L’Asia Centrale tra la Russia, la Cina e gli altri

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Una lunga e ricca storia

L’analisi che segue fa riferimento a quelli che oggi sono il Kazakistan, il Kirghizistan, l’Uzbekistan, il Tagikistan e il Turkmenistan, lasciando fuori altre aree tradizionalmente facenti parte dell’Asia Centrale, quali in particolare la provincia cinese dello Xinjiang e la Mongolia.

Gli occidentali, dietro la loro arroganza, stentano a percepire che il mondo non è più a loro disposizione e continuano così a ignorare sostanzialmente le nuove realtà che avanzano. Ma quella che a molti può sembrare una regione di scarsa importanza è stata a lungo al centro delle vicende umane e va acquisendo oggi un nuovo, importante ruolo.

Il grande storico francese Fernand Braudel è stato tra i primi a mettere a suo tempo in rilievo l’importanza dei popoli della steppa. Si trattava di genti nomadi che avevano addomesticato il cavallo e avevano imparato come sfruttare le steppe erbose dell’Asia Centrale (Harl, 2023). Esse di norma erano in relazione con le civiltà sedentarie dei grandi fiumi, in particolare con quella cinese e indiana, oltre che persiana ed europea (Khalid, 2021). Normalmente si sviluppavano degli scambi pacifici tra i due tipi di attori, con i nomadi che vendevano ai sedentari cavalli e altri animali, mentre i loro vicini davano in cambio cereali. Ma in occasione di carestie o siccità, o quando qualche capo clan tirava fuori il suo spirito guerriero, i nomadi diventavano turbolenti ed entravano in guerra. Essi si spingevano, in tali casi e a volte, sino al nostro continente, come testimoniano le vicende di Attila, di Gengis Khan e dell’impero mongolo. Genghis Khan riuscì a unire vari clan e li guidò alla conquista di un impero che il nipote Kublai Khan raddoppiò al punto che, nel tardo tredicesimo secolo, tale popolo controllava un sesto delle terre emerse, ciò che equivale al più grande impero mai affermatosi nella storia dal punto di vista territoriale, anche se esso durerà relativamente poco. Ricordiamo ancora le vicende dell’Orda d’oro e poi la presa di Costantinopoli e gli assedi di Vienna da parte dei Turchi, che comunque arrivarono anche a dominare per lungo tempo parte della penisola balcanica.

I popoli nomadi hanno giocato un ruolo centrale nella trasmissione del sapere, di religioni, merci e tecnologie attraverso l’Eurasia da una civiltà all’altra (Harl, 2023), in particolare attraverso la via della seta, che, in particolare durante il periodo dell’impero mongolo, prosperò grandemente grazie alla sicurezza dei trasporti assicurata dal governo e una riduzione sostanziale delle imposte che i mercanti dovevano pagare lungo le rotte (Mai, 2010). Kublai Khan, tra l’altro, conquistò la Cina, fece di Pechino la sua capitale e diede al paese grosso modo i confini che esso ha ancora oggi. Più in generale egli cambiò almeno in parte e per sempre la mappa del mondo (May, 2010). Le prodezze militari dei nomadi si basarono per circa 1500 anni per la gran parte sull’abilità dei loro arcieri a cavallo (Harl, 2023; Khalid, 2021) e sulla loro massa d’urto. Ma l’avvento, nel XVI secolo, delle armi da fuoco cambierà i dati della situazione e l’area diventerà da allora in poi oggetto delle mire delle varie potenze; la Russia conquisterà progressivamente gran parte della regione con un processo che andrà dal XVII secolo sino al 1870, mentre lo Xinjiang finirà con la Cina.

