50 anni dalla scomparsa, 120 dalla nascita. Nell’arido conto, la vita, complessa e straordinaria, di Renzo Videsott. Che meriterebbe un posto nel Pantheon degli Italiani che andrebbe eretto per gli uomini di pace. Come lui dimenticati, ricordati da pochi. Perché siamo incapaci di superare le logiche arcaiche dei guerrieri e le guerre restano l’unico accesso alla fallace illusione dell’immortalità da millenni. Il nome di Renzo Videsott è sconosciuto ai più, eppure meriterebbe un pubblico riconoscimento per quanto ha fatto. Avvolto in un ingrato oblio dal quale, con gratitudine, sentiamo il dovere di riportarlo all’attenzione almeno del movimento ambientalista di cui fu alle origini. Quel movimento che oggi, inconsapevole, si nutre di una storia di cui fanno parte le giuste rivendicazioni dei giovani che, con sigle diverse, combattono per il loro futuro, minacciato soprattutto dalle questioni ambientali.
Renzo Videsott, nato il 10 settembre 1904 a Trento e scomparso a Torino il 4 gennaio 1974, nelle sue terre di origine diede prova di grandi qualità alpinistiche con una brillante carriera di crodaiolo, sviluppata nel periodo tra il 1924 e il 1930. Compagni di cordata Pino e Raffaello Prati, Giorgio Graffer, Leo Rittler e Domenico Rudatis. Negli annali dell’alpinismo resta scritta la salita del 1929, insieme a questi ultimi due, dello spigolo Nord-ovest della Busazza nel gruppo del Civetta, vero e proprio capolavoro del sesto grado. A Torino si trasferì per laurearsi in veterinaria nel 1928. L’anno seguente frequenta come ufficiale veterinario la Suola di cavalleria di Pinerolo, per poi essere assegnato al Reggimento di artiglieria a cavallo “Voloire” di Milano. Sarà poi docente alla Facoltà di Medicina Veterinaria di Torino in patologia e clinica medica e in farmacologia. Nel 1953 ottenne il distacco alla direzione del Parco nazionale Gran Paradiso a sancire un impegno iniziato nel 1943 e a cui dedicherà l’intera vita.
Se negli alti pascoli del Gran Paradiso, tra Piemonte e Valle d’Aosta e nelle numerose colonie che di lì sono state create, vive ancora lo stambecco celle Alpi lo si deve a lui, Renzo Videsott. Riconosciuto protagonista della salvezza della specie Stambecco, giunta sull’orlo dell’estinzione, fu anche figura fondamentale nella nascita e nella crescita della nuova consapevolezza ambientalista che, superato il naturalismo, spostava il suo impegno sul terreno dell’impegno sociale e politico rendendosi conto di quanto il primo non fosse sufficiente. Per lui l’impegno sull’arco alpino, all’altro estremo rispetto a quello in cui era nato, si profilò subito come una sorta di missione per impedire la possibile estinzione dello stambecco. Erede della tradizione dei cacciatori alpini, che lo vide impegnato fin dall’adolescenza, davanti agli occhi imploranti di un capriolo morente inseguito sulle montagne di Fanes, si convertì e dopo il 1947 non uccise più alcun animale in alta montagna. Si dedicò, anima e corpo, anche muovendosi tra mille insidie, in bicicletta, tra Torino e le valli valdostane del Parco, per la difesa dello stambecco, quasi a redimersi dal suo passato venatorio. Proprio nel 1943 aveva promosso l’insediamento di una colonia sulle montagne della sua Marebbe, esperienza poi conclusasi malamente.
