
E’ con sorpresa che accolgo la notizia della riedizione, a vent’anni e più dall’uscita, del libro autobiografico di Pietro Ingrao per Einaudi. Sorpresa perché non mi è sembrato essere passato così tanto tempo da quando Rossana Rossanda aveva suggerito al direttore editoriale dell’Einaudi Ernesto Franco che forse Pietro Ingrao sarebbe stato incline a scrivere le sue memorie e io, dopo aver sentito al telefono ben due direttori de “Il Manifesto” vicini a lui (uno ex e l’altro in carica all’epoca) ero stata spedita a Roma a prendere contatti. Contatti che si sarebbero intensificati nel corso dei mesi: ho il ricordo di quegli incontri pieni di “memorie” sue straordinarie, nel senso etimologico del termine, e di dubbi continui, ispirati da un’umanità fuori dal comune, in effetti un po’ avulsa da quella di un leader politico comunista di quell’epoca (Voglio la luna era stata la sua proposta di titolo poi volta all’imperfetto per il taglio memorialistico del libro). Lo sintetizzano perfettamente le parole dei figli nelle prime pagine dell’introduzione alla nuova edizione quando dicono che “tutta la storia che nostro padre ha voluto narrare, nella fase finale della sua vita, è nell’intreccio fra immersione nell’esperienza collettiva e interrogativi interiori”. Come lo è la sua vocazione costante alla relazione, non solo con «le masse», ma con l’irripetibile individualità di ciascun essere umano.
La politica é relazione, così lontana dall’esperienza nel presente per i più.
E poi vengo alla definizione di memoria stessa, non meno attinente al senso del libro, seminascosta nella sua Premessa che non ricordavo ed è introdotta da una domanda: “Perché temiamo tanto che la memoria si perda?” Risposta: “È la vanità di stare ancora e per sempre sulla scena o un tentativo di salvezza? O forse è la memoria di una soggezione ad altri, tale che non può reggere il silenzio”. La memoria come salvezza da un silenzio pericoloso, è un’affermazione così attuale che sembra condensare davvero il messaggio del libro. Proprio perché la sua vita e la sua militanza politica sono state all’insegna della salvezza di tanti (la democrazia contro il fascismo, i diritti degli operai e dei più fragili) con la consapevolezza però che non ci si salva del tutto dal tacere i propri dubbi continui quando non gli errori. E così mi piace riandare ad alcuni snodi particolarmente significativi di Volevo la luna in rapporto con le scelte, drammatiche, che Pietro si è trovato di fronte, e ai dubbi, talvolta non meno problematici che hanno segnato il turbine della sua vita. E vorrei farlo, il più possibile con le sue stesse parole, sempre lucide e insieme piene di pathos. Il primo salto avviene in corrispondenza della guerra civile spagnola. Ed è allora che comincia per lui un nuovo rapporto con la politica. ”Mi strappò all’Arcadia e alle passioni che segnavano quei miei primi amori con la scrittura letteraria, e mi preparava alle avventure terribili che presto avrebbero percorso il mio tempo.” Anche qui vien fuori, se non il dubbio, il contrasto con le parti di sé più inclini ad seduzioni di segno estetico, proprie di un’esperienza vitale che gli sembrava irriducibile a una valutazione collettiva.
Aderì in quel periodo giovanile al giro di coetanei del cosiddetto “gruppo romano” : ne facevano parte Lucio Lombardo Radice, Aldo Natoli, Antonio Amendola (fratello minore del più noto Giorgio), Mirella de Carolis, Giaime Pintor e altri e il dialogo riguardava i testi della teoria marxista, i classici del pensiero politico e l’analisi delle aspre lotte sociali in corso nel secolo. Poi venne il colpo di scena che cambiò quasi tutto per molti. Il 23 agosto 1939 i due ministri degli Esteri dell’Unione Sovietica e della Germania hitleriana, Ribbentrop e Molotov, firmavano a Mosca lo sciagurato protocollo d’intesa, che di fatto prevedeva la spartizione della Polonia e spalancava le porte alla seconda guerra mondiale. “L’evento sconvolse la nostra gracile pattuglia di antifascisti in formazione. Con telefonate sgomente e rabbiose organizzammo subito un incontro: tutto era così inatteso e grave e nell’aspra discussione ci spaccammo.” Una parte – primo tra tutti Antonio Amendola – condannava con amarezza quella che si presentava come un via libera all’irruzione di Hitler in tutta Europa, poi Mario Alicata, Paolo Bufalini, Antonello Trombadori, Paolo Solari, Bruno Zevi, Ingrao stesso e altri ancora. “Provai dolore e collera – ancora le sue parole- : cresceva la rabbia per la tirannia fascista, ma sentivo anche un’amarezza……a confermare l’immagine fosca e violenta che della militanza comunista stava nella testa di alcuni di noi.”
