«Il ventesimo rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione ha per titolo “Nodo alla gola”. Ci sarebbe piaciuto titolarlo diversamente usando altre parole come innovazione, modernità, riforme, solidarietà, empatia, speranza, fraternità, dignità, normalità, socialità, responsabilità, autonomia, rispetto, affettività, sessualità. Tutte parole che dovrebbero costituire l’essenza della pena e del modello penitenziario prescelto. Spesso parole ignorate, rimosse nella quotidianità detentiva. Purtroppo, però, abbiamo dovuto scegliere come titolo un’espressione tragica, perché vogliamo che il rapporto sia un pugno nello stomaco per un’opinione pubblica troppo distratta rispetto alle condizioni di vita nelle carceri italiane e ai troppi morti che siamo costretti a contare. Nelle carceri si respira un’aria di tensione preoccupante».
Da questa premessa muove il dossier di Antigone, frutto di analisi dei dati carcerari e della visita, in 12 mesi, di 88 strutture, che fornisce una fotografia della situazione assolutamente univoca.
Al 31 marzo 2024 erano 61.049 le persone detenute, a fronte di una capienza ufficiale di 51.178 posti. Le donne erano 2.619, il 4,3% dei presenti, e gli stranieri 19.108, il 31,3%. Dalla fine del 2019 alla fine del 2020, a causa delle misure deflattive adottate durante la pandemia, le presenze in carcere erano calate di 7.405 unità. Ma sono subito tornate a crescere. Prima lentamente, con un aumento delle presenze di 770 unità nel 2021, a cui però è poi seguita una crescita di 2.062 nel 2022 e addirittura di 3.970 nel 2023. Nell’ultimo anno dunque la crescita delle presenze è stata in media di 331 unità al mese, un tasso di crescita allarmante, che se dovesse venire confermato anche nel 2024 ci porterebbe oltre le 65.000 presenze entro la fine dell’anno. Già oggi le celle, in alcuni casi, non assicurano neanche i tre metri a persona.
La fascia di età che in questi anni è cresciuta maggiormente è quella che va dai 45 ai 59 anni e oggi, con il 32,2% dei presenti, è decisamente la fascia più rappresentativa della popolazione detenuta. Solo 10 anni fa questo gruppo costituiva il 25,3% dei presenti. Nel frattempo è aumentato anche il numero delle persone detenute con più di 60 anni, che rappresentano oggi il 10%. La percentuale di detenuti di età compresa tra i 35 ed i 45 anni è invece rimasta quasi stabile, e sono calati notevolmente i presenti con meno di 35 anni. Aumentano, tanto nei numeri assoluti quanto in percentuale, i detenuti con un lungo residuo di pena da scontare: quelli con un residuo superiore ai tre anni, ergastolani inclusi, sono passati dal 36,2% dei presenti del 2010 al 43,8% del 2015 al 48,7% del 2023. La causa di tutto questo non è un aumento della criminalità per i fatti più gravi, che è anzi in calo, ma l’innalzamento delle pene, tendenza che si registra da anni, e che comporta l’invecchiamento della popolazione detenuta.
Preoccupare è anche la situazione degli istituti penali per minorenni, che per la prima volta dopo anni sono anch’essi sovraffollati. Dal 1 gennaio al 15 giugno 2024 ci sono stati 586 ingressi, che lasciano prevedere, a fine anno, un numero superiore ai 1.142 del 2023, il numero più alto degli ultimi anni. A metà giugno 2024 le presenze erano di 555 ragazzi ristretti (di cui 25 ragazze) rispetto ai 514 posti regolamentari.
Di fronte a tutto questo il Governo ha presentato un disegno di legge, la cui discussione è iniziata alla Camera, che introduce il delitto di rivolta penitenziaria (che punisce la resistenza passiva) e prevede nuovi reati contro gli occupanti di case e chi protesta con blocchi stradali. Se mai questa proposta di legge dovesse passare, da un lato avremmo un carcere dove anche chi disobbedisce in forma nonviolenta a un ordine rischia anni di galera e dall’altro avremmo migliaia di nuovi ingressi dalla libertà. Sanzionare con anni di carcere chi protesta senza far uso della violenza significa intaccare il sistema dei diritti umani e essere disposti a sanzionare anche chi si comporta pacificamente. Il carcere deve essere un luogo dove ci si emancipa dal crimine e dove siano offerte concrete opportunità di recupero sociale. Il carcere non deve annichilire il senso critico o essere un luogo dove le persone private della libertà siano costrette a vivere nella paura e a camminare con la testa bassa.
