Rendere i “matti” protagonisti: Paolo Henry a Grugliasco

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Nei primi giorni di dicembre si è spento all’età di 87 anni Paolo Henry, una figura emblematica nel mondo della psichiatria torinese. Persona versatile e dalle mille sfaccettature Henry era una guida alpina e da questa esperienza aveva mutuato uno stile di vita che aveva poi portato in ogni ambito della sua vita, lavoro incluso: coraggio sempre improntato alla prudenza, estrema attenzione ai compagni di cordata, desiderio di nuove sfide e nuovi orizzonti. Per meglio ricordare Henry e l’atmosfera di quegli anni abbiamo intervistato Caterina Corbascio, che ha lavorato con lui in quella interessante esperienza che è stata il superamento dell’Ospedale Psichiatrico di Grugliasco.

«L’ospedale psichiatrico di Grugliasco, completato nel 1931 e nato per rispondere al sempre maggior numero di persone internate negli OP torinesi, dopo una serie di travagli legati, in parte alla seconda guerra mondiale (i pazienti furono sfollati e nel 1943 il comando militare tedesco usò quel luogo come infermeria; dal 1946 al 1949 l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupava di reduci vi ricoverò i sopravvissuti dei campi di sterminio dei paesi dell’Est; nel 1951 una parte della struttura fu delegata a ospitare le vittime dell’alluvione del Polesine), nel 1955 riprese il suo compito originario, compreso l’utilizzo di una parte della struttura, denominata Villa Azzurra, per il ricovero dei bambini, che arriveranno alla considerevole cifra di 150 ricoverati. Quando sono stata assunta, nel 1983, l’ospedale versava in condizioni di abbandono, in quanto gli psichiatri più innovativi, sull’onda del processo di demanicomializzazione proposto da Basaglia e culminato nella legge del 1978 erano usciti per aprire i primi servizi territoriali e l’ospedale era completamente delegato per il suo funzionamento al comparto infermieristico. In quegli anni i reparti manicomiali ospitavano 400 degenti, mentre 120 vivevano nelle comunità che erano state aperte all’interno delle mura negli anni ’70. Io venni assunta ancora giovanissima e facevo parte di un pool medico che comprendeva tre colleghi. Nel 1984 un’ingiunzione della magistratura chiuse i reparti ospedalieri per problemi di igiene e sicurezza, per cui la maggioranza dei pazienti fu trasferita al manicomio di Collegno e anche il direttore fu trasferito in quella sede. I circa 120 pazienti rimasti, insieme ai tre medici vagavano in condizioni di confusione, senza un progetto e soprattutto senza qualcuno che si assumesse il compito di guidare la struttura. Ed è a questo punto che entra in scena Paolo Henry, che viene chiamato per dirigere la struttura. Un caso particolare, in quanto forse per la prima volta uno psicologo e non un medico viene chiamato per un incarico di questo tipo».

Henry inizia come è suo costume. Caterina Corbascio mi racconta che Paolo passava il tempo girando instancabilmente per tutta la struttura, osservando attentamente e parlando con tutti: medici, infermieri, pazienti. Da vero montanaro, metodico, con passo costante e continuo, con attenzione ai compagni di cammino, qualsiasi ruolo avessero, operatori o pazienti. Caterina lo accompagna e impara, finché Henry redige la “Proposta di Programma per l’area Socio Sanitaria di Grugliasco“: è il 1984 e Agostino Pirella, psichiatra basagliano e coordinatore dell’Ufficio Salute Mentale della Regione Piemonte, lo appoggia fino all’approvazione.

Henry accetta la sfida considerata impossibile: riabilitare quelli che venivano definiti “residui manicomiali”. Gli vengono in aiuto una serie di esperienze fatte in passato: quella nel settore minorile (in cui aveva lavorato in alcune comunità per minori su incarico del presidente del Tribunale per i minorenni, Paolo Vercellone), quella come formatore di dirigenti industriali per la Fondazione Agnelli e infine quella come formatore dei dirigenti sindacali della CGIL. Aiutato da queste competenze Henry prende in mano la situazione in toto: organizza i turni degli infermieri, rende obbligatorie le riunioni settimanali dell’équipe, prepara corsi di formazione. Il meccanismo partecipativo esteso alla popolazione, con la restituzione del parco alla città, il contatto diretto e gli scambi nelle riunioni, la soluzione di problemi concreti quali la qualità del cibo riescono a creare uno stile di lavoro e un’atmosfera di lavoro in cui tutti sentono di avere uno spazio. Prima il cibo, poi la lavanderia, poi le pulizie cessano di provenire da servizi esterni dell’Ussl e vengono assunti cuochi scelti dai pazienti fino a fondare una Associazione di 19 ex degenti, la “Primavera 1985”. Non ci sono operatori nell’associazione che si occupa di formazione e riabilitazione dei degenti per implementare le abilità che permettano un reinserimento sociale e lavorativo, ma il coinvolgimento di tutti, infermieri per primi, permette miglioramenti ritenuti impossibili in quelli che – ripeto – erano definiti residui manicomiali.