I paesi sopra ricordati, come anche gran parte della Mongolia, faranno poi parte dell’Unione Sovietica come repubbliche autonome. L’affermazione del potere sovietico in Asia Centrale dopo la rivoluzione fu un processo lungo, con molti intrecci e giravolte, confusione e conflitti. Alla fine l’integrazione ebbe successo grazie anche al fatto che i bolscevichi riconoscevano le diverse nazionalità, prima oppresse dal potere zarista, e la loro autonomia. Molti videro nel comunismo una via per raggiungere la sicurezza e la modernità dei loro paesi e in effetti comunismo, anticolonialismo e nazionalismo furono da allora e per tutto il XX secolo, strettamente collegati (Kalid, 2021). Si sviluppano, da parte del nuovo potere, delle politiche quali una campagna di educazione di massa, la riforma agraria, la liberazione delle donne e la creazione di identità nazionali (Kalid, 2021). L’Asia Centrale, verso la fine del 1923, è di nuovo parte dello Stato russo, ma sotto nuove condizioni. Nel 1924 il nuovo potere ridisegna la divisione della regione delineando i confini degli Stati attuali. Nel 1929 viene lanciato un grande progetto di industrializzazione insieme al primo piano quinquennale. I cinque paesi si sviluppano e si modernizzano in maniera significativa. Dopo la seconda guerra mondiale la ricostruzione porta, tutto sommato, stabilità e sviluppo economico, fattori che trasformano ancora l’Asia Centrale in modo significativo. Grazie ad investimenti su larga scala nelle infrastrutture e nell’industria l’area cessa di essere una periferia e diviene pienamente integrata nell’Unione Sovietica (Khalid, 2021).

La storia recente

Quando il collasso dell’Unione Sovietica pone per necessità di cose all’onore della cronaca la creazione delle repubbliche dell’Asia centrale, la regione è del tutto sconosciuta al mondo esterno. La reazione iniziale degli ambienti occidentali è di definirle come artificiali, deboli, mancanti di una storia e di ogni legittimazione e con un potenziale di insicurezza e di instabilità (Khalid, 2021). Dopo la caduta dell’Urss in pochi turbolenti mesi tutto cambia nell’area. Né la popolazione, né le élites al potere nei cinque paesi vogliono la completa indipendenza dalla Russia; si racconta che, in particolare, il Kazakistan lottò sino all’ultimo con Eltsin in proposito. Nel marzo del 1991 si tiene, nei cinque paesi, un referendum che mostra come i seguaci dell’indipendenza fossero una minoranza molto ridotta nei vari Stati dell’Asia Centrale. Segue un periodo di disorganizzazione, ma a poco a poco si delinea, tra tanti problemi, una nuova realtà che tenderà a consolidarsi con il tempo.

Si registra un periodo iniziale di caos con la caduta del pil e con rilevanti problemi sociali, ma poi si delinea la riconversione dell’economia, basata sullo sfruttamento accresciuto delle risorse naturali, la costruzione di importanti infrastrutture, la liberalizzazione dei mercati. In particolare, dall’avvio del nuovo millennio in poi l’economia si sviluppa a tassi sostenuti (Barber, 2024); così in 20 anni il pil dell’area quadruplica, mentre la popolazione cresce di 1,4 volte. Nel 2022 esso cresce del 5,9%, del 6,3% nel 2023 mentre per il 2024 ci si aspettava un 5,6% e un 5,9% per il 2025 (Banca Mondiale). A fronte di una crescita rilevante esistevano però – ed esistono ancora – delle marcate differenze economiche tra i vari Stati: così mentre il reddito pro-capite del Kazakistan era pari nel 2023 a 13.300 dollari, quello del Tagikistan era ancora, nello stesso anno, di soli 1.200 dollari. Per quanto riguarda il commercio estero della regione, pure in rilevante sviluppo nell’ultimo periodo, nel 2023 il 23% del totale dell’export si svolge con la Cina, paese all’origine, poi, del 33% dell’import della regione. Il petrolio costituisce ancora nel 2023 il 52% delle esportazioni totali dell’area. Sono comunque in corso dei tentativi di ridurre il peso delle risorse naturali e dell’agricoltura sul pil.

Una ragione fondamentale dell’interesse da parte delle grandi potenze – oltre alla Russia e alla Cina, anche l’UE, la Turchia, gli Stati Uniti – per l’area riguarda le ricchezze del sottosuolo. In Kazakistan sono presenti rilevanti giacimenti di petrolio, sfruttate per la gran parte da consorzi di imprese occidentali con qualche partecipazione cinese (è presente sul posto in maniera significativa anche l’Eni), mentre, sempre in Kazakistan e in Uzbekistan, esistono dei giacimenti di gas. Nell’area si ritrovano poi anche depositi di terre rare ancora poco sfruttate, cui sono interessati anche gli Usa e l’UE per cercare di rompere il monopolio cinese: ci troviamo in questo caso davanti a una partita politicamente delicata. Il sottosuolo del Kazakistan vede poi la presenza di uranio, di cui il paese è il principale produttore mondiale, che viene esportato verso la Russia. Inoltre si trovano nell’area il 39% delle riserve di manganese, il 30% del cromo, il 20% del piombo, 13% dello zinco; in questo settore appare preponderante nel loro sfruttamento il ruolo della Cina (Leahy, 2023).