E si arriva al 25 luglio del 1943. La guerra per Mussolini si avviava ormai alla sconfitta; e per il comunismo italiano si dilatavano compiti e speranze. Ingrao è impegnato nella lotta antifascista a Milano e nella redazione dell’”Unità:” “Mai come in quel momento ho sentito la gioia prorompere nel petto …La gente si stringeva, s’abbracciava, s’aggregava senza conoscersi, si scatenava nei gridi, nelle invettive”. Per la prima volta una furia di popolo che urlava, sfasciava, esultava: alla caccia delle sedi fasciste, a gridare lo scatenarsi della gioia e la voglia di vendicarsi. Avanzando da Porta Venezia l’incontro con Elio Vittorini, gli abbracci e le corse con la folla in tumulto. A rileggerla ora nella memoria – riflette Ingrao – quella notte in piazza che fu? Solo collera e vendetta di minoranze perseguitate che tornavano alla luce, o gente che ritrovava coraggio ?: “Vissi quella notte come un enorme respiro di liberazione, di una riscossa che poi fu lunga e sanguinosa. Era la notte che non vide solo il colpo di palazzo a Roma, ma anche le masse che tornavano in campo, e – per tutta la seconda metà del secolo – sul campo ci sarebbero rimaste.” D’un tratto però avvenne un cambiamento: dal viale che portava alla stazione avanzava una colonna di carri armati, e in testa, un ufficiale con la pistola in pugno. Di colpo si affollarono le domande: che era quell’irruzione? Chi la mandava? Mussolini ritornato? Che succedeva a Roma, o altrove? Quale svolta inattesa?

Di li a poco l’8 settembre 1943 e “il volto doppio di quel giorno”, un altro. Mutavano i nemici e gli amici. E l’evento si compiva mentre il territorio nazionale era per larghe parti occupato da eserciti stranieri. Persino il negoziato con gli angloamericani sulla capitolazione venne avviato con assurda lentezza, mentre ogni ora era preziosa per bloccare i tedeschi che con le loro armate già calavano in Italia. Fu inettitudine di quei generali badogliani – si domanda – o assurda illusione del re fantoccio che il Paese potesse affrontare lo scontro con i nazisti senza una drastica e dichiarata svolta politica e un impegno organizzato di popolo? Presto “crebbe in me la domanda se non dovessi anch’io salire «in montagna»: quell’evento che ormai dinanzi alla calata dei tedeschi si stagliava imperiosamente su tutto. Non ero proprio un pauroso, e però nemmeno uno dotato di grande coraggio. Ma cresceva l’inquietudine dentro di me sul che fare, sul come partecipare a quella lotta che ormai investiva direttamente la mia gente.” Così si decise e un giorno si rivolse a Li Causi, allora direttore dell’«Unità» del Nord, e gli disse che voleva lasciare il giornale per salire in montagna: “compiere quella scelta che invocavamo e predicavamo in ogni numero del nostro giornale”. Tutta la dislocazione politica del Paese in quel momento era però in forse e il permesso fu rimandato – ricorda– la posizione dei dirigenti di stanza a Roma, su tutti Scoccimarro (considerato il leader) e Amendola, proponeva una rottura netta con Badoglio e dopo l’8 settembre l’affidamento di ogni decisione al Cln. La dirigenza comunista clandestina, dislocata a Milano, non respingeva questa linea, ma sosteneva una posizione più duttile: non escludeva la collaborazione anche con quei gruppi di monarchici che – essenzialmente nel Nord –avrebbero messo in campo figure di militari di alto coraggio. Non durò a lungo quella controversia fra i comunisti itaiani. Si concluse abbastanza presto, osserva, dando – a parole – ragione a Roma, ma in pratica scavalcando le remore degli antibadogliani romani.
