Gaetano Azzariti è professore ordinario di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Direttore della rivista “Costituzionalismo.it”, collabora a numerose riviste giuridiche e politiche e anche a quotidiani, tra cui “Il Manifesto”.
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Mentre il referendum è alle porte, la maggioranza mette le mani avanti e propone una nuova legge elettorale in cui spiccano premi, sbarramenti e liste bloccate. È un ennesimo espediente per cercare di vincere le elezioni anche senza consenso e di piegare in senso presidenziale la forma di governo. Ma solo un sistema proporzionale, trasparente e senza trucchi, può riportare i cittadini alla politica.
Il Governo ha proceduto alla fissazione della data del referendum sulla giustizia prima dello scadere del termine di tre mesi per richiederlo, accordato dall’art. 138 Costituzione ai soggetti legittimati. È una scelta che lede i diritti dei cittadini che hanno iniziato la raccolta delle firme e che rischia di provocare un cortocircuito istituzionale.
Non è l’autonomia regionale in sé ad essere eversiva, ma quella che si prospetta: un’autonomia appropriativa e separatista che integra una sorta di secessione dei ricchi. Ad essa va contrapposta una devoluzione di competenze che consenta, traendo ispirazione dai principi costituzionali, una redistribuzione delle risorse idonea a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza delle persone nei territori svantaggiati.
Le elezioni si avvicinano e c’è il rischio che la destra eversiva conquisti gran parte dei collegi maggioritari, mettendo in pericolo la stessa Costituzione. Perciò le forze che si riconoscono nella Carta devono darsi una strategia adeguata: tener ferma la competizione per la quota proporzionale ma convergere, nella parte maggioritaria, sui candidati del partito più forte.
Come reagire alla crisi di legittimazione in cui versa la magistratura? All’interno mettendosi in discussione e aprendo un confronto duro per far prevalere un’idea di giustizia costituzionalmente orientata. All’esterno, nella società e nella cultura progressista, sostenendo questo percorso, nella consapevolezza che una magistratura democratica è nell’interesse di tutti.
Qualunque sia l’esito del referendum, dovremo ripartire. Rimboccandoci le maniche, per riparare i guasti e indicare i rimedi, per rilanciare la battaglia per una democrazia costituzionale pluralista e conflittuale, che ponga al centro del sistema l’organo della rappresentanza politica e i soggetti del pluralismo.
Stefano Rodotà è mancato un anno fa, il 23 giugno 2017. La riproposizione dell’orazione funebre, letta tre giorni dopo nel funerale laico celebrato alla Sapienza di Roma, serve a ricordarci, con Lui, uno stile di approccio ai problemi della vita e della politica sempre più raro ma a cui non vogliamo rinunciare.