Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica", "Alernative per il socialismo". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).
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Alla fine del braccio di ferro di Bruxelles i soldi messi a disposizione dall’Europa non sono pochi, almeno per l’Italia. Il problema è se queste risorse verranno utilizzate per coniugare stimolo all’economia e giustizia sociale oppure a vantaggio dei soliti noti. Le premesse non sono incoraggianti.
Il Covid-19 ha messo a nudo le fragilità e le ingiustizie del nostro Paese. Ciononostante il Piano nazionale di riforma varato in questi giorni è inchiodato a un eterno presente. Parla di rilancio dell’economia, di fisco, di produttività del lavoro ma propone di uscire dalla crisi nello stesso modo in cui ci siamo entrati.
Ci prova, Bonomi. Alza il tiro, drammatizza, accusa. Capisce che la congiuntura può essere propizia per una nuova spallata. Sente il profumo dei soldi che arriveranno dall’Europa e mette in guardia dal rischio di spenderli “male”. Alza la voce, Bonomi, perché sa che può farlo. Perché conosce i suoi interlocutori. Ma non sarebbe il caso di smentirlo?
Dopo due mesi la task force presieduta da Vittorio Colao ha presentato il suo piano per il rilancio dell’Italia. In sintesi, la proposta per far ripartire il Paese è quella di dare soldi e mano libera alle imprese. Quando è evidente che servirebbe tutt’altro: a cominciare dall’uso della spesa pubblica per creare lavoro e reddito.
La proposta della Commissione europea per la ripresa dell’economia è finalmente arrivata. Ci sono alcuni elementi positivi di novità. Ma è bene evitare trionfalismi. E non solo perché, se tutto andrà bene e non ci saranno stravolgimenti, le prime risorse saranno disponibili solo tra un anno. In realtà c’è ancora molta strada da fare.
Ricorrendo al MES si accede a una linea di credito e un nuovo debito aumenta il rischio di una procedura di sorveglianza rafforzata sui nostri bilanci e di conseguente commissariamento. Il punto non è l’entità del tasso di interesse ma il fatto che un prestito non è un trasferimento unilaterale e un debito non è un versamento a fondo perduto.
Le cifre sull’entità della crisi economica e sociale che dovremo affrontare sono da capogiro. Ciò richiede almeno tre scelte strategiche: reddito di base incondizionato, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, creazione diretta di lavoro da parte dello Stato. Ma l’Europa e l’Italia vanno in un’altra direzione.
Il virus ha svelato l’insostenibilità del nostro sistema economico. Non è solo lo Stato assistenziale azzoppato che viene chiamato in causa, ma anche i rapporti di produzione, il rapporto perverso tra accumulazione capitalistica e distruzione dell’ambiente, l’illusione dell’estrazione infinita di valore dai beni finanziari.
“Manifesto socialista per il XXI secolo” di Bhaskar Sunkara è un bel saggio di politica che ripercorre i passaggi salienti, teorici e pratici, della storia del movimento dei lavoratori avendo come stella polare l’autogestione operaia. Per questo sorprende la mancanza di riferimenti all’esperienza più interessante sul punto: quella jugoslava.
L’epidemia di Coronavirus non lascia scampo: c’è bisogno di più soldi per la sanità e per non far collassare il sistema produttivo. Lo Stato deve spendere di più, molto di più. Come fare? Coinvolgere le banche centrali con l’acquisto, direttamente dal Tesoro, di bond appositamente emessi per finanziare una parte di spesa pubblica.