Intanto in quegli anni fece, altresì, la scelta di impegnarsi contro il regime fascista con le formazioni di Giustizia e Libertà. Non partecipò mai attivamente ad azioni armate anche se ricorderà di essersi trovato «varie volte in situazioni da essere fucilato solo perché mi ricordavo la gioia che dava il rischio della montagna». Nell’impegno partigiano vedeva «molta purezza ideale» che condivise con decisione ritenendosi costituzionalmente «tagliato per affrontare freddamente la guerra». In quel periodo conobbe e frequentò Federico Chabod e Vittorio Foa con il quale instaurò un solido legame che gli consentì aiuti concreti nel momento della riorganizzazione del parco. Queste conoscenze non furono ininfluenti nel momento in cui, nel 1945, con il consenso del Comando Alleato, Renzo Videsott fu scelto come Commissario straordinario del Parco Nazionale del Gran Paradiso, incaricato di ricostruirne l’organizzazione. Il passaggio da partigiano a parchigiano era compiuto. Il suo impegno come difensore della natura e dell’ambiente definitivamente scolpito nella sua biografia anche se, proprio in uno scambio epistolare con Foa espresse tutte le sue preoccupazione per una decisione che rischiava di apparire del tutto utopistica ma di cui era profondamente convinto che sarebbero diventate «realtà future in Italia, dopo averle toccate con mano all’estero».
Per riorganizzare il servizio di sorveglianza, che con la milizia fascista si era ridotto al ridicolo, assunse i migliori bracconieri – costretti per fame alla caccia di sopravvivenza – convincendoli alla necessità di togliere dai mirini gli stambecchi e offrendo loro, in compenso, lo stipendio da guardiaparco. Fu il primo passo per ridare alla prima area nazionale protetta una prospettiva. Per rafforzarne la presenza ebbe l’intuizione di promuovere un movimento popolare a sostegno della natura e dell’ambiente che si concretizzò prima con il MIPN (Movimento Italiano Protezione della natura) poi, a livello internazionale con l’UIPN Unione Internazionale Protezione della Natura) oggi UICN dove la C di conservazione ha sostituito la P di protezione.
Il seguito è storia che non ripetiamo (rimandando al saggio di Edgar Meyer Il visionario che salvò il Parco. 25 anni di Renzo Videsott per i 100 anni del Parco Nazionale Gran Paradiso, Lions Club Alto Canavese, Castellamonte 2022) e che ha sancito l’iscrizione della figura di Renzo Videsott tra i più insigni protagonisti della storia della protezione dell’ambiente nel nostro Paese. Che meriterebbe un riconoscimento tra i grandi della Nazione. Purtroppo si deve accontentare che si sia solo noi, e pochi altri, a ricordarlo… E lo vogliamo ricordare come padre fondatore con le parole con cui Dino Buzzati scrisse, sulle pagine del Corriere della Sera, delle persone che Renzo Videsott seppe coinvolgere dando loro appuntamento a Oreno, nella dimora del Conte Gallarati Scotti:
«Si decide di formare un Gruppo di amici della natura, pochi per ora e senza impacci burocratici, senza statuto, consiglio direttivo, sede sociale e senza neanche presidente (…). Firmato il foglio, gli amici si disperdono per il solenne parco silenzioso che non è poi tanto grande ma sembra immenso per le straordinarie prospettive. E non è come in quei gravi congressi che appena finita la seduta tutti si mettono a parlare d’altro come per liberarsi da un ingrato peso. Qui tutti parlano ancora di boschi e di montagne (…). Ci par molto civile che nell’anno 1948 ci sia ancora qualcuno che si interessi sinceramente di queste cose. Di fronte alla natura se si riesce a guardarla con animo sincero, le miserie si sciolgono, gli uomini si ritrovano l’un l’altro, dimenticando di avere questo o quel colore. (…) Ma che importa – dirà qualcuno – se l’orso scomparisse dalle Alpi? È un po’ come chiedere perché sarebbe un guaio se il “Cenacolo” di Leonardo andasse in polvere. Sarebbe un incanto spezzato senza rimedio, una nuova sconfitta della già mortificatissima natura».