Arriviamo all’aprile del 1944. Un’altra svolta, propriamente definita tale, la svolta di Salerno (la formazione di un governo di unità nazionale su spinta sovietica) segna anche l’avvio di una relazione sempre più fitta di Ingrao con il capo, Togliatti. E in quella relazione tormentata si può dire si intrecciarono tutti i dilemmi drammatici che si posero per Ingrao, in rapporto alle vicende dell’Unione Sovietica. E una prima riflessione su Togliatti, anche se avvenne più tardi rispetto a questi eventi, mostra una sensibilità davvero fuori dal comune: “Che mancava, che non resse in quel disegno? A mio avviso – ma lo compresi tardi – non erano valide la lettura e la relazione con l’Urss. E non si trattava solo degli errori pesanti sull’interpretazione dello stalinismo. Era in discussione l’idea dell’insorgenza di una avanguardia, che precedeva e gestiva il potere con il massimo di concentrazione del comando: in pratica cancellando il molteplice, articolato e fluttuante che segnava lo stesso soggetto rivoluzionario nel suo farsi. Si potrebbe anche dire: il contraddittorio dell’esistere umano, la sua insostituibile complessità”. Ed ecco il sentirsi in bilico: “passavo dagli ardori della fede comunista a momenti in cui scattava una ripulsa dei riti e del formalismo che dominavano e rinsecchivano ancora tanta parte della vita del partito. Ancora oggi rabbrividisco se penso ai peana e alle pagine traboccanti che avevo pubblicato su quel mio giornale nei giorni della morte di Stalin”.
Finché, improvviso, venne il coup de théâtre: il Rapporto segreto al XX congresso dell’Unione sovietica del 1956 con Togliatti che consegna in lettura la bozza dell’intervista a «Nuovi Argomenti»: “Che mi disse quel testo che divorai d’un fiato, con ansia, incollato al mio tavolo all’«Unità»? Da quelle pagine, scritte in uno stile quasi oggettivo, riemergevano i tempi terribili attraversati da quella avanguardia comunista: gli urti, le condanne, le decapitazioni vissuti nella tempestosa ascesa del primo Stato socialista nel mondo. Si riconosceva che c’era un caso Stalin. E riguardava non solo l’Urss, ma l’idea e la pratica della politica che aveva coinvolto migliaia e migliaia di militanti: ben più in là dell’Europa, sino alla sconfinata Asia. Le vittorie di portata mondiale si mischiavano con i delitti, le persecuzioni di innocenti, le scomparse improvvise”.
Eppure coi fatti d’Ungheria di lì a poco, il togliattismo “realista” si impose nuovamente mentre si dispiegava quell’urto sanguinoso : “ io – si autodenuncia Ingrao – vissi l’errore più grave della mia vita politica. Scrissi un editoriale per «l’Unità» che condannava la rivolta ungherese e aveva un titolo roboante: “Da una parte della barricata a difesa del socialismo”. La redazione – ricorda – era semivuota, meglio uscire in strada. “Girai per ore per le vie di Roma, solo e sempre interrogandomi su quell’aggressione che mi sembrava inspiegabile e infame…C’era un cielo annuvolato quando giunsi – quasi alle soglie della sera – in casa di Togliatti a Montesacro. E gli dissi subito il mio sgomento più ancora che la mia sorpresa per quella invasione. Togliatti mi rispose asciuttamente: – Oggi io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più… “. Ho ancora in mente quell’immagine di Togliatti che brinda all’invasione dell’Ungheria, quando Pietro me la raccontò e quando la rilessi sulla pagina scritta durante il volo di ritorno da Roma travolta dall’emozione per i suoi travagli, anche umani.

Ancora due passaggi: uno particolarmente importante nella biografia di Ingrao, l’XI Congresso del Pci nel 1966, preceduto da posizioni divergenti nel partito (ma si potrebbe dire nelle forze di sinistra in generale) sulla lettura delle tendenze del capitalismo italiano nell’aprirsi del nuovo decennio. Tra i seguaci di Amendola la faccia «salarialista» e quelli (gli ingraiani certo) che invece egli collegava alla «astrattezza» dei discorsi della sinistra del partito sul «modello di sviluppo» e sull’alienazione operaia. Quando si aprì l’XI congresso del partito ormai gli ingraiani erano considerati chiaramente una frazione, una pericolosa eresia, quasi dei traditori secondo gli amendoliani.