L’Asia Centrale tra Russia e Cina

Dopo lo scoppio della guerra con l’Ucraina i legami tra Russia e Cina, che erano già cordiali, si sono fatti sempre più stretti. Tra l’altro, i due paesi fanno un fronte unito contro l’Occidente. Il presunto tentativo di Trump di dividerli sembra votato al fallimento, visto anche il peso dell’influenza cinese sul paese amico, un rapporto che qualcuno arriva a definire come quasi coloniale. Sul piano commerciale tra il 2021 e il 2024 il volume degli scambi tra i due paesi è cresciuto del 66%. La Russia esporta soprattutto prodotti energetici per circa l’80% del totale, nonché un poco di armi, anche se tale voce è in netto calo come importanza, mentre la Cina ricambia con beni di consumo, auto, tecnologie. Ma gli scambi sono molto più importanti per la Russia piuttosto che per la Cina. Essa pesa infatti per il 34% del commercio totale russo, mentre la Russia solo per il 4% del commercio cinese (The Economist, 2025). Dopo la messa in opera delle sanzioni occidentali gran parte dell’interscambio, poi, si svolge in yuan. Ma non mancano delle frizioni. Così di recente la Russia ha messo dei dazi sull’importazione di auto cinesi, mentre esiste un gasdotto, Power of Siberia, che porta il gas russo in Cina; la Russia vorrebbe costruirne un secondo, ma il paese amico nicchia, perché tende a diversificare i suoi acquisti. Anche gli investimenti della Cina in Russia rimangono abbastanza limitati e nel 2024 essi erano pari a 18 miliardi di dollari, soltanto il doppio di quelli nel Kazakistan, un paese molto più piccolo (The Economist, 2025). Come è poi noto, la Cina ha delle riserve sulla guerra contro l’Ucraina, anche se ufficialmente evita di dirlo. Ci sarebbe, infine, un’enorme potenzialità nello sfruttamento in comune delle ricchezze della Siberia, ma l’idea non va avanti per i timori russi di vedere il peso del potente vicino diventare preponderante.

Dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica e ancora oggi i legami dei paesi dell’Asia Centrale con la Russia non hanno certo teso a sparire. Permangono forti legami commerciali, di strutture di trasporto, di lingua e di educazione; bisogna tra l’altro ricordare che tutte le attività industriali si basavano a suo tempo sugli standard sovietici ed erano mirate sempre al mercato sovietico, mentre il russo era di gran lunga la più importante lingua dell’area. Inoltre continuano ad esserci delle basi militari russe nell’area. Così l’influenza di Mosca ha continuato a essere molto importante, nonostante i tentativi di altre potenze di ricavarsi degli spazi nella regione.

Ma chi è stato il più rilevante beneficiario della nuova situazione politica dell’area è stata la Cina. L’invasione dell’Ucraina ha accresciuto il timore dei paesi dell’area raffreddando un poco i rapporti con Mosca. Anche se ufficialmente tutto è rimasto sostanzialmente tranquillo, essa ha spinto i paesi a un ulteriore avvicinamento a Pechino (Raby, 2024; Leahy, 2023). Qualcuno ha parlato a questo proposito di un nuovo “grande gioco” tra Russia e Cina per il controllo dell’area, riferendosi a quello dell’Ottocento tra Gran Bretagna e Russia sempre per il controllo dei territori dell’Asia centrale (Raby, 2024). In ogni caso negli ultimi anni si delinea una tendenza a una loro maggiore autonomia in tema di linguaggio, di storia e di identità. Così mentre il russo rimane la lingua franca, ogni paese promuove la propria, mentre alcuni stanno abbandonando i caratteri cirillici a favore di quelli latini. Intanto essi stanno anche gradualmente togliendo il precedente velo di silenzio sulle repressioni di Stalin nella regione (Barber, 2024).

