Giuseppe De Marzo, attivista, economista, giornalista e scrittore, lavora da anni nelle reti sociali, nei movimenti italiani e in America Latina. È attualmente responsabile nazionale delle politiche sociali di Libera e coordinatore nazionale della Rete dei Numeri pari.
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Nel deserto della politica, visibile anche in queste elezioni europee, emerge il protagonismo dei movimenti sociali che, come direbbe Papa Francesco, “odorano di lotta” e non si arrendono allo status quo. Le loro pratiche, le attività di mutualismo e di innovazione sociale, le proposte per rigenerare le istituzioni stanno saldando anche nel nostro Paese nuove alleanze e consapevolezze nei territori.
Nella guerra gli aggrediti hanno tutto il diritto di difendersi, ma alla comunità internazionale spetta costruire percorsi di pace. Gli Stati, invece, moltiplicano le spese militari obbedendo alle lobby industriali, finanziarie e delle energie fossili. In questa situazione la guerra (oggi e in futuro) può essere fermata solo da un grande movimento che tenga insieme la pace, l’ambiente e la giustizia sociale.
Quella del luglio 2001 a Genova è stata un’esperienza unica. Ma con dei limiti: abbiamo giustamente contestato il modello capitalista ma non siamo stati capaci di definire un modello alternativo di sviluppo in armonia con la natura. Oggi ne siamo consapevoli: chi di noi non si è arreso e molti nuovi compagni di strada.
I fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza non finanzieranno la svolta ambientalista promessa dal Governo. Sotto la transizione ecologica, anzi, spuntano le lobby del fossile e delle armi. Eppure la sola strada per uscire dalla crisi è un diverso modello di sviluppo che promuova equità sociale e sostenibilità ecologica.
L’epidemia ci sta facendo toccare con mano che la vita nel pianeta, di cui siamo parte, evolve non attraverso la competizione esasperata ma grazie alla cooperazione e alla solidarietà. È sempre più chiaro che il futuro sarà vivibile solo se saprà coniugare giustizia ecologica e giustizia sociale.
Centocelle reagisce contro le bombe e gli attentati. Con la mobilitazione delle reti sociali e di migliaia di cittadini scesi in piazza per dire che la società si cambia con i diritti, la cultura, la bellezza. Mentre la povertà economica e culturale e il razzismo producono subalternità e sottomissione a chi si crede più forte.
Per arginare il collasso climatico non basta premiare le imprese che fanno green economy! Occorre ribellarsi al modello economico che minaccia di condurci all’estinzione e creare un’alleanza (una “Internazionale della Terra”) tra i ragazzi del Friday for Future e i soggetti che lottano per la giustizia ambientale e sociale.
Ormai lo dicono anche le più importanti ricerche internazionali. La cosiddetta “green economy”, fondata sulla scommessa di conciliare gli interessi del capitalismo e della Terra è un grande inganno. Per evitare il crescente, drammatico deficit ecologico c’è solo una strada: consumare meno e ridimensionare molti settori produttivi.
Per sconfiggere le destre non basta costruire un’alleanza politica qualunque. L’Italia è ai primi posti nelle classifiche europeee per le diseguaglianze sociali. La crisi si supera solo ponendo al centro della scena politica questo problema e mobilitando, per risolverlo, la parte viva e sana del Paese.
Dopo la mancata adozione della procedura di infrazione e i dati Istat sull’aumento degli occupati i sorrisi si sprecano. Ma se si guarda in profondità c’è poco da stare allegri. Offrire un lavoro dignitoso e condizioni di vita adeguate richiede un cambio di rotta sulle politiche lavorative, industriali, energetiche e sociali.