Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, è attualmente presidente di Volere la Luna e del Controsservatorio Valsusa. E', inoltre, portavoce del Coordinamento antifascista torinese. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).
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La magistratura e il suo autogoverno vivono una crisi gravissima. Molti ne denunciano la “politicizzazione” e propongono un ritorno al passato. Ciò che occorre è, all’opposto, la rottura delle derive corporative e burocratiche in atto, un nuovo scisma come quello consumato negli anni ’70 da Magistratura democratica.
Le polemiche che stanno accompagnando la concessione della detenzione domiciliare per ragioni di salute ad alcuni condannati per mafia sono, a dir poco, sproporzionate. È il segno del prevalere di una impostazione repressiva e di una involuzione della cultura antimafia su cui occorre riflettere.
La crisi imporrà lacrime e sangue. Ma a chi? Il Governo, invece di lavorare a un diverso modello di sviluppo, si affida a una task force di manager ed economisti rappresentativa degli interessi forti e respinge persino la proposta di un contributo di solidarietà sui redditi più elevati. Facile prevedere l’esito: ancora e sempre, guai ai poveri!
Da ieri, dopo tre lunghi mesi, Nicoletta è uscita dal carcere. È in detenzione domiciliare e con molti vincoli ma è a casa. C’è voluta l’epidemia per raggiungere questo risultato! Ora sono necessari – lo chiede per prima Nicoletta – provvedimenti per assicurare la scarcerazione di un più ampio numero di detenuti. Subito!
Nella ricostruzione che verrà dopo il coronavirus gli effetti collaterali dell’epidemia condizioneranno il nuovo assetto politico e istituzionale. Occorre, per questo, mantenere alti lo spirito critico e la guardia su quanto ci accade intorno. È una doverosa prudenza.
La paura per i rischi di contagio da Coronavirus e la rabbia per la limitazione dei colloqui stanno facendo esplodere un sistema carcerario sovraffollato e insicuro. Occorre, a tutela di tutti, un intervento immediato di rinvio dell’esecuzione della pena per i reati minori. E poi occorre ridare cittadinanza a indulto e amnistia.
Anche la Corte di cassazione ha deciso: sfidando i divieti e forzando il blocco navale per attraccare nel porto di Lampedusa la nave Sea Watch e la sua comandante hanno agito nell’adempimento del dovere di portare in salvo i naufraghi raccolti in mare. Per questo Carola Rackete non è punibile.
A Torino la crisi si vede a occhio nudo: aumentano i clochard per le strade, molti negozi chiudono, crescono gli accessi alla Caritas e ai servizi sociali. Ma le istituzioni locali preferiscono accendere le luci del centro e ostacolano le iniziative spontanee di aiuto e di sostegno. E le cose non cambiano con il succedersi delle giunte.
Il confronto sull’opportunità di una campagna per la grazia a Nicoletta Dosio è aperto. Nessuno chiede un atto di clemenza individuale che contraddirebbe la scelta di Nicoletta. Ma il tema è un altro: può, la grazia, essere un gesto politico, un elemento di discontinuità, un segnale di mutato atteggiamento istituzionale?
Nicoletta Dosio ha scelto di andare in carcere piuttosto di chiedere misure alternative. Il suo è un gesto politico che richiede un seguito coerente. C’è una possibilità: la grazia, non come provvedimento di clemenza ma come atto di giustizia e di discontinuità. Chiederla spetta a noi, anche per cercare di aprire una nuova stagione politica.