L’area, oltre a contenere preziose fonti di energia e importanti giacimenti di terre rare, è un passaggio importante per i trasporti via terra con l’Europa. Così da molto tempo giaceva sul tavolo un progetto tra Cina, Kirghizistan e Uzbekistan da più di 4 miliardi di dollari per un collegamento ferroviario che attraversasse la regione diretto verso l’Europa senza passare dalla Russia (Leahy, 2023); questo nell’ambito di un progetto di lunga lena e di più vasta portata, il cosiddetto Middle Corridor, che tende a collegare in maniera sempre più efficiente l’Asia del Sud Est e la Cina con l’Europa tramite il Kazakistan, il Mar Caspio, l’Azerbaigian, la Georgia e la Turchia. Si è esitato a lungo per non disturbare Mosca, ma ora è stato dato il via al progetto ferroviario. La linea permetterà anche il collegamento dei due paesi dell’Asia Centrale con i porti (tra i punti di debolezza dell’area c’è appunto la mancanza di accesso diretto al mare), mentre ridurrà i tempi di percorrenza.

Come abbiano già ricordato, sino ad oggi la Russia rimane il partner politico più importante delle cinque repubbliche, mentre sul fronte economico la Cina avanza cercando di non disturbare troppo il suo alleato. Sempre il grande paese asiatico tiene, con l’assenso di Mosca, dei summit periodici con i paesi dell’area per più forti relazioni con loro. Ma i due paesi sono comunque insieme presenti in alcune organizzazioni cui partecipano anche i cinque Stati citati. Ricordiamo a questo proposito la Sco, la Shanghai Cooperation Organization, fondata nel 2001 con obiettivi primari nei settori della sicurezza e della difesa, poi allargatisi per comprendere anche i trasporti, l’energia, le telecomunicazioni; di esso fanno oggi parte, oltre ai paesi dell’Asia Centrale tranne il Turkmenistan, la Cina, la Russia, l’India, il Pakistan, l’Iran, la Bielorussia. Per quanto riguarda i Brics, ne sono membri peraltro soltanto il Kazakistan e l’Uzbekistan. Alla Belt and Road Initiative partecipano invece tutti e cinque i paesi, che hanno ricevuto nel tempo importanti finanziamenti per le opere infrastrutturali.

Conclusioni

Sin dalla caduta dell’Unione Sovietica diversi attori hanno cercato di inserirsi nell’area, oltre che per ragioni economiche, anche per cercare di contrastare Russia e Cina. In particolare, vanno sottolineate a tale proposito le iniziative degli Stati Uniti e dei paesi dell’Unione Europea, plausibilmente in quest’ultimo caso con il permesso dei primi. In tale quadro va inserito anche il recente viaggio in Kazakistan del Presidente del Consiglio italiano. Anche la Turchia cerca da tempo di fare lo stesso, puntando sull’affinità etnica, di lingua e di cultura. Ora avanzano nell’area anche i paesi del Golfo, dall’alto delle loro risorse finanziarie. I cinque paesi non hanno chiuso del tutto le porte, mostrando qualche disponibilità a diversificare i loro partner e hanno fatto loro qualche concessione sul piano economico e culturale, ma la Russia e la Cina appaiono molto vigili su tutti i fronti. In ogni caso tutte le previsioni tendono a indicare che nel tempo saranno soprattutto i legami con la Cina a diventare quelli più rilevanti, anche se essi non potranno prescindere da un qualche tipo di intesa in proposito con il Cremlino.

Testi citati nell’articolo

– Barber T., Central Asians edge into a brave new world on Russia doorstep, www.ft.com, 27 ottobre 2024
– Harl K. W., Empires of the steppes, Bloomsbury Pu., Londra, 2023
– Khalid A., Central Asia, Princeton University Press, Princeton, 2021
– Leahy J., Xi Jinping court Asia as russian influence weakens, www.ft.com, 18 maggio 2023
– May Th., Central Asia : the Mongols 1206-1405, in Masselos J. (ed.) The great empires of Asia, Thames & Hudson, Londra, 2010
– Raby G., Great game on, Melbourne University Publishing, Melbourne, 2024
The Economist, Over a barrel, 17 maggio 2025

Gli autori

Vincenzo Comito

Vincenzo Comito (1940), ha lavorato a lungo nell’industria (gruppo Iri, Olivetti) e nel movimento cooperativo, nelle aree dell’amministrazione e finanza, del controllo di gestione e del personale. Docente di finanza aziendale ha insegnato all’Università Luiss di Roma e all’Università di Urbino. Fa parte del gruppo “Sbilanciamoci” e di quello di "Fuoricollana". Tra i suoi ultimi libri: “La globalizzazione degli antichi e dei moderni” (Manifesto libri, 2019) e "Come cambia l'industria" (Futura editrice, Roma, 2023).

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