“I colori del tempo”

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Quando vi fate una foto con un’opera d’arte, per voi è più importante l’opera, per quanto sullo sfondo, o il vostro primo piano? I colori del tempo di Cédric Klapisch è tutto in questa domanda.

Il film si apre a Parigi, al museo dell’Orangerie. Un’influencer viene videoripresa da Seb (Abraham Wapler), il suo fidanzato content-creator, davanti a una delle grandi tele delle Ninfee di Monet per una pubblicità di vestiti; si esibisce in poche mossette, pomposamente definite “coreografia”, e la sua preoccupazione principale è che non la si veda abbastanza rispetto al quadro. Rivedendo il filmato, nota che l’abito giallo lega male coi colori del dipinto: poco male, basta cambiargli i colori (ovviamente al dipinto, non al vestito)! Non si poteva esprimere in modo più semplice e diretto cosa rischi spesso di essere oggi il nostro rapporto con l’arte: non la guardiamo direttamente, ma la vediamo incidentalmente dietro di noi quando ci specchiamo in un selfie. Lo sfondo è al servizio del primo piano.

Poi il caso vuole che il content-creator debba riprendere una cantante, che lui fa sedere con la sua chitarra su un ponte di Parigi, e lei gli pone la domanda opposta a quella della sua fidanzata: ma non si vedrà troppo me e poco Parigi? E così quello che Klapisch fa con il suo film è proprio portare in primo piano l’arte e ridimensionare invece chi la guarda, che in questo rapporto non conta in sé e per sé, ma per quanto riesce a immergersi in essa per capirla e comprendersi attraverso di essa. Tanto è vero che uno dei personaggi (Cécile de France) sta scrivendo un libro di consigli per chi visita una pinacoteca e uno di questi è: scegli un’opera, soffermati su quella e chiediti perché ti attira. Una riflessione, quindi, che è al tempo stesso sull’arte e su di sé.

Viste queste premesse, al centro della trama del film non poteva non esserci un’opera d’arte: si tratta di un quadro di fine Ottocento che Seb e i suoi parenti hanno ereditato da un’antenata. Nel film si alternano passato e presente: da una parte il racconto delle loro ricerche su questa donna, Adèle (Suzanne Lindon), e sul quadro; dall’altra la storia di Adèle e di come sia proprio questa a portare alla creazione del quadro. E alla fine troveremo di nuovo Seb di fronte alle Ninfee dell’orangerie, ma la prospettiva sarà completamente diversa.

Il film è volutamente sbilanciato sulla vicenda del passato, mentre i personaggi contemporanei sono appena accennati, coerentemente con quanto detto. Non è specchiandosi nel proprio presente che Seb capirà sé stesso, ma invece immergendosi nello sfondo di una storia molto più ampia, quella della sua famiglia. Un passato che non è certo morto, ma che è invece il processo di arrivo del futuro (e il titolo originale è proprio La Venue de l’avenir). Così come l’arte.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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