nel 2018 a seguito della proposta del salario di cittadinanza, e da dati di sondaggio (un recente sondaggio Demopolis per Oxfam rileva, e rivela, che il 70% degli italiani sarebbe favorevole a un’imposta europea sui grandi patrimoni). E allora perché il PD e i suoi satelliti ci rinunciano? Cercare di dare una risposta a questa domanda richiede un discorso lungo, e non è il tema di questo articolo. Per chi fosse interessato, me ne sono occupato in un articolo recente (https://vll.staging.19.coop/che-fare/2024/09/27/un-errore-di-fondo-ignorato-della-sinistra/) a cui rinvio, e mi permetto di chiudere con una battuta: quando la Juventus faceva quello che voleva sul campo e fuori dal medesimo, si parlava pudicamente di “sudditanza psicologica” per spiegare il suo strapotere, e non era solo questione di soldi. Credo che abbiamo a che fare con qualcosa di analogo.

Gli autori

Guido Ortona

Guido Ortona, economista, è stato professore di Politica economica presso l’Università del Piemonte orientale. Le sue ricerche hanno riguardato soprattutto le economie di tipo sovietico, l’economia del lavoro e l’economia comportamentale. Tra i suoi libri, da ultimo, I buoni del tesoro contro i cattivi del tesoro (Robin, 2016)

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