Alla fine, dopo Oreno, si ritrovarono con Renzo, il fratello Paolo internato in un campo tedesco, i fratelli Bruno e Nino Betta anch’essi deportati, Domenico Riccardo Peretti Griva magistrato antifascista, suocero di Alessandro Galante Garrone, Fausto Penati tra gli animatori del Partito d’Azione. Reduci dall’impegno in Giustizia e Libertà e visionari di democrazia eccoli protagonisti del nascente ambientalismo, mossi dalla stessa fiducia e speranza di futuro. Ad accompagnarli in questa nuova sfida un manipolo di altri visionari che Videsott richiamò a sé al castello di Sarre e a una visita al Parco nazionale Gran Paradiso «dopo aver visto e constatato come all’estero, in questo campo, si sia tanto lavorato e raccolto e come troppo poco sia stato fatto in Italia».
Videsott constata come non sia più sufficiente il pur prezioso lavoro delle società scientifiche ma occorra raccogliere intorno a «un parco ben diretto» che può esserne «il cuore pulsante (…) le migliori umane forze operanti, non rese limbo da un sublimato ed astratto pensiero scientifico, ma rese nobile vita da una creativa interpretazione poetica, dei fatti misteriosi del mondo naturale, che ci è diventato soffocante solo perché troppo artefatto anche dall’arroganza dell’umanità. (…) In quest’Italia che ha dato tante persone valorose nel campo naturalistico operante, non ci dobbiamo scoraggiare. Dobbiamo almeno tentare, dobbiamo trovarci per discutere, alla buona, litigarci da amici, se necessita, ma senza ordini del giorno, ma senza sperperi né di quattrini né di energie per il superfluo e per la forma. (…) Questa nostra discussione preliminare è urgente e serve anche per la probabile Conferenza internazionale di Parigi, sotto l’egida dell’Unesco». È il 25 giugno del 1948 e parte l’avventura del MIPN che passato attraverso la trasformazione in Pro Natura Italica nel 1959, nel 1970 ha assunto l’attuale denominazione di Federazione nazionale Pro Natura. L’urgenza dell’impegno internazionale si concretizzò poco dopo a Fontainebleu (settembre-ottobre 1948) con la fondazione dell UIPN (oggi UICN) e subito dopo (maggio 1952), di fronte agli attacchi all’integrità ambientale del suo Gran Paradiso con i progetti dei bacini idroelettrici, della CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Regioni Alpine) attiva tutt’oggi.
Il sogno di Renzo si è dunque sviluppato e consolidato e la sua eredità è stata raccolta. Che si sia realizzato non può purtroppo essere detto. Ma stiamo vivendo una nuova fase di presa di coscienza e di consapevolezza da parte delle nuove generazioni che sono scese in campo assumendosi l’impegno di continuare nella lotta per la difesa di quella natura che Renzo Videsott ha servito con abnegazione convinto, come lo siamo noi, che sia la base imprescindibile per ogni futuro destino della specie umana. Oggi come ieri servono molti visionari che raccolgano con entusiasmo il testimone dei pionieri delle difesa dell’ambiente per farne il fulcro di quella ormai inderogabile riconversione ecologica che ci chiama a un cambiamento radicale a cominciare da dentro noi stessi. E che magari tornino a mobilitarsi «attorno a una realtà visibile, a bellezze rare e solitarie, di monti, di alberi, di fauna» come sono quelle che le nostre aree protette difendono.

Ringrazio l’autore del post per aver ricordato questa grande figura dell’ambientalismo italiano, semisconosciuta, purtroppo, al grande pubblico e condivido al cento per cento le prime righe dell’articolo ove si stigmatizza la mancanza di un Pantheon degli italiani uomini di pace visto che siamo ancora “incapaci di superare le logiche arcaiche dei guerrieri” per accedere all’immortalità.
Noi che abbiamo ormai raggiunto – e ampiamente superato! – l’età della ragione confidiamo nelle “nuove generazioni che sono scese in campo assumendosi l’impegno di continuare nella lotta per la difesa di quella natura che Renzo Videsott ha servito con abnegazione”, ben consci di non aver fatto abbastanza per salvaguardare il pianeta in cui viviamo.