“La cucina” dei dannati

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Quello del regista messicano Alonso Ruizpalacios è un film drammatico che parla di lavoro nero e immigrazione clandestina, ambientato nelle cucine del “The Grill”, un grande ristorante per turisti a New York, in Times Square. Mantenendo una certa coerenza con il titolo originale (La cocina), quello internazionale è The Grill, ma in Italia è stato ribattezzato Aragoste a Manhattan, evidentemente sperando di catturare il pubblico nostalgico di Colazione da Tiffany, come se fosse una commedia romantica in ambiente chic. Una mistificazione indecente, visto il tema trattato dal film.

La cucina seminterrata del ristorante è raccontata come se fosse la stiva di una nave carica di persone proveniente dai paesi più diversi (Messico, Colombia, Marocco, Brasile ecc.), in fuga dalla povertà. Ma il loro viaggio non finisce mai e dalla cucina non c’è uscita né sbarco, perché il padrone del ristorante li lusinga promettendo di metterli in regola, di aiutarli ad avere un visto, ma in realtà non lo fa mai, è solo un modo per tenerli legati a sé. Questa nave-cucina ha imbarcato anche qualche newyorkese, perché basta essere parte di una minoranza svantaggiata per restare intrappolati, si tratti di una ragazza madre o di un nero.

Il film si apre con la giovanissima Estela (Anna Diaz), appena arrivata dal Messico, frastornata dalla folla e dalla velocità di New York, che arriva al ristorante in cerca di Pedro (Raúl Briones Carmona), uno dei cuochi del locale suo compaesano, sperando che l’uomo possa darle una mano per farsi assumere. Scopriamo così pian piano il ristorante attraverso gli occhi della nuova arrivata: la sala per i clienti resta uno spazio quasi sempre fuori scena, come la prima classe dei grandi transatlantici che nascondevano gli immigrati nel loro ventre più profondo. Così Estela si muove tra gli spazi labirintici riservati al personale: uffici, spogliatoi, magazzini e, soprattutto, la cucina.

La ragazza riesce a farsi assumere con uno stratagemma e crede di avere svoltato, ma basterà la sua prima giornata di lavoro a svelarle non solo la disumanità con la quale vengono trattati i dipendenti, ma anche come questo clima riesca ad annichilire il loro stesso senso di umanità e di solidarietà, ciascuno pervicacemente attaccato solo a quel piccolo pezzo di legno che gli permette di galleggiare e scongiurare il rischio sempre presente di andare a fondo.

Credere che in questo contesto possa trovare spazio l’amore con la cameriera Julia (Rooney Mara) e il nascere di una nuova vita è l’errore irrimediabile che commette Pedro e che lo porta a un’esplosione di follia, ma il regista gli concede pietosamente un’evasione fiabesca, che ricorda il finale di Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica, svolta fantastica del neorealismo. Un film, quest’ultimo, il cui titolo doveva essere I poveri disturbano, cautamente scartato dai produttori perché troppo politico. Anche a New York i poveri disturbano: meglio non vederli e chiuderli in cucina, a sbranarsi tra di loro.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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