Henry viene invitato a incontri internazionali a raccontare l’esperienza di Grugliasco e al termine di ogni suo intervento gli viene tributata una standing ovation. Fioccano i riconoscimenti: una paziente di oltre 80 anni di cui 50 passati in manicomio consegue la licenza media, un’altra viene invitata al Maurizio Costanzo show dove ottiene un successo strepitoso. Nel parco dell’Ospedale psichiatrico, aperto alla cittadinanza si svolgono eventi musicali di livello, gli ospiti e gli ex degenti accompagnano gli spettatori in visite guidate all’interno dei padiglioni manicomiali e raccontano le storie di quei luoghi e delle persone che li sono state rinchiuse.

Caterina Corbascio, che negli anni è diventata direttrice di un Dipartimento di Salute Mentale e consulente per la Regione Piemonte nella salute mentale, mi racconta la potenza di quella esperienza trasformatrice. «Neppure trentenne arrivo in quella realtà e mi colpisce la sensazione di tempo sospeso, immobile. I pazienti si muovono lentamente, il tempo non passa mai in mezzo a quell’acre odore di urina. Entro allora nel padiglione femminile dove vengo accolta da cinque infermiere corpulente, felici che arrivi un giovane medico. I reparti sono lindi, ordinati, con le pazienti come robotizzate che puliscono in cambio di qualche sigaretta e un pò di caffè buono, non la brodaglia destinata ai degenti. I medici sono chiusi nelle stanze a leggere i giornali, io vago per i reparti cercando di capire dove sono e cosa posso fare, quale sia il mio ruolo. I degenti parlano solo con gli infermieri, che del resto sono sempre con loro. Un giorno entro e dopo sei minuti sbotto e decido di uscire, non ce la faccio a vivere in quel modo, senza prospettive, senza senso. Poi finalmente arriva Henry: io lo seguo in quel primo mese in cui gira ovunque e parla con tutti, fino a quando redige di getto il suo progetto di superamento dell’ospedale psichiatrico. Di Henry colpiva che fosse sempre di buon umore, pronto a vedere sempre il lato positivo delle cose, un umore contagioso che spingeva a provarci. Un grande maestro che ti dava sempre l’impressione di essere attento a chiunque fosse davanti a lui, che ti faceva sentire ascoltato e valorizzato. Ma anche uno che sapeva prendere le decisioni e che, da buona guida alpina, andava tenacemente verso la meta, conoscendo bene la direzione. Per tutta la mia vita professionale ogni volta che ero in una situazione complessa, fosse con un paziente o con altri operatori o con amministratori mi fermavo e mi dicevo: “Cosa farebbe Paolo Henry in questa situazione?”».

Gli autori

Ugo Zamburru

Ugo Zamburru, psichiatra , è appassionato di America latina, di persone, di libertà e di solidarietà. È stato inventore e instancabile animatore, per oltre dieci anni, del Caffè Basaglia, crocevia e luogo di incontro per chi, a Torino e non solo, sogna un mondo diverso e si impegna per realizzarlo.

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One Comment on “Rendere i “matti” protagonisti: Paolo Henry a Grugliasco”

  1. Bella intervista! Ho conosciuto Paolo Henry da ragazzina, quando mia madre lavorava a Grugliasco per organizzare i corsi di formazione per gli infermieri. Vissi poi in parte dal di dentro quell’esperienza, quando iniziai a farmi le ossa come “scribacchina” collaborando con il Torino Progetto per il superamento dei manicomi. Anni di esaltante ed entusiasmante progettualità. Solo più tardi ho scoperto il Paolo guida alpina. Un uomo davvero fuori dall’ordinario.

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