“Intervenni verso la fine della mattinata: c’era un silenzio assoluto nella sala. Mentre parlavo avvertivo quasi materialmente il filo della comunicazione….Alla fine del mio discorso direi che tutta quella massa di compagni scattò in piedi nell’applauso: e furono per me minuti indimenticabili. Nella tribuna della presidenza invece tutti i presenti rimasero assolutamente immoti sulla loro sedia: molti con le mani ostentatamente ferme sulle ginocchia.” In quella rivendicazione di libertà del dissenso – riflette – c’era non solo la drammatica consapevolezza generata dalle rivelazioni sui delitti di Stalin, ma una convinzione più profonda che aveva anche a che fare con una riflessione interiore, di natura esistenziale. Certo mossa dalla tutela della libertà di opinione, ma ancor più dalla convinzione (qui ritorna un tema già accennato) che il soggetto rivoluzionario era un farsi del molteplice: l’incontro fluttuante di una pluralità oppressa che costruiva e verificava nella lotta il suo volto. “L’unanimismo cominciava a sembrarmi più che un errore, un assurdo. Se mai era singolare che per tanto tempo io avessi tardato a comprenderlo. E infine la repressione di quel volto dell’esistere mi appariva impossibile”.
E’ vero che la lacerazione interna avvenne lo stesso “Presto la vidi avanzare – conclude – senza che riuscissi o sapessi intervenire, e forse fu qui la vera sconfitta dell’«ingraismo»”. Vennero le punizioni per i suoi compagni, da Rossanda a Natoli a Pintor. E con loro, più tardi, nel 1969, il secondo errore grave quando quei compagni diedero vita a «il Manifesto», un mensile singolare e coraggioso. E – giunti allo scontro in Comitato centrale – Ingrao votò a favore della radiazione del gruppo. Con i fatti di Praga le cose cambiarono. Era di stringente importanza che il partito sin da subito esprimesse una posizione chiara. Dinanzi a quell’evento si avrebbe avuto una risonanza internazionale, ma anche nella storia del partito: era la prima volta che il Pci si schierava così apertamente e duramente contro l’Unione
Sovietica. Mai era avvenuto con tale nettezza e di fronte a eventi di tale portata.

Infine il Compromesso storico quando in seguito al colpo di Stato in Cile Berlinguer decise di intervenire. Scrisse tre articoli su «Rinascita» che muovevano dagli amari eventi cileni, ma poi si allargavano ad un’analisi e a una proposta, venendo direttamente alla vicenda italiana. La questione centrale che il saggio affrontava – secondo Ingrao – era se e su quali linee fosse possibile realizzare, in quell’universo capitalistico di fine secolo, un’alleanza innovatrice fra il mondo proletario e il ceto medio. Che tuttavia non sarebbe bastata per la vittoria nemmeno se la sinistra avesse raggiunto nel voto il 51 per cento, cioè la maggioranza assoluta dei suffragi. Perciò – sottolineava Berlinguer – l’obiettivo essenziale della lotta non era «un’alternativa di sinistra», ma «un’intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica». Da tale analisi ricavava l’urgenza di un «compromesso storico» tra le forze che raccoglievano e rappresentavano la grande maggioranza del popolo italiano. Anche la Democrazia cristiana dovette constatare che senza un’intesa con la sinistra non era in grado di reggere l’Italia.
Ma anche in questo caso il limite di quella strategia berlingueriana va colto per Ingrao nel fatto che s’affidò troppo a un’azione di vertice. Gli eventi degli anni Sessanta – e anche dei primi anni Settanta, quando si era verificata, cito le sue parole, “una dilatazione dell’esistere” – avevano portato sulla scena nuovi soggetti sociali. Per dirla con lui: E’ vero che anni più tardi, Berlinguer – con un gesto di forte valore emblematico – andrà a parlare dinanzi ai cancelli di Mirafiori, occupata dagli operai. Ma sarà tardi. La controffensiva – decisa nella famosa riunione della Trilateral – era scattata”. E a Torino (ce lo ricordiamo in molti) era riuscita a trascinare in piazza anche quella massa moderata che rompeva con l’offensiva operaia e sceglieva la parte degli Agnelli.


Grazie Antonella per questa recensione che rende ragione di un libro magnifico. La sensazione che ho sempre avuto – e che mi si riconferma dopo la lettura di queste righe – è che siamo eredi di grandi uomini che attraversavano la grande storia, per dirla con Mario Tronti. Quella storia che sembrava finita e che invece sta repentinamente tornando. Ma chi la attraverserà? Chi la racconterà? È tornata la grande storia, ma ci sono tra noi grandi uomini e intellettuali capaci di attraversarla con la dovuta lucidità?